4. La società di massa

4. La società di massa

1. Massa, uomo-massa, società di massa e critica alla società di massa

Quando si parla di “massa” si fa riferimento ad una folla omogenea in cui la singolarità viene persa a favore della collettività. La “società di massa” è composta dagli uomini-massa, ovvero soggetti destinati all’alienazione in quanto esclusi dalla società, soggetti che si muovono in un sistema atomizzato che rende anonima la vita degli individui. In questo caso si parla di massa come di un insieme di individui che non cooperano, non sono solidali tra di loro, anche a causa della mancanza di autocoscienza. 

Gli uomini-massa inoltre conducono una vita molto simile tra di loro: seguono la stessa moda, condividono gli stessi valori e si informano attraverso gli stessi mezzi di comunicazione di massa. Il legame tra società di massa e comunicazione di massa è inscindibile, in quanto quest’ultima è destinata all’intrattenimento e all’innalzamento culturale dei settori popolari tradizionalmente marginalizzati dalla cultura.

Abbiamo utilizzato il termine “massa” nell’ambito delle comunicazioni di massa, quando questa parola viene utilizzata per indicare un pubblico passivo che subisce semplicemente l’avvento della comunicazione (in realtà, come già detto, la massa ha potere decisionale in quanto può filtrare le notizie che preferisce approfondire ed i mezzi di comunicazione che preferisce sfruttare). Il termine “società di massa” può anche indicare una società molto organizzata in cui la vita quotidiana perde di naturalezza e viene paragonata piuttosto ad una gigantesca macchina. 

Durante lo sviluppo delle società di massa si sono diffusi anche stili di vita meno rappresentati, ma rappresentativi delle classi sociali superiori non aristocratiche, come la borghesia; questi stili di vita erano caratterizzati dalla villeggiatura, dalla frequentazione dei locali pubblici, come i ristoranti, e dallo svolgimento dell’attività fisica come parte della vita quotidiana. 

A causa delle molte sfumature del termine, c’è chi ha proposto di non utilizzarlo più, ma nella realtà dei fatti è ancora molto usato in quanto descrive in maniera azzeccata i tratti distintivi della nostra società moderna. Uno dei casi in cui è stato utilizzato maggiormente è per caratterizzare i movimenti totalitari, come il nazismo, il bolscevismo ed il fascismo. 

Anche chi critica il concetto di “società di massa” deve riconoscere ad esso il merito di aver cercato di individuare le ragioni strutturali del cosiddetto “mondo della sicurezza” (Stefen Zweig), il quale era sostenuto da una profonda fede nel progresso e dalla sicurezza che la ragione, intesa in senso illuministico, avrebbe impedito l’ascesa di qualsiasi movimento politico basato sull’estremismo.

Le prime teorie sulla “società di massa” sono appunto state ideate per descrivere i regimi totalitari, ma successivamente anche per meglio caratterizzare il capitalismo opulento e le forme di vita che derivano da esso. Alla nostalgia per il “mondo della sicurezza” è seguito il rifiuto globale della civiltà odierna, che viene vista in modo molto negativo in quanto si basa sulla tecnologia scientifica, sull’affermazione dell’automazione, sulla manipolazione universale. 

La società di massa come rappresentazione della società odierna è stata criticata soprattutto dalla Scuola di Francoforte: questi filosofi e sociologi asseriscono che la società moderna sia ben lungi da ciò che si propone di rappresentare, fino a diventarne l’esatto opposto. I massimi rappresentanti della Scuola sono Theodor Adorno e Max Horkheimer, che muovono delle critiche molto dure alla società moderna, da loro vista come un’industria disumanizzante che ha portato allo sviluppo di una società non-umana. La categoria della società di massa si è trasformata in breve tempo in “arma spirituale della critica progressista del capitalismo” (Treccani) mantenendo però come caposaldo la condanna della civiltà materiale. 

L’opera più significativa della Scuola di Francoforte è “Dialettica dell’illuminismo” (1947), in cui i due autori coniano un concetto inedito di illuminismo, attribuendogli un significato del tutto nuovo. L’illuminismo non definisce più un’età precisa della storia della filosofia moderna, ma piuttosto la storia della ragione occidentale. In questo testo viene sottolineato come l’uomo, tramite la ragione umana, definita “strumentale”, domina la potenza della natura. La visione antropocentrica determina la produzione di una seconda natura umana che tende a separare l’uomo dalla natura; la seconda natura è una forma di alienazione dell’umano, vittima della sua stessa ragione strumentale. In questo contesto nasce il concetto dell’industria culturale, che deriva quindi dalla seconda natura dell’essere umano, la quale a sua volta deriva dalla ragione illuministica. Ma come nasce l’industria culturale? Innanzitutto il processo di industrializzazione porta a maggiori innovazioni, che favoriscono la diffusione dei mezzi tecnologici e quindi anche i mezzi che permettono la comunicazione di massa. Nasce anche in questo periodo il “tempo libero”, che indirizza l’uomo verso la ricerca dello svago. L’industria culturale diviene permeante la vita degli individui, ad esempio attraverso la mitologia dello spettacolo e dei personaggi mediatici, attraverso il confinare la fruizione culturale ad un’attività domestica.  L’arte viene vista come riproducibile e questo implica un fenomeno di massificazione: la cultura è sottomessa all’industria culturale.

Adorno e Horkheimer vedono una connessione netta tra capitalismo, cultura americana e società di massa: i mass media portano l’individuo ad annullare la loro immaginazione mentre il cinema determina l’annullamento della personalità. Questi autori sostengono che la società capitalista crei attorno alla cultura una vera e propria industria culturale che permette ai ricchi di arricchirsi ulteriormente sfruttando la massa. La creazione di un legame indissolubile tra industria culturale e svago favorisce ancora una volta la ricchezza dell’industria stessa. 

Umberto Eco analizza le posizioni prese dagli intellettuali nei confronti della società di massa: egli effettua una distinzione tra apocalittici, che non intendono scendere a patti con la cultura di massa, ed integrati, che sostengono che la società di massa permetta di allargare la base sociale della cultura.

Altre critiche alla società di massa provengono da:

  • Morin, che sostiene che la cultura di massa vada compresa e non demonizzata, in quanto universale;
  • Pasolini, che sostiene che i mass media provochino omologazione e qualunquismo.

2. L’avvento delle masse

A partire dall’Ottocento la massa è entrata a far parte della società in modo molto più evidente. Prima di questo scenario l’aristocrazia era la sola classe sociale che prendeva parte al quadro istituzionale, in quanto le classi lavoratrici venivano escluse. Con l’avvento della rivoluzione industriale c’è stato un cambio radicale nella società, che ha permesso una maggior aderenza delle classi operaie alla civiltà materiale, in quanto anche questi individui avevano finalmente un maggior accesso ai beni, intesi come servizi, diritti e merci, dai quali erano sempre stati esclusi fino a quel momento. Questo processo che ha permesso l’integrazione di chi aveva sempre subìto l’alienazione è stato visto dagli aristocratici come la degradazione della vita della civiltà occidentale nel modo in cui era stata vista per secoli.

Dai primi anni del 1800 l’intellettuale francese Benjamin Constant scrisse dei testi in cui sottolineava come, al fine di evitare il decadimento dello Stato costituzionale, fosse necessario escludere le classi sociali meno elevate dalla fruizione dei beni. Allo stesso modo lo storico svizzero Bruckhardt prevedeva che la possibilità dei lavoratori di accedere agli stessi diritti degli aristocratici avrebbe portato al declino dell’Europa a causa della perdita di tutti i valori che l’avevano caratterizzata per un lunghissimo periodo. Tra questi valori vi erano la libertà, la civiltà spirituale e la razionalità. In modo molto simile si espresse anche Friedrich Nietzsche, il quale sosteneva che il movimento socialista in crescita avrebbe portato ad una perdita della gerarchia dei valori, e per questo sarebbe stato necessario arginare questa forza crescente. L’affermarsi del suffragio universale per il genere maschile, ad esempio, veniva visto come la causa di moltissimi mali, e lo stesso Nietzsche era convinto che questo avrebbe portato al prevalere dei valori delle classi operaie sui valori delle classi aristocratiche, che per moltissimi secoli avevano mantenuto ordine e abbellimento dell’Europa. Dopo l’“abbruttimento dell’Europa” egli prevedeva la “degenerazione complessiva dell’umanità”.

Gustave Le Bon, antropologo e sociologo francese, condivideva appieno le riflessioni dei suoi colleghi aristocratici, e sfrutto l’apprensione per il decadimento della classe aristocratica per scrivere una serie di testi in cui elaborava dal punto di vista psicologico questo evento inevitabile. Il suo volume più rappresentativo è sicuramente “Psicologia delle folle. Un’analisi del comportamento delle masse”, nel quale analizza la presenza delle folle come una presenza costante in tutti i tempi, ma in continua ascesa a partire dalla Rivoluzione francese. Egli sostiene appunto che un tempo la figura della massa fosse marginale, mentre al giorno d’oggi sempre più rappresentata e destinata a diventare la protagonista delle scene sociali. Le Bon aveva intuito che la folla era un pericolo in quanto facilmente plasmabile, e di conseguenza la politica veniva ora concepita come un’azione distruttiva, in contrasto con l’attività razionale che era stata nei secoli precedenti grazie alla guida dei ceti elevati.

Questa nuova epoca che vede come protagonista assoluto la massa si basa sulla presenza assidua delle classi lavoratrici, con i suoi ideali socialdemocratici di libertà, uguaglianza e sovranità popolare; i leader a capo di questa classe sociale sono descritti come rozzi e incolti e destinati a portare alla rovina della cultura europea. In sostanza, Le Bon descrive l’avvento dell’era delle masse come un evento che provoca ribrezzo, perché porterà alla rovina di tutto ciò che è razionale e raffinato e alla caduta del “governo dei migliori”, capitanato ovviamente dall’aristocrazia.

3. Società di massa e totalitarismo

Come abbiamo visto, il concetto di “società di massa” è stato estremamente utilizzato per descrivere e cercare di comprendere l’irruzione dei movimenti totalitari in Europa, a partire dagli anni ’30. Alcuni tra i principali autori di questa teoria sono Ortega y Gasset, Hannah Arendt, Sigmund Neumann. Proprio a partire dal famoso volume di Ortega y Gasset, “Ribellione delle masse”, si delinea la critica degli aristocratici nei confronti della democrazia, perché quest’ultima viene vista come la sostituzione della qualità con la quantità, della razionalità con l’irrazionalità; analizzando questo testo si capisce, d’altra parte, come l’ascesa del fascismo fosse proprio sostenuta dal potere sociale attribuito alle masse.

Alla base dell’eziologia del fascismo infatti ci sarebbe, per Ortega y Gasset, l’avvento dell’uomo-massa, figura anonima e collettiva dominante la scena europea, caratterizzato soprattutto dalla propensione all’azione irrazionale, rifiuto del dialogo, e in sostanza si delinea una figura pronta ad imporre le proprie preferenze senza tenere conto di null’altro. L’uomo-massa viene visto quindi come un uomo estremamente arretrato e inadatto a gestire le complessità etiche ed intellettuali del mondo moderno, in quanto è esso è un leader improvvisato ed incapace, per nulla acculturato, generato dalla Rivoluzione industriale in modo spontaneo. Nella sua acutissima analisi Ortega y Gasset teorizza come una democrazia priva di dialogo e limiti alla sovranità popolare andrà necessariamente a degenerare, com’è accaduto con l’insorgenza del fascismo: si tratta infatti di un esempio lampante di movimento che include una enorme massa di individui appartenenti alle classi lavoratrici, che combattono per valori utopistici affiancati da leader improvvisati ed incompetenti. Per secoli l’Europa è stata contraddistinta dal pluralismo, ideale che rivendica la coesistenza in tolleranza reciproca di individui e gruppi di individui diversi per etnia, religione e cultura, eccetera. L’annullamento del pluralismo è una delle caratteristiche dei regimi totalitari, come appunto il fascismo o il bolscevismo, i quali mirano a rendere lo Stato così potente da impedire che ci sia qualcosa oltre ad esso. Ortega y Gasset aveva previsto come, in assenza di un movimento di matrice europeista che si contrapponesse all’era delle masse, il nazionalismo irrazionale avrebbe portato alla rovina dell’Occidente a partire da guerre sanguinose ed insensate.

Nonostante Ortega y Gasset sia stato il primo a sostenere questa teoria, tutti gli altri studiosi la sostennero, arricchendola: Hannah Arendt, ad esempio, sostenne che l’uomo-massa, alienato e privo di relazioni sociali normali e di valori etici, trova proprio nel regime totalitarista un’organizzazione a cui aderire per colmare la propria necessità di appartenenza. Identificandosi con un’organizzazione il soggetto acquisisce un senso in quanto partecipe ai riti collettivi proposti dalla società di massa.  Per quanto riguarda poi il leader del regime totalitarista, questo assume il ruolo di “funzionario delle masse”, che riesce a radunare sotto il suo controllo anche grazie al linguaggio profetico. L’uomo-massa trova quindi un capo che rispecchia i propri desideri profondi e di cui si fida ciecamente, in modo fanatico ed irrazionale.

4. Società di massa e pluralismo

Il sociologo William Kornhauser era conosciuto per la sua opera pionieristica “The Politics of Mass Society” (1959), che esplora le condizioni sociali necessarie per la democrazia e le vulnerabilità dei sistemi totalitari; l’autore riconosce che i sistemi democratici moderni possiedono una vulnerabilità ai movimenti di massa ed identifica quei fattori che tendono ad aumentare e diminuire questa vulnerabilità. Secondo le teorie elitiste il rapporto tra influenzabilità delle élite (ovvero la loro disponibilità ad essere influenzate dalle idee altrui) e della massa (ovvero il grado in cui è disposta a farsi manipolare dall’èlite) è alla base della comprensione della dinamica delle società. Kornhauser identifica nella sua opera quattro tipologie ideali di società ed afferma che la maggior parte delle società è definita dalla mescolanza di due o più modelli:

  • la società tradizionale, in cui sono presenti élites inaccessibili, isolate dalle masse, e folle tenute insieme dalla comunità, quindi poco plasmabili, la cui vita è regolata da rigidi valori;
  • la società pluralista, in cui sono presenti élites accessibili, quindi aperte a nuove idee, ma permane la presenza di folle poco plasmabili, organizzate in un ampio numero di associazioni. Le associazioni intermedie sono solide ed impediscono l’alienazione dei soggetti, favorendo la partecipazione alla vita politica e culturale;
  • la società totalitaria (definita da Kornhauser “uno stato di totale mobilitazione”), in cui sono presenti élites inaccessibili, e masse altamente plasmabili dallo Stato e dal partito rivoluzionario di appartenenza degli individui;
  • la società di massa, in cui sono presenti élites accessibili e masse fortemente plasmabili il cui atteggiamento risulta essere molto instabile. Si può quindi concludere che nella società di massa, le élites sono “massificate” in quanto non essendo isolate dalle masse ne subiscono le influenze, e le masse sono invece manipolate dai poteri superiori come lo Stato, che esercitano su di esse un controllo capillare. Dunque i confini che dividono le élites dalle masse diventano sempre più sfocati. Si tratta quindi di una società che presenta tratti pluralisti e totalitaristi.

Nelle società di massa il cittadino partecipa alla vita politica-elettorale attraverso lo Stato oppure organizzazioni nazionali come i partiti di massa, i quali, essendo centralizzati, determinano la nascita di masse “solitarie”; questa situazione è peggiorata dall’esposizione alla comunicazione di massa. Secondo Kornhauser la società di massa emerge quando le comunità di base crollano e così anche la loro funzione protettiva viene persa.

Se la società civile fosse in grado di autoregolarsi i cittadini potrebbero svincolarsi dalla comunicazione di massa e dei tiranni e comportarsi come cittadini consapevoli dei propri diritti, dotati di mezzi per esercitarli. Solo in questo modo verrebbe frenata la tendenza di aderire al conformismo.

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