4. Strutturalismo: Lévi-Strauss

4. Strutturalismo: Lévi-Strauss

1. Lévi-Strauss

Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009) nasce a Bruxelles e cresce in una famiglia ebraica. Presto si trasferisce a Parigi, dove inizia la formazione culturale del bambino, in un ambiente creativo molto stimolante anche grazie al padre Raymond, pittore ritrattista che stimola e incuriosisce molto il figlio.
Claude si laurea in filosofia, ma non ne è molto appassionato; inizia comunque ad insegnare in una scuola, mentre cerca di assorbire tutte le possibilità culturali che Parigi ha da offrire e si avvicina alla politica (in particolare, al socialismo). 

Si appassiona in breve tempo all’etnologia e più in generale alle scienze umane, ispirato da modelli fondamentali come il sociologo Émile Durkheim e l’etnologo Lucien Lévy-Bruhl. L’incontro con alcune figure note nell’ambito accademico lo stimola ad approfondire questo nuovo interesse, così come la scoperta della psicanalisi di Freud. Dal 1935 al 1938 diventa docente dell’Università di San Paolo in Brasile, e qui ha modo di entrare in contatto in prima persona con le popolazioni indigene delle aree amazzoniche: questa tappa segnerà la sua carriera e la sua vita. 

Nel 1939 torna in Francia, ma solo due anni dopo è costretto ad imbarcarsi verso gli Stati Uniti a causa delle persecuzioni contro gli ebrei. In America riprende l’insegnamento e fonda insieme ad altri accademici fuggiti dall’Europa una scuola popolare. Tra i molteplici accademici con cui entra in contatto Jakobson svolge un ruolo chiave, soprattutto per quanto riguarda il tema della linguistica strutturale, nel realizzare il suo metodo di indagine strutturalista, che sfocerà nella nascita dell’antropologia strutturale. Un altro incontro molto significativo è quello con Franz Boas, uno dei padri dell’antropologia americana, figura fondamentale per la formazione di Lévi.

Alla fine degli anni Quaranta fa ritorno in Francia, dove riprende l’insegnamento universitario. 

Lévi-Strauss viene considerato il padre dello strutturalismo, ideologia che ha dominato le scene del secolo scorso. Secondo chi vi aderisce, ogni oggetto costituisce una struttura, un insieme globale i cui elementi considerati singolarmente non hanno valore funzionale, ma lo assumono nelle relazioni di ciascun elemento rispetto a tutti gli altri dell’insieme, per opposizione e per distinzione. Le strutture sono concetti astratti che hanno un valore inconscio, sono comuni a tutti gli esseri umani e permettono agli esseri umani di organizzare il pensiero secondo poli opposti, non binari. Le strutture permettono di osservare e classificare la realtà, e si formano basandosi su specifici modelli che l’antropologo dev’essere in grado di distinguere per arrivare al vero pensiero dell’individuo.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta del ventesimo secolo, Lévi inizia a raccogliere una serie di scritti che raccoglie in un unico volume, denominato “Antropologia strutturale” (1958), all’interno del quale indaga molti fenomeni, aventi funzione comunicativa, che interessano l’uomo nella collettività e quali sono i meccanismi inconsci sottesi ad essi. Tra i temi principali trattati da Lévi, grande appassionato di etnologia, ci sono vari temi trattati ampiamente da molti antropologi nel corso della storia, come l’etnocentrismo; la parentela; il contatto tra culture; il totemismo; l’invenzione dei miti. 

Uno degli argomenti che più approfondisce è sicuramente la parentela, soprattutto nell’opera “Le strutture elementari della parentela” (1949); da questa analisi emergono due punti chiave:

  • l’importanza di proibire l’incesto, il cui divieto sancisce il passaggio “da natura a cultura”. Nonostante l’incesto sia vietato a livello globale (soprattutto l’incesto con genitori, figli e fratelli e sorelle), a seconda della cultura può essere permesso sposare parenti più o meno stretti in quanto a grado di parentela. “Nel nostro codice civile, per esempio, i figli adottati di una coppia non possono sposarsi tra loro, nemmeno nel caso in cui la loro origine biologica sia accertata come assolutamente diversa. La proibizione dell’incesto, il divieto di unirsi a individui proibiti, è infatti una regola culturale, non un dato di natura.” (Ugo Fabietti, “Elementi di antropologia culturale”) Il punto centrale della teoria di Lévi è legato al fatto che sostenere l’incesto significherebbe impedire lo scambio culturale e le comunicazioni tra gruppi culturali diversi. Gli aspetti centrali della questione non sono quindi biologici, psicologici né religiosi. Con il termine “esogamia” si fa riferimento all’unione matrimoniale di un individuo all’esterno del gruppo, mentre “endogamia” indica invece l’unione matrimoniale di un individuo all’interno del gruppo. Tra le due, la pratica incoraggiata da Lévi è ovviamente l’esogamia;
Lévi-Strauss
L’unione matrimoniale è esogamica se riferita al gruppo compreso nella linea continua; è endogamica in riferimento alla cerchia di individui compresi dalla linea tratteggiata. Antropologia della cultura, Ugo Fabietti
  • l’alleanza matrimoniale: secondo questa ipotesi il matrimonio non è un’unione tra due individui, ma, più spesso, è un legame che si forma tra più gruppi di individui. L’idea di “matrimonio-alleanza” indica l’interdipendenza di diverse famiglie e cerca di comprendere le domande di base sulle relazioni interindividuali;
  • la reciprocità: Lévi riprende il concetto per cui alla base delle relazioni ci sarebbe la reciprocità, idea che egli riprende a partire da Mauss, massimo esponente della scuola dello zio Émile Durkheim.
    Secondo Mauss, che concentra buona parte dei suoi studi antropologici sul concetto del dono, sono tre le regole che stanno alla base della pratica del dono e dell’idea stessa di reciprocità: dare, ricevere e ricambiare. Anche Lévi è molto interessato all’argomento, ed afferma che la reciprocità è un sentimento inconscio che si riscontra in tutti gli individui, a prescindere dalla cultura e dalla provenienza. 

Inoltre in questo ambito Lévi individua la struttura base di determinati tipi di parentela nell’“atomo di parentela”, ovvero una struttura composta da quattro familiari: madre, padre, figlio, fratello o padre della madre (figura del padrino). 

Per quanto riguarda l’etnologia, l’UNESCO propone a Lévi di formulare una teoria per contrastare il razzismo (1950), utilizzando come base teorica tutti i suoi studi, raccolti poi in un’unica opera, ovvero “Razza e storia” (1952). L’antropologo sostiene nei suoi scritti che l’uomo può trarre moltissimi vantaggi dallo scambio interculturale, se questo avviene con una mentalità aperta alle prospettive di dialogo e possibilità di migliorarsi tramite l’incontro con gli altri. Al contrario, commette un grande errore chi disprezza e non tollera le altre culture, chi non è aperto allo scambio culturale, perché misura tutte le diverse culture secondo il proprio metro personale, secondo quei valori acquisiti proprio a causa della cultura personale. Successivamente, negli anni Settanta, Lévi approfondisce l’argomento sostenendo che la progressiva ed imminente perdita delle minoranze culturali sia un danno enorme per l’intera umanità. La necessità di proteggerle e tutelarle è evidente per difendere le identità culturali, prima che esse scompaiano per sempre. 

Alcune tra le opere più importanti di Claude Lévi-Strauss sono:

  • “Tristes tropiques” (1955): un altro tema trattato da Lévi è quello della perdita, canalizzato soprattutto in quest’opera, che intreccia esperienze di vita personale, riflessioni filosofiche ed antropologiche. In questo testo egli racconta molte delle sue esperienze di ricerca etnografica in Brasile, dove incontra “la società umana ridotta alla sua espressione più basica”, e questo trasforma la nozione occidentale di “uomo primitivo”. L’autore condanna aspramente l’Occidente, responsabile della perdita del “mondo autentico” a causa della sua imposizione su tutte le altre culture, che ha determinato anche l’eliminazione di molte di esse. In questo senso Lévi è molto vicino alle posizioni prese da Jean Jacques Rousseau;
  • Totemismo oggi” (1962): opera che considera la pratica di associare ad un gruppo di soggetti un totem, inteso come un elemento animale o naturale, per classificare la realtà in modo funzionale. Anche in questo ambito l’antropologo analizza un tema già studiato da altri colleghi, ma approfondito ed arricchito con riflessioni inedite.
    Il totemismo è visto come un mezzo di classificazione: così come è possibile individuare delle opposizioni binarie nel mondo naturale, è possibile individuarle tra i gruppi umani e poi identificare ciascun gruppo con un totem analogo. Questo lavoro sul totemismo ha permesso a Lévi di affermare che il pensiero civilizzato non è un’evoluzione del pensiero primitivo, ma piuttosto che sono due modi di pensare analoghi, ma diversi per il fatto che quello primitivo è molto più concreto di quello civilizzato, che si basa invece su pensieri astratti;
  • le società totemiche australiane sono riprese anche nell’opera “Il pensiero selvaggio” (1962), volume in cui l’autore spiega anche il sistema delle caste indiano. Il sistema totemico e quello castale presentano analogie e differenze. Nel sistema castale gli uomini sono divisi all’interno di classi sociali immobili sulla base della loro professione, ed il sistema viene percepito come “naturale”; al contrario, nel sistema totemico la popolazione viene classificata tramite dei simboli del mondo naturale, ma la classificazione è percepita come “culturale”. Sono due modi analoghi ma opposti per classificare la popolazione.

Infine, a proposito dei miti, negli anni Sessanta Lévi-Strauss pubblica alcuni volumi in cui è racchiusa una raccolta di miti sudamericani che apprende durante le sue spedizioni etnologiche in Brasile. I miti derivano dall’accostamento di mitemi, ovvero unità singole che assumono un significato solamente quando considerate come un insieme, e non singolarmente. Il significato del mito deriva quindi dal modo in cui questi mitemi vengono accostati tra di loro (il concetto è analogo a quello dei fonemi per il linguaggio). L’analisi del mito permette di risalire alle origini del pensiero umano.

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