9. La Crisi del ’29

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Di cosa parleremo

Gli effetti della Grande Guerra non colpirono in alcun modo il suolo americano.

Fu anche per questo che gli Stati Uniti, divenuti la nuova superpotenza mondiale, si rifiutarono di assumere il ruolo di guida della ricostruzione, avviando al contrario una forte politica isolazionista.

Le aspettative erano infatti decisamente incoraggianti: l’economia americana era florida e con enormi potenziali di crescita, un eccessivo coinvolgimento nelle fragili questioni internazionali avrebbero potuto minare tale sviluppo degli eventi.

Fu proprio questa convinzione che il fronte interno americano fosse immune di difetti ad accecare la popolazione americana; nella realtà, la totale assenza di regolazioni dei mercati e la crisi di sovrapproduzione avrebbe presto portato alla peggior crisi finanziaria della storia.

Timeline

  • 1920: nasce la Società delle Nazioni; gli Stati Uniti si rifiutano però di entrarvi, sancendo l’inizio della fase isolazionista;
  • 1921riforma proibizionista, è vietata la venda di tabacco e alcolici in territorio americano;
  • 1927/29: le azioni sul mercato americano raddoppiano di volume; si delinea una gigantesca bolla speculativa sul mercato azionario;
  • 24 Ottobre 1929Giovedì Nero, la Borsa di Wall Street crolla; è l’inizio della Crisi del ’29;
  • 1932Franklin Delano Roosevelt viene eletto Presidente degli Stati Uniti; viene implementato il modello del New Deal con l’obiettivo di uscire dalla crisi;
  • 1936: Roosevelt viene nuovamente eletto, suscitando le proteste dei conservatori, contrari alla svolta economica americana di stampo keynesiano.

1. Gli “Anni ruggenti”

Dopo una prima fase di violenta crisi economica, l’Occidente conobbe un periodo di ripresa e crescita, al netto delle tensioni sociali e dell’avvento delle dittature.

Ruolo cruciale ebbero gli Stati Uniti, veri vincitori della Grande Guerra, che divennero la maggiore potenza mondiale, soprattutto nel settore industriale e commerciale.

La popolazione americana, mai direttamente coinvolta dalla guerra, approfittò delle opportunità che la Guerra e la successiva ricostruzione europea offrivano; gli Stati Uniti aiutarono pertanto i Paesi europei, fornendo prestiti e stipulando importanti accordi commerciali.

Grazie al boom economico americano, le scoperte tecnologiche portarono a drastici abbattimenti dei costi di produzione, e prodotti ai tempi di lusso come automobili o elettrodomestici divennero di uso comune, anche nelle classi meno abbienti: fu l’inizio dell’era della produzione di massa.

Il settore industriale USA crebbe del 64% dal 1922 al 1929, provocando un effetto a catena anche sulle potenze europee, in misura più o meno rilevante, che beneficiarono del boom americano.

Di contro, l’Europa divenne però totalmente dipendente dall’andamento economico americano, ma tale situazione non destò particolari preoccupazioni; l’economia americana era florida e in crescita, e una brusca inversione del trend era ritenuta pressoché impossibile.

Isolazionismo, proibizionismo, xenofobia

Il passaggio radicale verso la società dei consumi instillò nelle popolazioni beneficiarie un forte sentimento isolazionista, atto a difendere il livello di benessere raggiunto, soprattutto tra i sostenitori del Partito Repubblicano degli Stati Uniti.

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L’isolazionismo americano dai problemi europei (nella realtà si ritrovarono comunque particolarmente connessi) e il focus sulla politica interna fu effettivamente l’ideologia che si affermò maggiormente negli States, con il conseguente rifiuto di entrare nella Società delle Nazioni e di fungere da guida per la ripresa occidentale.

Ma non fu l’unica ideologia a prendere piede sul suolo americano; una forte ondata proibizionistica colpì il Paese, e il Governo di Washington giunse addirittura, nel 1921, a vietare la vendita e il consumo di alcolici.

La storia insegna che non esiste modo peggiore di azzerare i consumi vietandone la vendita, difatti tali provvedimenti non fecero altro che alimentare in misura radicale il mercato clandestino, arricchendone la malavita.

Anche il sentimento popolare subì un certo cambiamento; a causa dell’isolazionismo americano, l’atteggiamento verso gli immigrati si fece sempre più diffidente, fino a sfociare in veri e propri atti di xenofobia e razzismo.

Tra gli avvenimenti più tragici, occorre ricordare la fondazione del Ku Klux Klan (KKK), un’associazione clandestina ultranazionalista e razzista, che commise numerose persecuzioni contro le comunità immigrate, in particolare quella afroamericana.

Il liberismo dei repubblicani

Il Partito Repubblicano, alla guida del Governo nei primi Anni ’20, voleva sfruttare le grandi potenzialità di crescita che caratterizzavano il settore industriale; la priorità diventò favorire gli investimenti.

Venne rivoluzionata la politica fiscale, aumentando le imposte indirette, che colpiscono tutti e gravano sui consumi, e diminuendo al contempo le dirette, che colpiscono unicamente i redditi. Di fatto, la nuova tassazione favorì i più ricchi; la giustificazione di fondo sosteneva che una minore tassazione ai ceti più ricchi avrebbe causato un netto aumento degli investimenti degli stessi, e quindi maggiore crescita. Tale teoria ad oggi non ha ancora riscontrato prove concrete sul suo funzionamento.

Allo stesso tempo la spesa pubblica venne progressivamente ridotta (non fu attuato nessun piano di assistenza per i più poveri) e i tassi d’interesse furono ridotti al minimo dalla FED, la Banca Centrale americana, in maniera da stimolare ulteriormente gli investimenti.

Questa “ossessione” americana per gli investimenti causò una totale assenza della regolamentazione dei mercati, soprattutto quelli finanziari.

Molti risparmiatori iniziarono ad investire in Borsa, che divenne un vero e proprio fenomeno di massa, grazie ai guadagni in tempi brevi e alla speranza delle famiglie di accrescere il loro status. 

I prezzi delle azioni aumentarono esponenzialmente, e nel periodo 1927/29 il numero di azioni sul mercato raddoppiò, grazie anche agli ingenti prestiti bancari concessi alle famiglie per investire; in un mercato totalmente non regolamentato, il rischio che la situazione sarebbe presto sfuggita di mano era sempre più fondato.

2. Il “Giovedì Nero”: il crollo di Wall Street

Il Big Crash

Sul finire degli Anni ’20 la povertà negli Usa aumentò a ritmo crescente, e il potere d’acquisto delle classi meno abbienti, come agricoltori e operai, andava a calare.

Il dilagare della produzione di massa superò radicalmente la domanda, creando una forte saturazione del mercato e ad una crisi di sovrapproduzione, che colpì vari mercati, tra cui quello immobiliare.

L’effetto si ripercosse sul mercato, mostrando l’aumento impressionante del prezzo delle azioni per quello che realmente era: la più grossa bolla speculativa della Storia.

il 24 Ottobre 1929, nel tragico “Giovedì Nero”, il prezzo delle azioni crollò improvvisamente, scatenando un’ondata di panico tra investitori e famiglie americane: la Borsa di Wall Street era crollata.

Gli effetti del “Giovedì Nero”

Il crollo della Borsa ebbe un effetto a cascata sul resto dell’economia americana, senza lasciare scampo a nessuno; famiglie e imprenditori; ricchi e poveri; americani e immigrati. L’intera popolazione subì le conseguenze della peggior crisi finanziaria di tutti i tempi.

Il primo settore colpito fu quello bancario, in quanto gli investitori finanziari non riuscirono a remunerare gli interessi sui prestiti a causa del crollo delle azioni; le banche si trovarono in una situazione di crisi di liquidità, e ridussero drasticamente i prestiti.

Le imprese, strettamente dipendenti dai finanziamenti bancari, si ritrovarono amputate della maggior fonte di liquidità; fu avviata dalle stesse un’intensa operazione di disinvestimento e di tagli al personale, e l’economia entrò definitivamente in recessione.

Le famiglie si ritrovarono private di potere d’acquisto, e dovettero calare di conseguenza il loro livello di consumo, causando ulteriori crolli della produzione e licenziamenti. La tempesta perfetta.

Le ripercussioni internazionali furono gravissime: il presidente Hoover si rifiutò di svalutare il dollaro(operazione che avrebbe potuto contenere gli effetti all’estero), e la crisi del ’29 si abbatté sui territori europei, in particolare la Germania, che ne uscì devastata.

3. Roosevelt: lo Stato interviene nell’economia

Tre anni dopo il Crollo di Wall Street, nel 1932, Hoover venne sconfitto nelle elezioni da Franklin Delano Roosevelt, del partito democratico.

Il nuovo presidente varò un nuovo corso economico, abbandonando il dogma liberista (secondo cui il mercato si riequilibra spontaneamente) e abbracciando una nuova politica di intervento statale, volta a innalzare il reddito pro-capite, ridurre le disuguaglianze sociali e rafforzare la domanda: il New Deal.

Le politiche del “New Deal”

Le riforme intraprese furono molteplici:

  • venne regolamentato e rivoluzionato il sistema creditizio, e fu concessa la svalutazione del dollaro; questo portò ad un aumento delle esportazioni;
  • fu limitata la sovrapproduzione agricola, mediante l’imposizione alle aziende di un codice di disciplina produttiva e norme sulla concorrenza;
  • venne varata la nuova riforma fiscale, che prevedeva una tassazione progressiva;
  • aumentò la tutela delle organizzazioni sindacali;
  • furono realizzate numerose opere pubbliche;
  • si dotò il Paese di un organizzato sistema previdenziale e pensionistico.

Nonostante il potenziale promettente di tali riforme, i risultati non furono entusiasmanti.

Nella realtà dei fatti, la disoccupazione fu riassorbita grazie alla mobilitazione industriale per la Seconda Guerra Mondiale, che stimolò nuovamente la ripresa dell’economia americana grazie agli ingenti investimenti bellici.

Il successo risiedette nel fatto che secondo l’opinione pubblica la politica aveva saputo dare una risposta alla crisi economica, portando consenso allo Stato e forti aspettative di crescita per il futuro; 

Un nuovo modello: la teoria keynesiana

L’ideologia economica americana ne uscì drasticamente mutata:

  • la “teoria della mano invisibile” di Adam Smith, che sosteneva l’autoregolazione del mercato, venne abbandonata, e lo Stato cominciò ad intervenire nel sistema economico;
  • si affermò l’era del Welfare State, lo Stato del benessere, in cui quest’ultimo si assumeva il compito di tutelare i diritti sociali (salute, assistenza, istruzione);
  • l’impiego nel settore pubblico aumentò drasticamente, portando ad un boom di occupazioni e all’affermarsi di un nuovo modello organizzativo, la burocrazia;
  • venne riconosciuto potere contrattuale dei sindacati, che divennero legittimi interlocutori tra dipendenti e grandi capi.

Figura di spicco della svolta ideologica americana fu l’economista John Maynard Keynes, il quale non fu collaboratore di Roosevelt ma che seppe conquistare con le sue teorie l’appoggio dell’élite intellettuale americana.

Per Keynes non era sufficiente lasciare che il mercato si regoli con il libero gioco della domanda e dell’offerta, era necessaria la presenza di un ente sovraordinato, che avrebbe garantito la corretta funzionalità dell’economia e dei mercati: lo Stato; questo mediante agevolazioni per rilanciare gli investimenti, interventi diretti per sostenere la domanda e assorbimento dell’occupazione nelle imprese pubbliche. 

Tale modello non fu esente da difetti, e Keynes ne era consapevole, ma come lui stesso disse:

“Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”.

L’influenza che Keynes ebbe nella storia economica americana e mondiale fu tale che le sue teorie e le tematiche da lui trattate sono ancora ad oggi centrali nell’elaborazione delle nuove teorie economiche.

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