4. L’età Giolittiana

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Di cosa parleremo

L’Italia, nella sua più delicata fase di transizione dall’unità nazionale, si caratterizzò per un’impronta nettamente liberale, che riuscì, seppur con tensioni e crisi, a garantire stabilità e crescita al Paese (con luci e ombre) per il primo decennio del Novecento.

Artefice di ciò fu Giovanni Giolitti, uomo politico piemontese, che, forte delle sue competenze e precedenti esperienze nelle alte cariche dello Stato, seppe dare un’impronta di lungo termine nella strategia politica ed economica del Paese, usando anche mezzi non sempre etici.

Tra gli accordi con i vari schieramenti, la politica coloniale e il trattamento verso il Sud, l’operato di Giolitti fu talmente rilevante per la storia italiana da dare il suo nome alla fase guidata dai suoi governi; l’età giolittiana durò dal 1901 al 1913, e risulterà fondamentale per l’evoluzione che l’Italia avrà nei decenni a venire.

Timeline

  • 1903: Giovanni Giolitti è nominato Presidente del Consiglio, inizia l’età giolittiana;
  • 1904: vengono promulgate le Leggi Speciali per il Mezzogiorno, con l’obiettivo di affievolire la divergenza Nord-Sud; gli esiti non furono tuttavia quelli sperati;
  • 1904: primo sciopero generale nazionale, forte protesta socialista in tutto il Paese; Giolitti scioglie le camere, vengono indette nuove elezioni;
  • 1904: sfruttando la paura della “minaccia rossa”, Giolitti vince con successo le elezioni;
  • 1911: l’Italia dichiara guerra all’Impero Ottomano per la conquista della Libia; ricomincia la campagna coloniale;
  • 1912: promulgazione della nuova legge elettorale, viene introdotto il suffragio universale maschile;
  • 1912Trattato di Losanna, gli ottomani cedono il Dodecaneso all’Italia; la Libia diventa colonia italiana;
  • 1913: viene stipulato il Patto Gentiloni tra Giolitti ed i cattolici, l’ascesa del partito socialista è nuovamente fermata; 
  • 1914: nonostante la vittoria, Giolitti rifiuta la carica di Premier e affida l’incarico al conservatore Antonio Salandra; fine dell’età giolittiana;
  • 1914: viene raggiunta la cifra record di 9 milioni di emigrati italiani all’estero da inizio secolo;
  • 1928: Giovanni Giolitti muore a Cavour, in provincia di Torino.

1. Il nuovo volto dell’Italia

All’inizio del ‘900 l’Italia stava cambiando, era giunto il momento per la classe dirigente di abbandonare l’idea oligarchica dello Stato e del Governo inteso come strumento di protezione dell’alta società, e di accettare il progresso ideologico liberale ormai inarrestabile.

Il volto di quest’epoca di transizione fu Giovanni Giolitti, uomo politico e statista italiano, che successe a Giuseppe Zanardelli come Presidente del Consiglio nel 1903.

Segretario generale della Corte dei Conti e poi Consigliere di stato, fu deputato (1882, 1924), ministro del Tesoro (1889-90) e degli Interni (1901-03), e cinque volte Presidente del Consiglio (1892-93, a più riprese fino al 1914, 1920-21). 

Considerato uno tra i maggiori protagonisti della storia italiana, Giolitti ha dominato la scena politica nel primo quindicennio del Novecento, periodo che prenderà il nome di “età giolittiana”.

La fase giolittiana si colloca storicamente in un momento in cui la ripresa economica del Paese e la pacificazione tra le forze politiche offrivano le condizioni favorevoli per applicare la “nuova veduta di Governo” di Giolitti, volta alla realizzazione di un piano di politica liberale, per favorire la crescita economica, l’educazione politica delle classi lavoratrici e il consolidamento dello Stato liberale in un contesto di profonde trasformazioni socioeconomiche.

La strategia giolittiana

Il piano di Giolitti prevedeva un intervento diretto e parallelo su agricoltura e industria, macrosettori che sarebbero diventati il traino dell’economia italiana.

Il percorso d’industrializzazione italiano fu difficoltoso e ritardatario rispetto alle grandi potenze europee come Francia e Inghilterra, iniziando di fatto solo a inizio Novecento, grazie all’intervento diretto dello Stato e ad altri fattori paralleli che stimolarono il progresso industriale, con uno sviluppo radicale soprattutto nei settori elettrico, siderurgico e meccanico.

In primo luogo, la crescita della popolazione urbana, soprattutto nelle maggiori città, contribuì a determinare non solo un ampliamento del mercato dovuto alla crescente domanda di beni e servizi, ma anche lo sviluppo di infrastrutture e la nascita di istituzioni finanziarie, servizi di scambio e attività di intermediazione.

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Parallelamente si verificarono importanti flussi migratori verso le città italiane più soggette allo sviluppo industriale, come Milano, Torino e Genova (il cosiddetto “triangolo industriale”). 

Nonostante l’imponente progetto di industrializzazione del Paese, l’Italia restava ancora un paese prevalentemente agricolo: durante il decennio 1901-10 l’agricoltura contribuiva alla formazione del PIL in proporzioni inarrivabili, pari in media al 46,6%.

Il notevole aumento di produttività del settore, favorito dalla contemporanea ripresa industriale e dall’aumento della domanda globale, confermò l’agricoltura come traino economico del Paese.

Vari fattori spiegano l’importante sviluppo agricolo, e non stupisce come gran parte di essi, come la protezione tariffaria o la forte partecipazione del Ministero dell’Agricoltura, trovino origine nell’intervento statale.

Nel contesto italiano della lotta fra classi la strategia di Giolitti fu invece molto neutrale, in linea con la visione dello Stato come mediatore dei conflitti sociali che lo statista piemontese sosteneva, come spesso dichiarato pubblicamente, ad esempio nel Discorso alla Camera del 1901:

“…Il solo ufficio equo ed utile dello Stato in queste lotte tra capitale e lavoro è di esercitare un’azione pacificatrice e talvolta anche conciliatrice…”.

Pur supportando attivamente il ceto borghese mediante interventi mirati, Giolitti intervenne anche a tutela delle classi operaie, garantendo la neutralità delle forze dell’ordine durante gli scioperi, regolamentando nel 1904 il lavoro di donne e bambini, e fornito strumenti di tutela per situazioni di infermità, invalidità e vecchiaia.

Tra luci e ombre

Gli effetti della strategia giolittiana furono lampanti, il Paese si stava profondamente convergendo alle grandi potenze europee, grazie a provvedimenti mirati ed efficaci, che provocarono:

  • un tasso di crescita annuo del 6,5% (il più alto d’Europa);
  • un aumento del reddito pro-capite italiano del 30%;
  • il miglioramento della qualità della vita, grazie allo sviluppo dei servizi pubblici (illuminazione, trasporti urbani, gas domestico, acqua corrente);
  • il miglioramento generale della dell’aspettativa di vita media su tutto il territorio nazionale (da 54 anni nel 1881 ai quasi 64 nel 1910);

Nonostante ciò, non tutti i risultati furono particolarmente positivi: le condizioni abitative dei lavoratori urbani restano precarie (case malsane e sovraffollate) e l’analfabetismo, pur calando, rimane a livelli preoccupanti, pari al 37% nel 1911.

Del resto, il contesto in cui l’Italia si presentava nel 1861 presentava de facto popoli uniti ufficialmente su una cartina, ma nella realtà separati da enormi differenze, che non furono sanate in misura sufficiente dalla Destra e dalla Sinistra Storica. 

Gli sforzi di Giolitti per dare un assetto uniforme al Paese erano evidenti, e in tali aspetti riuscì negli intenti, ma d’altro canto non sfuggirono alcune palesi disparità di trattamento da parte dei suoi governi, in particolare, come vedremo, nelle regioni del Sud, che segnarono drasticamente il futuro di certe aree del Paese.

Tra luci e ombre, l’età giolittiana fu probabilmente il periodo che segnò maggiormente la storia italiana prima dell’avvento del fascismo, in quanto fu il banco di prova definitivo per il Paese, in costante inseguimento di un mondo che stava mutando troppo velocemente.

2. Il rapporto con i socialisti

Giolitti, uomo pragmatico e che seppe inquadrare bene il contesto politico in cui si trovava l’Italia, evitò saggiamente uno scontro diretto con i socialisti e con la classe operaia, ben consapevole del consenso di cui disponevano e della rapida ascesa dell’ideologia socialista in tutta Europa, sostenendo che “lo Stato liberale non ha nulla da temere dallo sviluppo delle organizzazioni operaie e nulla da guadagnare da una repressione indiscriminata delle loro attività”; furono quindi consentiti il libero svolgimento degli scioperi e delle attività operaie.

La strategia politica di Giolitti fu in realtà ben più subdola; il PSI (Partito Socialista Italiano) era infatti diviso in 2 correnti:

  • riformisti (Turati), disposti ad accantonare la rivoluzione e a collaborare con i partiti liberali per ottenere riforme che migliorassero le condizioni di vita dei lavoratori
  • massimalisti (Mussolini, Labriola), che rifiutavano qualsiasi dialogo con Giolitti e i liberali, puntando ad abbattere con una rivoluzione il tradizionale ordine sociale per sostituirlo con una società di tipo socialista

Giolitti era ben consapevole del pericolo che il movimento massimalista rappresentava per la stabilità del Paese; pertanto, assunse sempre un atteggiamento molto diplomatico con i riformisti, sperando, così facendo, di tenere a bada i socialisti, se non addirittura di frammentarli dall’interno.

Lo statista piemontese invitò più volte Filippo Turati, massimo esponente dei socialisti riformisti, a far parte del governo, ottenendo però il costante rifiuto del politico di sinistra, che non volle esporsi alle critiche dell’ala radicale del partito, non negando però l’appoggio esterno al governo.

Il primo sciopero generale nazionale

Le relazioni con i socialisti subirono però un brusco tracollo il 4 settembre 1904, quando a Buggerru i minatori sardi si ribellarono ai soprusi lavorativi a cui erano sottoposti, e proclamarono lo sciopero.

Fu mandato, su richiesta dei dirigenti francesi, un contingente di truppe per risolvere lo stallo; il tragico bilancio finale sarà di tre morti e decine di feriti.

L’indignazione generale per l’accaduto porterà alla proclamazione del primo sciopero nazionale della storia italiana, il 16 settembre, da parte della Camera del lavoro di Milano; il fenomeno si espanse a macchia d’olio in tutta la penisola, con larga partecipazione nelle maggiori città italiane.

La protesta giunse al termine soltanto il 21 settembre, con l’impegno assunto da parte dei parlamentari socialisti di presentare immediatamente in Parlamento una proposta di legge volta a garantire la neutralità delle forze dell’ordine durante i conflitti di lavoro (provvedimento che, come detto in precedenza, fu in seguito accolto ed emanato dal Governo).

Giolitti, a seguito del tragico evento, chiese al re di sciogliere le Camere e di indire le elezioni anticipate.

In seguito, fece leva nella sua campagna elettorale sul pericolo della “minaccia rossa”, ideologia che lo sciopero generale aveva provocato sui ceti moderati e sulle destre.

Furono esercitate inoltre grandi pressioni sui cattolici, fino ad allora astensionisti, di esercitare il loro diritto di voto.

Il risultato della campagna giolittiana fu un successo: alle elezioni del Novembre 1904 non solo vinse, ma rispetto alla precedente legislatura il partito socialista perse addirittura cinque deputati in Parlamento.

La repentina frequenza di tali eventi portò all’inevitabile rallentamento delle aperture giolittiane verso la classe operaia; dall’altra parte la sinistra, dopo lo sciopero generale del 1904, perse la sua compattezza, sollevando al proprio interno reciproche accuse di opportunismo per il mancato successo alle elezioni, e Turati ritornò alla guida del partito.

3. La Questione Meridionale

La divergenza Nord-Sud

Il rapido rigoglio economico, nell’industria e nell’agricoltura, fu tuttavia accompagnato da gravi squilibri territoriali e sociali. 

I progressi in questi settori furono in realtà circoscritti geograficamente nelle regioni settentrionali e centrali, con poche aree di sviluppo nel Meridione. 

Lo sviluppo economico, caratterizzato per la concentrazione degli investimenti al Nord e il sacrificio del Mezzogiorno alle necessità dell’industrializzazione, accentuò il dualismo fra Nord e Sud, aggravando la depressione economica e sociale dei ceti popolari del Mezzogiorno.

Nell’Italia settentrionale si concentrava sia il maggior numero di aziende industriali sia il maggior numero di complessi dotati di motori e apparecchi meccanici. 

Lombardia, Piemonte e Liguria, le regioni che formavano il cosiddetto triangolo industriale, esercitavano un peso pari a quello del resto d’Italia in termini di personale occupato nell’industria, numero di imprese e quantità di energia consumata dalle industrie manifatturiere.

Ma la divergenza Nord-Sud non si limitò unicamente al settore industriale; nel periodo 1901-11 i tassi medi annui di crescita della produttività agricola al Nord furono 3 volte maggiori rispetto a quelli del Mezzogiorno.

Il regime protezionista instaurato dal 1887 ebbe un ruolo cruciale, in quanto diede al sistema industriale del Nord la base per uno sviluppo rapido e duraturo, mentre le attività produttive del Mezzogiorno, in grave e crescente ritardo rispetto a quelle del Nord, non furono in condizione di avvantaggiarsi di questa protezione.

Per di più il Mezzogiorno fu gravemente danneggiato, soprattutto nel settore agricolo, dalle contromisure prese dagli Stati colpiti negativamente dalla politica protezionista italiana, senza che un contemporaneo sviluppo industriale sanasse, anche solo parzialmente, le perdite generate.

Un altro fattore rilevante che aumentò le disuguaglianze tra Nord e Sud Italia fu il processo di transizione energetica: il Bel Paese si affacciò al mondo dell’energia elettrica, ed erano necessarie nuove forme di sfruttamento del territorio, idriche e non più termiche. 

Per conformazioni territoriali l’economia centro di questa nuova energia risiedeva per oltre i 2/3 del totale nelle Alpi, inoltre l’energia ottenibile dal Centro-Nord era molto più economica, tanto da essere venduta a prezzi pari alla metà o addirittura un terzo rispetto a quella prodotta nel Sud.

Le “Leggi Speciali”

La disuguaglianza tra le 2 macroaree del Paese si stava ampiamente accentuando: il Parlamento e il Governo furono di fatto costretti ad intervenire con una serie di leggi differenziate, volte a favorire l’ammodernamento del Mezzogiorno e a creare condizioni opportune per investimenti privati nell’agricoltura e nell’industria. 

A partire dal 1904 si aggiunse alle misure già disposte per la Sicilia un complesso di leggi “speciali” in favore delle restanti aree del Sud. Tuttavia, il Sud necessitava di fonti energetiche adeguate e di elevati budget per sostenere i costi di avviamento delle attività previste dalle Leggi Speciali; le risorse impiegate si rivelarono insufficienti per avviare un percorso di crescita soddisfacente. 

Ma non fu soltanto la carenza di risorse la causa della staticità e dell’arretratezza dell’economia meridionale: gli antiquati metodi di conduzione agricola, l’assenza di vocazioni imprenditoriali e lo scarso grado di autonomia della società civile furono fattori determinanti che ostacolarono la formazione di una base industriale solida. 

Nel 1911 il reddito pro capite delle regioni del Mezzogiorno era circa la metà di quello delle regioni nordoccidentali, segno che le iniziative intraprese dal Governo per risollevare questa grande fetta di Stato non si rivelarono efficaci.

La politica economica giolittiana fu quindi nel complesso dominata dalla scelta settentrionalista, una scelta ponderata sulla maggiore potenzialità di progresso e dinamicità di certe aree del Paese verso il ciclo economico internazionale, a discapito delle aree che ben più di altre necessitavano di riforme strutturali.

Il “doppio-volto” di Giolitti

Ad aggravare la situazione si aggiunse anche l’atteggiamento ambivalente tenuto da Giolitti durante i suoi mandati.

Il contesto politico era infatti decisamente particolare: l’allargamento del suffragio nel 1882 aveva reso inevitabile lo sgretolamento del bi-partitismo Destra-Sinistra Storica, determinando un’instabilità di equilibri, con governi non più di partiti, ma di maggioranze e coalizioni.

Era quindi necessario intrattenere rapporti di fiducia e alleanze per tessere un Governo saldo e duraturo, e Giolitti era considerato il massimo artefice di questo ambito.

Tuttavia, vari storici e politici, tra cui Gaetano Salvemini, criticarono ampiamente questo gioco di maggioranze, ritenendo Giolitti non l’onnipotente padrone della maggioranza, bensì il semplice rappresentante di un gruppo di deputati che godevano di particolari vantaggi nel sostenere il sistema giolittiano.

Giolitti divenne così il “ministro della malavita” elettorale, soprattutto nelle regioni meridionali, dove agiva senza scrupoli per reclutare un centinaio di deputati che costituivano una fetta importante e necessaria della sua maggioranza. Il Meridione aveva una lunga tradizione di malcostume elettorale, di corruzione, di violenze, spesso tollerate dal Governo, di cui Giolitti fu accusato di averne approfittato con cinismo.

La crisi migratoria        

Nonostante lo sviluppo economico, l’emigrazione verso l’estero crebbe ad un ritmo preoccupante; furono 9 milioni gli italiani che abbandonarono il Paese tra il 1900 ed il 1914.

Il fenomeno migratorio colpì soprattutto le aree meridionali del Paese (anche se buona parte dei flussi migratori partì anche dalle aree del Nord), maggiormente soggette alle ristrettezze economiche causate dalla politica protezionistica di fin Ottocento; numerosi italiani provarono a cercare fortuna nei territori oltreoceano, specialmente negli Stati Uniti, tanto da diventare, insieme a quello irlandese, il principale flusso migratorio europeo in America.

La vita degli italiani emigrati non fu però esente da numerose difficoltà: a numerose famiglie non fu neppure concesso di mettere piede sul suolo americano (le politiche di accoglienza americane non furono totalmente stringenti, ma allo stesso tempo nemmeno troppo “morbide”), mentre chi ottenne l’ingresso fu, comunque, soggetto a svariati fenomeni d’intolleranza da parte della popolazione americana, che mal digeriva tali afflussi dall’Europa, in particolar modo quello italiano.

Le conseguenze di tale fenomeno per l’Italia furono ambivalenti: da una parte, un calo della popolazione più povera permise un alleggerimento della spesa pubblica, anche se minimo, e le rimesse degli emigrati (denaro inviato dagli espatriati ai parenti in Italia) rappresentarono una forte misura di sostegno per le famiglie italiane; di contro, fu immediato l’impoverimento per l’Italia in termini di forza-lavoro ed energie intellettuali, rallentando la crescita potenziale del Paese.

L’emigrazione di massa degli italiani all’estero proseguì a ritmi elevati per tutto il primo ventennio del Novecento, per poi stabilizzarsi definitivamente durante l’età fascista.

4. Politica estera: la Libia

All’alba del Quarto Governo Giolitti, l’interesse nazionale verso l’espansione coloniale era ritornato un tema dominante nelle aule del Parlamento.

Il desiderio italiano di guadagnare una centralità internazionale non era mai tramontato, ma numerosi furono gli smacchi ricevuti: sul finire dell’800 la Francia con un’azione di forza impose un protettorato sulla Tunisia, soppiantando gli interessi commerciali italiani nel territorio africano; a seguito di tale atto militare, gli Inglesi occuparono l’Egitto e imposero il loro dominio sul canale di Suez, tratta commerciale artificiale aperta solo nel 1869 che restituì un ruolo chiave all’Europa nel commercio internazionale.

Per evitare di rimanere tagliati  fuori dal controllo del Mediterraneo all’Italia non restava che occupare la Libia, unico territorio nordafricano fuori dal giogo dei rivali europei, in cui inoltre erano forti gli interessi commerciali e finanziari italiani; occorre menzionare che il territorio libico era però occupato dall’Impero ottomano, il quale, nonostante la fase di crisi da cui era attraversato, restava comunque la maggiore potenza dell’Asia Minore.
Fattore ulteriore, la disfatta di Adua del 1896 aveva lasciato una profonda cicatrice nell’orgoglio patriottico degli italiani, e la voglia di riscattare la disfatta coloniale nel Corno d’Africa era alta.

Da ultimo, il Governo sperava di rallentare i flussi migratori in uscita dal Paese indirizzandoli verso propri possedimenti coloniali, e la Libia in questo poteva rappresentare una forte opportunità per molti cittadini.

Nel 1911 l’Italia dichiarò quindi guerra all’Impero Ottomano, e nel giro di pochi giorni l’intera fascia costiera venne occupata dall’esercito italiano.

Ben più complessa fu l’invasione dei territori interni, in quanto gli italiani vennero percepiti dalla popolazione libica come degli invasori, scatenando violenti atti di guerriglia contro i soldati del Regno.

Il conflitto rischiava di entrare in fase di stallo nell’entroterra libico; per ovviare a ciò, l’Italia attaccò direttamente i territori ottomani, conquistando il Dodecaneso (arcipelago nell’attuale Grecia), lanciando un monito ai turchi: “anche la vostra Capitale è a portata di tiro”.

L’impero ottomano fu costretto all’armistizio, firmato nel 1912 a Losanna: il Dodecaneso passò sotto il controllo italiano, e la Libia divenne colonia del Regno d’Italia.

La sconfitta fu bruciante per i turchi: la guerra con l’Italia mise in mostra uno Stato molto più debole di quanto appariva, e le tensioni interne aumentarono di conseguenza, fino a giungere solo pochi mesi dopo alle Guerre balcaniche.

Dal lato italiano, la conquista della Libia fu sì una vittoria politica, ma di fatto il contesto non mutò particolarmente; il territorio africano era povero di risorse (il boom degli idrocarburi giunse solo anni dopo) tanto da prendere l’appellativo di “scatolone di sabbia”, e l’emigrazione italiana verso tali territori fu minima.

I lati positivi di tale vittoria furono pertanto legati all’innovazione tecnologica sperimentata in guerra (spiccarono i primi modelli di biplano) e il prestigio internazionale che il successo militare aveva portato con sé.

5. L’accordo con i cattolici

Nel 1912, per avvicinare alle istituzioni la grande fetta di popolazione composta da operai e contadini (comunità di stampo socialista e cattolico), il Governo Giolitti promulgò un nuova legge elettorale, che prevedeva un estensione del diritto di voto a tutti gli uomini maggiorenni: venne introdotto il suffragio universale maschile.

Nella realtà, l’apertura al voto a tutti i cittadini maschi presentava comunque dei paletti, anche se in misura decisamente poco stringente:

  • il diritto di voto era permesso a tutti gli uomini capaci di leggere e scrivere con almeno 21 anni (regola generale);
  • in caso il cittadino fosse stato analfabeta, il limite d’età si innalzava a 30 anni;
  • qualora il cittadino italiano avesse prestato servizio militare per il Paese, il diritto di voto era automaticamente concesso, indipendentemente dai requisiti linguistici.

Il corpo elettorale passò dal 9,5% al 23,2% della popolazione; di contro, la Camera respinse a larga maggioranza la concessione del voto alle donne (209 contrari, 48 a favore e 6 astenuti).

Tale provvedimento provocò l’inesorabile aumento (nuovamente) dei consensi dei socialisti, che minacciarono nuovamente la maggioranza giolittiana.

Lo statista piemontese però seppe abilmente identificare nei cattolici dei validi alleati per contrastare l’ascesa socialista.

Il Patto Gentiloni

I tempi erano infatti cambiati, e la posizione del Vaticano dal “Non Expedit” del 1874 si era decisamente ammorbidita; il successore di Pio IX,  Papa Leone XIII, promulgò infatti nel 1891 il Rerum Novarum (“delle cose nuove“), enciclica sociale con la quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali, fondando la moderna dottrina sociale della Chiesa.

L’originalità dell’enciclica fu nella sua mediazione: il Papa si posizionò saggiamente in una posizione moderata, ammonendo la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia attraverso ideologie rivoluzionarie, e chiedendo contemporaneamente agli alti borghesi di abbandonare lo “schiavismo” lavorativo verso la classe operaia. 

Nonostante tale atteggiamento diplomatico, l’enciclica condannò comunque in modo perentorio il socialismo e la teoria della lotta di classe, sostenendo l’azione combinata di Chiesa e Stato nella risoluzione dei problemi sociali del Paese.

Giolitti sfruttò sempre nel corso dei suoi mandati l’apertura cattolica ai liberali ed il loro osteggiamento ai socialisti per garantire stabilità alla sua maggioranza e al Governo, ma per le elezioni del 1913 decise di stringere ulteriormente tali rapporti per evitare una vittoria dei socialisti, a cui il suffragio universale maschile aveva di fatto spianato la strada.

Nello stesso anno, Giolitti stipulò con il conte Gentiloni, massimo responsabile dell’UECI (Unione Elettorale Cattolica Italiana) l’omonimo Patto Gentiloni, un accordo informale per le elezioni politiche del 1913 che impegnava i cattolici a sostenere i candidati liberali contrari a misure anticlericali.

Il contributo cattolico fu determinante per impedire una vittoria dei socialisti: alle elezioni furono ben 228 i candidati liberali che stipularono il Patto Gentiloni e che furono eletti grazie al voto determinante dei cattolici.

Il successo elettorale mise però in mostra che l’età giolittiana stava giungendo nella sua fase di declino; il patto con i cattolici e l’avanzata socialista aveva minato lo status-quo puramente liberale che lo statista piemontese aveva costruito.

Giolitti, seppur vittorioso, decise, almeno per il momento, di non assumere responsabilità di governo, lasciando l’incarico di Presidente del Consiglio al conservatore Antonio Salandra, che si insediò nel Marzo 1914.

Tale evento rappresentò sulla linea temporale la fine dell’età giolittiana, anche se Giolitti non scomparve affatto dalla scena politica italiana: egli sostenne fortemente la neutralità italiana durante la Prima Guerra Mondiale ed osteggiò apertamente l’ascesa del fascismo, rifiutandovi di aderire in ogni modo e criticando aspramente la Secessione dell’Aventino a seguito del delitto Matteotti.

Giovanni Giolitti morì a Cavour il 17 Luglio 1928, portando via con sé le ultime tracce di un’epoca fondamentale per la storia italiana.

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