5. La Prima Guerra Mondiale

5. La Prima Guerra Mondiale

Di cosa parleremo

Loro attaccano, noi attacchiamo. Di tanto in tanto, la forza del nostro assalto è tale che le nubi si squarciano, e lasciano intravedere un mondo oltre la guerra. Fuori dalla nostra portata.

La guerra è il mondo e il mondo è la guerra. 

Ma dietro ogni mirino c’è un essere umano. Quelle persone siamo noi. I cinici e gli ingenui. I giusti e i disonesti. Siamo destinati alla leggenda, o a svanire nella Storia. Siamo cavalieri del cielo, fantasmi del deserto, topi che strisciano nel fango.”

Più di 60 milioni di soldati combatterono nella “Guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre”. Non pose fine a nulla. Invece cambiò il mondo per sempre.

Timeline

  • 1904: Francia e Inghilterra stipulano l’Entente Cordiale, un accordo politico volto a regolare le sfere d’influenza coloniali esercitabili dai 2 Paesi;
  • 1905: prima crisi marocchina; il Marocco viene dichiarato territorio sotto supervisione internazionale francese; isolamento della Germania;
  • 1907: stipulazione della Triplice Intesa tra Francia, Regno Unito e Russia;
  • 1911seconda crisi marocchina; la Francia ottiene libertà d’azione in Marocco in cambio della cessione alla Germania delle colonie nel Congo;
  • 1912: Guerra italo-turca per il controllo della Libia; vittoria italiana;
  • 1912/13: Creazione della Lega Balcanica, che dichiara guerra ai turchi; sconfitta ottomana, liberazione dei territori europei sotto controllo turco e dell’isola di Creta, ceduta ai greci;
  • 28 Giugno 1914assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria; un mese dopo l’Austria dichiara guerra alla Serbia; inizia la Prima Guerra Mondiale;
  • Agosto 1914: la Russia dichiara guerra all’Austria; di risposta, la Germania entra nel conflitto contro Russia e Francia; l’invasione tedesca di Belgio e Lussemburgo provoca l’entrata nel conflitto del Regno Unito; l’Italia annuncia la neutralità;
  • Settembre 1914: la Francia blocca l’offensiva lampo tedesca sul fiume Marna, a 35 km da Parigi;
  • 26 Aprile 1915: stipula del Patto di Londra, l’Italia si impegna ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa;
  • 24 Maggio 1915: l’Italia rompe la neutralità e dichiara guerra all’Austria; si apre un nuovo fronte;
  • Novembre 1915: la Serbia, accerchiata da Austria e Bulgaria, si arrende;
  • Febbraio 1916Battaglia di Verdun tra francesi e tedeschi; esito irrisorio, colossali perdite da ambo le parti;
  • 1915/16: comincia l’eliminazione sistematica della popolazione armena ad opera dei turchi: ancora ad oggi, il Governo di Ankara nega il genocidio armeno;
  • 6 Aprile 1917: gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania ed entrano nel conflitto a fianco dell’Intesa;
  • 24 Ottobre 1917disfatta di Caporetto, le truppe italiane sono costrette a ritirarsi sul fiume Piave;
  • 3 Marzo 1918: a seguito della Rivoluzione d’Ottobre, l’insediato governo russo di stampo bolscevico stipula con gli Imperi Centrali la Pace di Brest-Litovsk; la Russia esce dal conflitto;
  • Agosto 1918Offensiva dei 100 giorni, francesi, inglesi e americani lanciano l’ultima offensiva del fronte occidentale, con discreti successi;
  • 29 Ottobre 1918Battaglia di Vittorio Veneto; vittoria decisiva italiana; l’Austria si arrende ed esce dal conflitto;
  • 11 Novembre 1918: La Germania firma l’armistizio con l’Intesa, la Guerra è finita;
  • 18 Gennaio 1919Conferenza di Pace di Parigi tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia;
  • 28 Giugno 1919Trattato di Versailles, vengono ridisegnati i confini europei; prevale la linea punitiva contro la Germania; vittoria italiana “mutilata” dalle mancate concessioni previste dal Patto di Londra.

1. Verso la Grande Guerra

Come precedentemente anticipato, il contesto che si stava creando in Europa tra fine Ottocento e inizio Novecento faceva presagire forti tensioni tra le potenze europee.

In senso generale, una potente ondata nazionalistica ed imperialistica aveva pervaso le nuove ideologie dei cittadini europei: si supponeva che il forte senso di sovranità nazionale legittimasse il proprio Stato a prevaricare sui rivali europei, economicamente e politicamente.

Un sintomo di tale fenomeno si ebbe con le aggressive espansioni, coloniali e non, a danni soprattutto dei popoli africani e asiatici. La Francia occupò la Tunisia e consolidò il dominio sull’Algeria; il Regno Unito invase l’Egitto e ottenne il controllo dell’altamente strategico Canale di Suez; l’Italia invase la Libia; la Germania conquistò alcuni territori nel Centro Africa e aumentò la sua influenza sul Marocco; l’Impero austriaco guardò con particolare interesse ai Balcani.

Una nuova alleanza

Con riguardo ai singoli Paesi, in Francia la corrente revanscista, desiderosa di vendetta dopo la sconfitta del 1870 con i tedeschi, prese il sopravvento nella maggioranza della popolazione, alimentata ulteriormente dalla contesa con la Germania dei territori di Alsazia e Lorena.

La Gran Bretagna si sentiva profondamente minacciata dalla concorrenza industriale della Germania, mentre la Russia presentava un posizionamento vicino alla Francia contro l’Austria, soprattutto a causa dei suoi interessi nei Balcani.

Queste condizioni geopolitiche agevolarono la convergenza tra le 3 potenze europee; in più, Francia e Gran Bretagna avevano già stipulato un accordo nel 1904, l’Entente Cordiale (in cui si spartirono il diritto di controllo su Egitto, Algeria e Tunisia), rendendoli molto allineati in scelte di politica estera.

L’accordo ufficiale tra Russia, Francia e Regno Unito avvenne nel 1907, con la stipula della Triplice Intesa: era nata una nuova alleanza militare, e lo scontro con la Triplice Alleanza (Austria, Germania e Italia) era sempre più probabile.

Le crisi marocchine

La tensione tra Francia e Germania si era già aggravata nel 1905, quando il kaiser Guglielmo II andò in visita a Tangeri presso il Sultanato del Marocco.

Con questa mossa la Germania prese posizione a favore dell’indipendenza del Marocco, minacciata dalla Francia, forte dell’Entente cordiale del 1904.

Per risolvere la crisi fu convocata la Conferenza di Algeciras nel 1906, a cui parteciparono le maggiori potenze europee (Italia compresa) e gli Stati Uniti; la risoluzione stabilì il controllo internazionale a predominanza francese e spagnola sul Marocco, avvicinando ulteriormente Francia e Regno unito, e isolando di fatto la Germania.

Nel 1911 la crisi si ripeté: La Francia occupò alcune città marocchine, e la Germania di risposta inviò la cannoniera Panther davanti al porto marocchino di Agadir, per intimorire le truppe francesi (ai tempi, le moderne navi militari erano considerate il massimo della tecnologia a cui uno Stato potesse ambire).

La risposta della Gran Bretagna fu immediata, minacciando la Germania di guerra.

Anche in questo caso si giunse ad una risoluzione: La Francia cedette parte del Congo alla Germania, ma ottenne libertà d’azione in Marocco.

Tuttavia, tali accordi stavano soltanto rimandando l’inevitabile; la tensione tra Germania, Francia e Regno Unito era alle stelle, e arrestare l’escalation era ormai impossibile.

La polveriera balcanica

L’area dei Balcani era in quel momento il territorio più conteso dalle potenze europee, per diverse ragioni: 

  • per l’Austria rappresentavano un’area naturale di espansione;
  • la Russia ambiva ad ottenere uno strategico sbocco sul Mediterraneo attraverso i Dardanelli; in più, voleva esercitare la sua influenza in difesa dei popoli slavi e ortodossi;
  • l’Italia voleva consolidare il controllo del Mar Adriatico;
  • la Gran Bretagna vide nei territori balcanici la via commerciale per espandersi verso Oriente;
  • la Serbia, fortemente appoggiata dalla Russia, voleva costituire la “grande Serbia”;
  • Romania, Montenegro e Grecia avevano forti pretese territoriali nell’area.

Il maggiore ostacolo alle ambizioni dei vari stati europei nell’area balcanica era però rappresentato dall’Impero ottomano, la cui influenza nell’area, seppur non più totalmente sotto il suo controllo, restava comunque rilevante.

La minaccia ottomana nel XX secolo fu messa però in seria discussione: nel 1908, i Giovani Turchi(movimento politico ispirato alla Giovine Italia mazziniana) insorsero contro il sultanato assolutista di Abdulhamid II, vincendo e ottenendo il ripristino del Parlamento e della Costituzione, introdotta nel 1876 ma ritirata solo 2 anni dopo.

L’Austria approfittò di tale evento per annettere la Bosnia-Erzegovina (già occupata dal 1878), suscitando le proteste di Russia, Serbia e Italia (nonostante fosse sua alleata, la tensione tra i 2 Paesi rimase alta a causa delle contese territoriali suoi territori di Trento e Trieste).

L’appoggio della Germania fu decisivo nelle risoluzioni internazionali, l’Italia ritirò le sue proteste e la Russia, nonostante il legame con la Serbia, riconobbe l’annessione austriaca, approfittando però di ciò per rinsaldare l’alleanza con Francia e Gran Bretagna.

Nel 1912 i Turchi furono ulteriormente ridimensionati dalla sconfitta militare contro l’Italia, che conquistò il Dodecaneso e la Libia; questo aprì la strada per gli stati balcanici ad una guerra diretta con l’Impero Ottomano.

Serbia, Grecia, Bulgaria e Montenegro si unirono nella Lega balcanica e dichiararono guerra alla Turchia (Prima Guerra Balcanica).

I turchi furono rapidamente costretti a chiedere un armistizio: l’isola di Creta fu ceduta alla Grecia, e tutti i possedimenti europei vennero definitivamente abbandonati.

La questione balcanica non terminò però qui: si sollevò il problema della divisione dei territori conquistati tra la Bulgaria (che rivendicava gran parte della Macedonia) e la Serbia assieme al Montenegro.

Le divergenze furono talmente gravi da portare i paesi della Lega Balcanica allo scontro militare con la Bulgaria, membra stessa dell’Alleanza (Seconda Guerra Balcanica).

La superiorità militare della Lega Balcanica risolse però velocemente il conflitto, costringendo all’armistizio la Bulgaria, che perse gran parte delle conquiste territoriali ottenute nella prima guerra balcanica, mentre la Macedonia venne spartita tra Serbia e Grecia.

Questi eventi gettarono le effettive basi per un enorme conflitto su larga scala, in quanto la Serbia, pur uscita vittoriosa, non conseguì nessuno dei suoi obiettivi strategici:

  • il controllo della Bosnia-Erzegovina fu reso impossibile dall’occupazione austriaca;
  • lo sbocco sul mare non venne clamorosamente ottenuto, a causa della creazione dell’Albania, ufficializzata durante la Conferenza di Londra del 1913.

Verso la Grande Guerra: le cause

Un confitto su scala globale apparve ormai imminente, ma furono varie le cause che portarono il clima europeo sull’orlo della guerra.

Oltre alle svariate contese territoriali sopra menzionate, la rivalità economica tra Gran Bretagna e Germania portò ad un conflitto di interessi riguardo all’egemonia economica nella “Mitteleuropa” e all’influenza nell’area balcanica e del Medio Oriente; più in generale, la rivalità economica si allargò alle maggiori potenze industriali europee per il controllo delle materie prime.

Un’altra causa determinante fu il semplice fatto che già da anni le grandi potenze si stavano preparando per una guerra, tramite una corsa al riarmo preorganizzata e strutturata, grazie anche e soprattutto alla spinta dei grandi gruppi industriali, che avrebbero conseguito ingenti guadagni da un’eventuale guerra.

Infine, le ideologie culturali dei principali paesi europei, come detto, erano attraversate da un fanatismo nazionalista che esaltava la Guerra “come sola Igiene del mondo” (Marinetti), in cui le tesi razziste verso i popoli stranieri (vedi Darwinismo sociale) portarono ad un consolidamento delle ideologie imperialiste in tutto il territorio europeo. Fattore consequenziale, i giovani erano sinceramente affascinati dalla guerra, tanto da esaltarla e considerarla come la definitiva prova di maturità a cui ci si doveva sottoporre prima di entrare nella vera età adulta.

Un’atmosfera così tesa e al contempo surreale attendeva soltanto una scintilla per poter scatenare l’Inferno in Europa, scintilla che giunse infine nell’Estate del 1914: sarebbero da lì cominciati i 30 anni più difficili della storia europea moderna.

2. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale

La famosa “goccia che fece traboccare il vaso”

Il 28 Giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando (erede al trono dell’impero austro-ungarico) venne assassinato insieme alla moglie dal rivoltoso bosniaco Gavrilo Princip a Sarajevo, durante una visita ufficiale nella città

La reazione austriaca fu immediata: il 23 luglio vennero mosse pesanti accuse sulla responsabilità dell’attentato alla Serbia. Che i serbi fossero responsabili dell’assassinio dell’Arciduca, questo non fu mai provato; era altresì vero che l’Austria stava solo attendendo un pretesto per proseguire l’espansione nei Balcani, e tale attentato rappresentava un’occasione troppo invitante per l’Impero asburgico.

Nell’incertezza che seguì a tale scioccante evento, l’unica cosa certa fu l’invio di un ultimatum austriaco alla Serbia, sempre il 23 Luglio: entro 48 ore la Serbia avrebbe dovuto garantire la soppressione delle organizzazioni irredentiste slave, il divieto assoluto di propaganda antiaustriaca e un’inchiesta sull’attentato condotta da una commissione serbo-austriaca; le richieste erano inattuabili, e l’ultimatum venne respinto.

Il 28 Luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, provocando la mobilitazione generale e l’entrata in guerra della Russia, a difesa dell’alleato serbo.

La catena delle alleanze fece precipitare in maniera drastica la situazione: la Germania dichiarò guerra alla Russia e alla Francia rispettivamente l’1 ed il 3 Agosto, e attaccando i neutrali Belgio e Lussemburgo provocò l’entrata del conflitto anche del Regno Unito (4 Agosto).

Il conflitto si estese rapidamente anche al di fuori dei territori europei: poche settimane dopo (23 agosto) anche il Giappone entrò nel conflitto, in quanto alleato della Gran Bretagna; l’Impero Ottomano, affine alla Germania e timoroso dell’espansione russa, si unì il 12 novembre agli Imperi centrali.

La polveriera europea scatenò violente conseguenze in ogni angolo del globo: de facto, era appena scoppiata la Grande Guerra, in quello che sarebbe stato il più grande conflitto armato mai combattuto fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Nel contesto di guerra totale che permeava l’Europa, sorprese e non poco la decisione italiana di dichiarare la neutralità, in quanto membro della Triplice Alleanza. Tale patto era però difensivo, e l’Italia non si sentì legittimata a prendere parte al conflitto in quanto fu l’Austria ad attaccare per prima la Serbia; in più, l’Italia non venne minimamente informata dagli alleati sulle scelte prese, delegittimando ulteriormente l’entrata in guerra a fianco di Austria e Germania.

Le prime fasi: il Piano Schlieffen e la Guerra di posizione

La Germania si trovò coinvolta in una guerra su 2 fronti, contro Francia (Fronte Occidentale) e Russia (Fronte Orientale). Fu avviato quindi il Piano Schlieffen, che prevedeva un’immediata offensiva sul Fronte Occidentale, cercando l’aggiramento delle truppe francesi mediante l’invasione di Belgio e Lussemburgo e sfruttando la finestra temporale causata dall’assenza momentanea di truppe britanniche nei territori francesi.

Il Piano parve riuscire, ma l’esercito francese riuscì a bloccare l’avanzata tedesca sul fiume Marna, a soli 35 km da Parigi, tra il 6 e il 12 Settembre. 

Sul Fronte Orientale la situazione fu diversa: l’esercito tedesco e quello austriaco dovettero combattere congiuntamente contro l’imponente Impero Russo, su un fronte di oltre 1000 km.

Le prime fasi del conflitto volsero a favore degli Imperi Centrali anche sul fronte russo, con le vittorie di Tannenberg (Agosto 1914) e dei Laghi Masuri (Settembre 1914), ma anche qui presto la guerra giunse ad una situazione di stallo: il progetto tedesco di una guerra lampo naufragò.

Si passò ben presto ad una situazione di Guerra di posizione (anche se il Fronte Orientale rimase più mobile per tutta la durata del conflitto), in cui gli eserciti si trovarono schierati uno di fronte all’altro in trincee, a contendersi pochi km di terreno con attacchi di fanteria, completamente alla mercè dei bombardamenti nemici. La Guerra non sarebbe terminata a breve.

3. L’Italia in Guerra e gli eventi del 1915/16

Nell’Agosto del 1914, il Presidente del Consiglio Salandra proclamò la neutralità italiana nel conflitto: Austria e Germania non erano state aggredite, da un punto di vista giuridico l’Italia non era quindi vincolata ad entrare in guerra al fianco dei 2 Imperi.

Questa fu la giustificazione di facciata, nella realtà dei fatti il fronte interno era spaccato tra neutralisti (maggioranza in Parlamento) e interventisti.

Nel dettaglio, la maggioranza neutralista era composta dai seguenti movimenti:

  • socialisti, che consideravano la Grande Guerra un conflitto di stampo puramente capitalistico;
  • cattolici e la Chiesa (Papa Benedetto XV definì la guerra come ”un’orrenda carneficina (…) che disonora l’Europa” e “un’inutile strage”);
  • i parlamentari liberali, guidati dall’intramontabile Giolitti, che videro nella neutralità italiana una mossa politica verso l’Austria, che avrebbe ricompensato l’Italia con Trento e Trieste come premio per la neutralità.

È sicuramente un dettaglio da evidenziare come i 2 grandi gruppi che si battagliarono la maggioranza parlamentare per tutta l’età giolittiana (cattolico-liberali vs socialisti) si ritrovarono uniti e compatti alla guida del posizionamento neutrale dell’Italia, seppur con interessi diversi.

Sul lato opposto, gli interventisti presentavano una composizione più variegata, e, nonostante fossero in minoranza, un’influenza politica pari se non superiore ai neutralisti:

  • nazionalisti e irredentisti, che volevano liberare Trento e Trieste, sostenevano vivamente l’entrata in guerra contro l’Austria; tra i maggiori esponenti del movimento, merita una particolare menzione il celebre Gabriele D’Annunzio, intellettuale ed artista poliedrico di inizio Novecento;
  • le alte cariche dell’esercito e l’Ambiente di Corte, per ragioni di prestigio;
  • gruppi industriali, per gli enormi profitti economici potenzialmente ricavabili da un’entrata nel conflitto;
  • porzioni minoritarie di socialisti e democratici, che videro nella guerra la possibilità di una caduta definitiva degli stati autoritari in Europa, sostenendo quindi un’entrata nel conflitto a fianco dell’Intesa;
  • Benito Mussolini, espulso dal partito socialista per la sua posizione interventista;
  • Sindacalisti rivoluzionari, che volevano sfruttare il conflitto per mettere in discussione le strutture sociali e lo status quo all’epoca vigente.

Dopo quasi un anno di tensioni e tentennamenti tra le parti, il Presidente del Consiglio Salandra e il Ministro degli Esteri Sonnino decisero, in gran segreto con il Re Vittorio Emanuele III, che l’Italia sarebbe entrata in guerra.

L’unico dubbio fu: “A fianco di chi?”.

Il Patto di Londra

Furono numerose le consultazioni segrete tra l’Italia e le 2 alleanze; nonostante i tentativi di Sonnino, l’Austria non aveva la minima intenzione di cedere il Trentino e la città di Trieste al Regno in cambio dell’ingresso italiano nel conflitto.

Le trattative con l’Intesa presentarono invece maggiori margini di trattativa, e presto giunse l’accordo.

Il 26 Aprile 1915 Sonnino firmò con i rappresentanti di Francia e Regno Unito in gran segreto il Patto di Londra: in cambio dell’entrata in guerra dell’Italia entro un mese, gli alleati avrebbero garantito, in caso di vittoria, l’ottenimento italiano di Trento e Trieste, del Sud Tirolo, di Istria (esclusa la città di Fiume) e Dalmazia, della base di Valona in Albania, la Sovranità sulle isole del Dodecaneso e il diritto di sfruttamento del Bacino carbonifero di Adalia (Turchia), oltre a diversi compensi coloniali.

Il 3 Maggio 1915 l’Italia uscì dalla Triplice Alleanza; tale decisione aggravò il clima di tensione tra le 2 fazioni in tutto il territorio nazionale, portando a proteste e scioperi durante tutto il mese (gli interventisti denominarono questo periodo “le Radiose giornate di Maggio).

Giolitti, fermo neutralista, aveva capito che il Governo italiano era ormai in procinto di dichiarare guerra agli Imperi Centrali; il 9 Maggio, l’ex Premier si recò a Roma e prese le redini della maggioranza parlamentare neutralista, galvanizzandone i membri. 

La mossa politica di Giolitti spiazzò completamente gli interventisti e scombinò i piani di Salandra e del re Vittorio Emanuele: Giolitti infatti, grazie alla fiducia della maggioranza dei deputati della Camera, aveva tecnicamente il potere di revocare il Patto di Londra.

Solo la martellante campagna propagandistica, sponsorizzata dai grandi gruppi industriali e dall’élite intellettuale della nazione, riuscì a ribaltare l’ago della bilancia verso l’interventismo, permettendo di fatto al governo Salandra di ratificare il Patto.

Il 24 Maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Impero Austro-Ungarico, ma non alla Germania, nella debole speranza di non inimicarsi eccessivamente i tedeschi (la dichiarazione di guerra alla Germania era comunque inevitabile, e giunse infine nell’Agosto del 1916).

Nacque un nuovo fronte sulle Alpi, e l’Italia si unì ufficialmente all’Intesa.

1915/16: il fronte italiano

Gli scontri principali tra il Giugno e il Dicembre 1915 impegnarono italiani e austriaci sul fiume Isonzo (fronte sul quale fino al Novembre 1917 furono combattute ben 12 battaglie), mentre al contempo venne lanciata un’offensiva italiana sull’Altopiano del Carso.

L’esercito italiano mandato all’assalto nell’altopiano non era però adeguatamente preparato ad un attacco di questo tipo: i successi furono pochi e molte furono le perdite (50.000) tra morti e feriti.

Lo scontro sul fronte alpino passo anch’esso rapidamente da un conflitto mobile ad una guerra di posizione, in territori però geograficamente molto più impegnativi per le truppe rispetto ai fronti continentali.

Dopo mesi di stallo, gli austriaci lanciarono nel Giugno 1916 la Strafexpedition, La spedizione punitiva contro i traditori (agli occhi loro) italiani, arrivando ad occupare Asiago (Vicenza, Veneto).

La difesa italiana riuscì a resistere all’offensiva, e reagì con una potente controffensiva nella parte più orientale del fronte, arrivando a liberare Gorizia il 9 Agosto.

Tali eventi furono però soltanto delle eccezioni rispetto allo statico svolgimento quotidiano della guerra, in cui italiani e austriaci, a seguito delle continue “Spallate autunnali del Carso”, offensive reciproche senza successo, consolidarono ulteriormente le loro posizioni: si raggiunse lo stato di Guerra di logoramento.

La condizione italiana

L’Italia affrontò la guerra completamente impreparata dal punto di vista militare:

  • l’entrata in guerra fu decisa solo per ragioni politiche, quando nella realtà dei fatti i soldati e gli ufficiali non erano preparati a sufficienza, abituati invece alle tattiche di guerra adottate con i libici solo 3 anni prima, completamente opposte sia dal lato geografico che logistico (il supporto della marina nella guerra con i turchi fu determinante, mentre contro gli austriaci ebbe un’importanza solo marginale);
  • i soldati venivano mandati all’attacco senza un vero criterio logico di fondo, esponendoli al fuoco nemico e ai devastanti colpi di artiglieria delle retrovie austriache; la maggiore responsabilità di ciò fu attribuibile al Comandante Supremo Luigi Cadorna, che mal analizzò la situazione militare;
  • nelle trincee, ben presto, si diffusero gravi malattie (le condizioni erano pietose e il clima alpino peggiorò ulteriormente la situazione);
  • rifornimenti erano estremamente difficoltosi, a causa delle risicate linee di rifornimento causate dalla conformazione territoriale del fronte.

Numerose furono le testimonianze della condizione italiana nelle trincee, specialmente per mezzo delle lettere che i soldati inviavano alle famiglie.

Tra le più celebri, Veglia, una delle tante poesie scritte dal celebre poeta Giuseppe Ungaretti mentre era impegnato al fronte:

“Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno 

massacrato 

con la sua bocca 

digrignata

volta al plenilunio 

con la congestione delle sue mani 

penetrata 

nel mio silenzio 

ho scritto 

lettere piene d’amore.

Non sono mai stato 

tanto 

attaccato alla vita.”

G. Ungaretti

1915/16: gli altri fronti

Mentre il conflitto italo-austriaco proseguiva a suon di spallate prive di effetti, qualcosa si mosse nelle altre parti d’Europa, nonostante non cambiò l’assetto di base di guerra di posizione tra i contendenti.

Sul Fronte Orientale la Russia subì altre sconfitte, specialmente la seconda battaglia dei Laghi Masuri, che non causarono di per sé particolari stravolgimenti sul campo, ma che alimentarono moti rivoluzionari di protesta nel fronte interno russo; la situazione per la Russia da lì a pochi mesi sarebbe definitivamente precipitata.

La Bulgaria entrò in guerra a fianco degli Imperi Centrali nel 1915, soprattutto per vendicare la sconfitta della Seconda Guerra Balcanica: la Serbia si trovò accerchiata, e crollò definitivamente nel Novembre dello stesso anno, con l’occupazione da parte austriaca fino alla fine della guerra.

Sul Fronte Occidentale la Germania, dopo aver occupato importanti zone industriali della Francia e del Belgio, lanciò nel Febbraio 1916 la sua più potente offensiva dal Piano Schlieffen, che sarebbe culminata nella famosa quanto tragica Battaglia di Verdun, che costò 700.000 morti tra i due contendenti, senza apportare di fatto alcun cambiamento al conflitto. 

L’offensiva tedesca fu invero inizialmente efficace, tanto che conquistarono i forti posti a difesa della città di Verdun, facendo un uso spregiudicato di nuove tecnologie belliche come attacchi con largo uso di gas e lanciafiamme.
I francesi, dopo una fase iniziale di arretramento, decisero però di combattere sino all’ultimo uomo: il risultato fu una carneficina da ambo le parti, si era deciso di combattere fino allo strenuo per ragioni puramente simboliche (un ritiro da Verdun non avrebbe provocato gravi conseguenze sul piano militare), col risultato di aver innescato una delle peggiori disgrazie della Prima Guerra Mondiale. 

Il 24 Giugno 1916, per porre termine all’azione tedesca su Verdun, gli alleati anglo-francesi lanciarono una pesante offensiva sul fiume Somme, lanciando all’attacco quasi 20 divisioni.

La Battaglia delle Somme si sviluppò su un fronte di 40 km, dando luogo a una lunga e cruenta battaglia di logoramento (nemmeno l’introduzione sul campo dei primi modelli di carro armato, i Mark I inglesi, riuscì a sovvertire la situazione di stallo) fino al 26 novembre: una seconda carneficina, per un totale di 1 milione di perdite, spartite in maniera simile tra le parti.

Dal mese di luglio, la battaglia della Somme indebolì l’armata tedesca a Verdun; i francesi lanciarono quindi una controffensiva e i forti a difesa della città furono nuovamente riconquistati, ripristinando di fatto lo status precedente all’offensiva tedesca.

Di questa battaglia, rimase soltanto l’infelice detto dei reduci: “Se non avete visto Verdun, non avete visto niente della guerra“.

La Guerra non si combatté unicamente su terra: il Regno Unito, dotato della marina migliore al mondo, dispose un blocco navale sugli Imperi Centrali, provocando specialmente crisi di stampo economico sul fronte interno tedesco.

La Germania decise quindi di affrontare gli inglesi via mare nella Battaglia dello Jutland nel Mar del Nord (maggio 1916), ma con scarso successo (vittoria tattica tedesca, ma consolidamento strategico inglese nel Mare del Nord).

Un conflitto aperto con la marina inglese significava andare incontro ad una sconfitta strategica certa; perciò i tedeschi iniziarono una guerra sottomarina contro le navi che portavano rifornimento ai nemici, ottenendo discreti risultati grazie alle loro azioni di sabotaggio.

4. Nei meandri della Guerra: tra l’avvento tecnologico e l’Inferno delle trincee

La tecnologia al servizio degli eserciti

La necessaria conversione bellica delle maggiori industrie nazionali provocò un’innovazione tecnologica senza precedenti.

Oltre alla già menzionata introduzione del carro armato, furono svariate le novità belliche durante la Grande Guerra.

Venne perfezionato l’aereo, rendendolo il mezzo ideale per ricognizioni ed incursioni (merita una menzione d’onore il tedesco Manfred von Richthofen, detto il “Barone Rosso”, autore di 80 vittorie e asso dell’aviazione)

Le trincee hanno inoltre bisogno di armi che arrivino alle linee nemiche, da qui lo sviluppo di cannoni a lunga gittata, bombe a mano e lanciafiamme; di pari passo, la guerra a distanza tra l’invenzione delle maschere a gas e composti in grado di superarne la difesa.

sottomarini diventarono una risorsa molto temuta, anche se la guerra sottomarina venne momentaneamente sospesa a causa dell’affondamento nel Maggio 1915 del Lusitania, transatlantico inglese proveniente dagli Usa, in cui persero la vita centinaia di americani; per evitare l’allargamento americano nel conflitto, la Germania decise di interrompere i sabotaggi navali.

La condizione nelle trincee

La trincea, che altro non era se non un fossato scavato nel terreno al fine di offrire riparo al fuoco nemico, raggiunse un livello di utilizzo durante la Prima Guerra Mondiale che in pochi si aspettarono.

Un sistema di difesa così arcaico provocò numerosi disagi tra le fila dei soldati, per vari motivi:

  • sporcizia, erano infatti luoghi dotati di una totale mancanza di igiene, proliferando topi e malattie;
  • scarsa protezione dai fenomeni atmosferici, nelle stagioni più ardue i soldati erano di fatto immersi nel fango, sotto un gelo continuo;
  • l’altissimo stato di tensione continua; la martellante sensazione di morte incombente, dovuta soprattutto alle artiglierie, e lo spettacolo agghiacciante offerto dalle pile di cadaveri sparse tra le trincee, nella terra di nessuno, logoravano la mente dei soldati. 

Ma il momento peggiore fra le trincee era sicuramente l’assalto: il suo preannuncio era infatti di pochi minuti, rendendone l’attesa angosciante.

Una forza che permetteva ai soldati di continuare a combattere, nonostante tutte queste condizioni, fu la solidarietà

La consapevolezza di essere sostanzialmente “tutti sulla stessa barca” e il senso di comunanza diedero un senso di unione e di coesione tra i soldati, migliorando, nella maggior parte dei casi, un morale ormai a terra.

5. Il fronte interno: la mobilitazione totale

La Grande Guerra ebbe effetti dirompenti su tutta la popolazione delle potenze coinvolte.

Non solo furono coinvolti i civili vicini al fronte, vittime inermi degli eventi diretti del campo di battaglia, ma anche le comunità lontane dai combattimenti, soprattutto a causa della mancanza di reddito generata dall’assenza degli uomini inviati al fronte, che ai tempi rappresentavano la maggior fonte di sostentamento per le famiglie.

La carenza di materie prime portò al razionamento interno, e ad un ulteriore aggravamento delle condizioni sociali della popolazione.

Dall’altra parte, per tenere il ritmo con la domanda di guerra, il settore industriale (siderurgia, meccanica, chimica, tessile) si sviluppò in misura imponente, sotto però un regime puramente statalista, contro il principio di libera concorrenza.

I Paesi europei si trovarono infatti in una condizione di economia di guerra, dove l’assetto produttivo venne radicalmente riorganizzato dall’intervento massiccio dello Stato, contro i valori liberisti su cui la maggior parte delle potenze europee era allineata prima dello scoppio del conflitto.

Questo portò ad un aumento della burocrazia, ad una netta dominanza degli stati maggiori nel processo decisionale statale e al sopravvento dei governi sui parlamenti (caratteristica molto tipica in presenza di forti crisi). Per le correnti più estremiste, questa visione di Governo venne percepita come una vera e propria dittatura militare.

L’opposizione, in particolare quella socialista, provò a farsi sentire tramite conferenze e riunioni tra i maggiori esponenti europei del socialismo, come la Conferenza internazionale di Zimmerwald del 1915, senza sortire però particolari effetti.

Gli Stati, già in difficoltà sul fronte, non si potevano permettere un crollo del morale anche sul fronte interno; fu quindi esercitata una massiccia campagna propagandista tramite manifesti, giornali, film e libri allo scopo di tenere alta la considerazione della guerra e i valori che essa rappresentava facendo leva sullo spirito nazionalista del popolo, sortendo effettivamente un discreto successo.

6. Il genocidio armeno

Nel 1890 l’Impero Ottomano presentava numerose minoranze etniche nei suoi territori; tra le più rilevanti vi erano i 2 milioni di armeni (cristiani) risiedenti nella parte più orientale del Paese, al confine con l’Iran.

Dopo le varie indipendenze ottenute da Grecia, Romania, Bulgaria e Serbia nel corso del tardo Ottocento – Inizio Novecento, anche gli armeni iniziarono a rivendicare l’autonomia territoriale.

Come risposta, il Governo ottomano incoraggiò tra i Curdi (musulmani) sentimenti di odio anti-armeno, che, sommato al nazionalismo intrinseco del movimento dei Giovani Turchi, creò il presupposto ideale per una vera e propria persecuzione razziale verso la popolazione armena.

Tra il 1915 e il 1916 cominciò una fase di eliminazione sistematica degli armeni: ne fu ordinata la deportazione nelle aree più remote del Paese e furono uccise circa 1 milione di persone, la metà della popolazione armena.

Ancora oggi, il governo turco non riconosce la responsabilità dello Stato in quei tragici eventi, e la negazione del genocidio armeno rappresenta uno dei maggiori motivi che impediscono alla Turchia l’ingresso nell’Unione Europea e la sua piena integrazione con l’Occidente.

7. L’anno della svolta: il 1917

L’ingresso americano in guerra

Nonostante la breve interruzione a seguito dell’affondamento del Lusitania, la guerra sottomarina riprese e divenne sempre più violenta, a causa delle crescenti difficoltà economiche a cui erano sottoposti gli Imperi Centrali, rese ancora più proibitive dal blocco navale in guerra.

Gli interessi commerciali americani, fondamentali per uscire dalla crisi che aveva precedentemente colpito l’economia americana, erano profondamente a rischio.

Gli Stati Uniti d’America dichiararono guerra alla Germania il 6 Aprile 1917, anche se per tutto l’anno e per parte del 1918 il loro principale contributo fu il rifornimento continuo di armi e risorse di ario tipo all’Intesa; bisognerà infatti aspettare il Maggio 1918 per i primi afflussi pesanti di truppe americane.

Ad ogni modo, l’entrata in guerra degli Usa sancì un netto punto a favore per l’Intesa a livello logistico e di approvvigionamento delle risorse, e, in futuro, anche a livello di capitale umano.

L’uscita della Russia dal conflitto

Mentre sul fronte occidentale e alpino la guerra mantenne il suo assetto di stallo, all’inizio del 1917 il fronte orientale si caratterizzò per i successi continui di Germania e Austria, che giunsero ad occupare la quasi totalità delle odierne Polonia, Romania e Lituania; il crollo del fronte interno russo a causa dei disagi tra la popolazione civile e le ripetute sconfitte militari portarono nel Marzo 1917 alla Rivoluzione di Febbraio (secondo il calendario russo), che comportò il rovesciamento del regime zarista e l’istituzione di una Repubblica, che ebbe però vita molto breve.

Il ritorno di Vladimir Lenin dalla Svizzera, supportato anche dall’intelligence tedesca, suscitò un’ondata di agitazione popolare che culminò con la Rivoluzione d’Ottobre, che segnò l’inizio dell’età sovietica.

Il nuovo governo di stampo bolscevico, fermo sostenitore del ripudio alla guerra e consapevole dei danni che il conflitto stava arrecando alla Russia, stipulò con gli Imperi Centrali il Trattato di Brest-Litovsk, il 3 Marzo 1918, anche se di fatto l’apporto della Russia nella guerra era già drasticamente venuto a meno nel corso del 1917.

Il trattato previse la cessione alla Germania della Polonia e dei Paesi Baltici, oltre che il riconoscimento dell’indipendenza ucraina, considerata fondamentale dai tedeschi per la sua grande disponibilità di terreni coltivati, necessari per rifocillare le truppe.

L’effetto più rilevante che la crisi interna russa provocò fu l’inutilità da parte di Germania ed Austria di detenere truppe su un fronte orientale ormai in dissoluzione; la maggior parte delle divisioni vennero quindi spostate sul fronte occidentale ed alpino.

L’ago della bilancia si era vistosamente mosso, almeno per il momento, verso gli Imperi Centrali.

La disfatta di Caporetto

Lo spostamento di gran parte delle truppe austriache sul fronte italiano crearono i presupposti per una nuova offensiva austriaca, che giunse il 24 Ottobre 1917.

Le truppe austriache sfondarono le linee nemiche a Caporetto, costringendo l’esercito italiano ad una frenetica quanto disorganizzata ritirata.

Tale disfatta poteva rappresentare la sconfitta italiana e la fine della guerra sul fronte alpino, ed una probabile vittoria definitiva degli Imperi Centrali anche sul fronte occidentale; d’altra parte, gli austriaci erano riusciti a superare le Alpi, l’ostacolo naturale per eccellenza di tutto il fronte, e un allargamento dell’offensiva su tutto il Veneto, territorio nettamente pianeggiante, non era così improbabile.

L’esercito italiano riuscì però incredibilmente a ricompattarsi, e, sotto la guida del generale Armando Diaz, a organizzare un nuovo fronte lungo il fiume Piave: nonostante la perdita del Friuli e di buona parte del Veneto, la sconfitta totale italiana fu scongiurata.

A seguito della disfatta, venne presieduto un nuovo governo sotto la guida di Vittorio Emanuele Orlando, e Cadorna venne sostituito nell’incarico dallo stesso Diaz.

Il fronte interno fu però altamente scosso da tali eventi: notizie tragiche giungevano dai fronti, e a causa dei razionamenti statali e alla carenza di cibo, nelle città si iniziò a soffrire la fame; vari scioperi e scontri si succedettero nelle principali piazze italiane e il malcontento dilagava.

Ma ciò non avvenne solo in Italia: ormai tutte le popolazioni europee delle potenze coinvolte nel conflitto si trovavano in una situazione insostenibile:

volente o nolente, la guerra non avrebbe avuto vita ancora troppo lunga.

8. 1918: La fine della Guerra

Entrambi gli schieramenti erano allo stremo delle loro forze, un collasso delle forze in campo era ormai prossimo.

Nella primavera del 1918 la Germania lanciò la sua ultima offensiva (Offensiva di Primavera), ben consapevole che non avrebbe avuto le risorse sufficienti per altri grandi attacchi; nonostante alcuni successi tattici, francesi e inglesi respinsero l’offensiva, e l’operazione tedesca fallì miseramente.

Nel mentre, un abbondante flusso di truppe americane giunse a rinforzare il fronte occidentale, e l’Intesa organizzò a sua volta una nuova offensiva, avviata nell’Agosto 1918 (Offensiva dei 100 giorni).

Gli alleati americani e anglo-francesi riuscirono a riconquistare i territori persi durante l’Offensiva di Primavera e a sfondare la linea difensiva tedesca Hindenburg nella Battaglia di Cambrai-San Quintino (Settembre-Ottobre 1918), ma non a sconfiggere definitivamente l’esercito tedesco, ancora fermo su posizioni più arretrate ma ormai impossibile da mantenere compatto a lungo.

Nel frattempo, il 29 Ottobre 1918, dopo un’eroica resistenza di un anno sul fiume Piave, l’esercito italiano passò alla controffensiva, sorprendendo gli austriaci. Le linee nemiche furono sbaragliate, e l’esercito italiano ottenne una storica vittoria nella Battaglia di Vittorio Veneto. L’Austria, frantumata internamente e con l’esercito in fuga, alzò bandiera bianca: il 3 Novembre 1918 venne firmato l’armistizio tra Italia ed Austria a Villa Giusti, Padova.

Immediatamente dopo, il 9 Novembre, venne proclamata la Repubblica in Germania; 2 giorni dopo la Repubblica fu proclamata anche in Austria, e Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia furono dichiarate indipendenti.

Nello stesso giorno venne firmato l’Armistizio di Compiègne, che sancì la vittoria dell’Intesa ai danni dei tedeschi.

La guerra era finita, al prezzo di 15 milioni di morti, di cui 650mila italiani.

I trattati di pace

Il 18 Gennaio 1919 le potenze vincitrici si riunirono alla Conferenza di pace di Parigi, con la forte responsabilità di dover porre i paletti per il futuro assetto dell’Europa.

Si evidenziò però un netto conflitto di interessi tra i vincitori:

  • gli Stati Uniti volevano applicare nella realtà dei fatti il discorso dei “Quattordici punti” declamato dal Presidente americano Woodrow Wilson al congresso, basato sul rispetto dell’autodeterminazione delle nazioni, secondo principi democratici;
  • la Francia puntava ad indebolire e umiliare la Germania;
  • la Gran Bretagna mirava ad evitare il collasso tedesco (visione opposta alla Francia), in quanto riteneva fondamentale una solida presenza tedesca per garantire equilibrio all’Europa;
  • l’Italia voleva i territori che gli erano stati promessi alla ratifica del Patto di Londra.

La discussione principale nel corso dei colloqui di pace riguardò il comportamento da attuare verso la Germania, in cui si opposero 2 posizioni: la linea umiliatrice del Primo Ministro francese Clemenceau, che voleva unicamente piegare la Germania sotto il giogo dei vincitori, e la linea liberale di Wilson, che prevedeva l’equilibrio tra le Nazioni e il rispetto dei popoli.

A causa del maggior coinvolgimento dei francesi nel conflitto rispetto agli altri vincitori, prevalse infine la linea punitiva.

I successivi trattati di pace (il più famoso quello di Versailles, stipulato il 28 Giugno 1919) decretarono le seguenti misure:

  • indipendenza di Ungheria, Cecoslovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania; formazione della Jugoslavia nei Balcani;
  • l’Austria ne uscì territorialmente ridimensionata, conservando unicamente i territori a matrice prettamente austriaca (come previsto dal criterio di autodeterminazione dei popoli);
  • Palestina e Iraq passarono alla Gran Bretagna e la Siria alla Francia;
  • la Germania, ritenuta responsabile del conflitto, fu costretta a pagare i danni di guerra (132 miliardi di marchi-oro), la sua flotta ed il suo esercito vennero totalmente ridimensionati, perse tutte le sue colonie, cedette Alsazia e Lorena alla Francia (oltre che le miniere della Saar per quindici anni), vari territori a Danimarca e Polonia, e furono annullati gli accordi di Brest-Litovsk;
  • la Turchia perse tutti i suoi territori europei (tranne Istanbul) e fu creata la Grande Armenia (in seguito aggredita e annessa da Turchia e URSS).

E l’Italia? L’Italia ricevette il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia e Trieste, ma per i capi di Stato italiani questo non fu ritenuto sufficiente; erano stati espressamente richiesti gli altri territori stabiliti nel Patto Di Londra.

Gli altri stati vincitori non vollero colonie italiane in Europa (contro il principio di autodeterminazione); vane furono le proteste dei rappresentanti italiani, che non ottennero altri territori; la decisione suscitò un tale sdegno che Orlando e Sonnino abbandonarono i colloqui, escludendo di fatto l’Italia dai successivi accordi presi tra le potenze vincitrici.

Questo evento decretò nell’opinione pubblica italiana l’idea di vittoria mutilata, un successo amaro che di fatto però completò, dopo decenni di attese, l’età risorgimentale italiana.

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