4. Callimaco

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1. La vita

La figura di Callimaco domina il rinnovamento poetico della prima Età ellenistica. Nacque negli ultimi anni del IV sec. a.C. a Cirene, ma si trasferì ad Alessandria per esercitare la professione di maestro elementare; entrò in contatto con Tolomeo II Filadelfo (re dal 283 al 246) e, ricevuto un incarico all’interno del Museo, fondato dallo stesso sovrano, occupò la stessa carica anche nella prima parte di regno del successore, Tolomeo III Evergete (246-221). Godette della simpatia di quest’ultimo, il quale sposò Berenice, figlia del re di Cirene (patria di Callimaco), cosicché la città libica tornò sotto il dominio tolemaico. La data della morte risale al 240.

Callimaco fu un autore estremamente attivo: le sue opere occupavano più di 800 rotoli di papiro e comprendevano scritti in versi e in prosa.

2. La poetica

Una delle caratteristiche della sua poetica è la presa di distanza dalla “poesia lunga”, e la preferenza per la poesia breve, strutturalmente e stilisticamente “leggera”. Nel prologo degli Aitia, il poeta attacca i suoi avversari senza nominarli, ma definendoli “Telchini”, antiche figure divine di fabbri-maghi invidiosi gli uni degli altri, che lo criticano «perché non ho composto un solo poema continuo / [cantando] i re in molte migliaia di versi / o [gli antichi] eroi, ma per breve tratto volgo i miei versi, / come un bambino, benché non pochi sono i miei anni». Callimaco rispondeva alle critiche portando l’esempio di Mimnermo di Colofone e Filita di Coo, due poeti che si erano cimentati sia nella poesia breve sia in quella lunga, avendo più successo con la prima. La poesia, secondo Callimaco, non si può giudicare in base alla sua ampiezza, ma egli fu istruito dal dio Apollo a nutrire una «Musa sottile», a «percorrere le strade in cui non passano i carri pesanti», a «non spingere il cocchio sulla strada larga, ma su sentieri non calpestati», anche se ciò significa passare «per una strada più angusta». Il poeta ha seguito il consiglio del dio e preferisce “il verso acuto della cicala al raglio rumoroso degli asini”. Secondo alcuni critici sarebbe Apollonio Rodio uno degli avversari di Callimaco; sembra invece che Callimaco sia in contrapposizione con gli ambienti peripatetici che, sulla scia di Aristotele, nella riflessione critico letteraria davano un ruolo fondamentale alla poesia epica e alla tragedia.

Callimaco compone anche poesia colta, rivendicando la libertà di praticare forme diverse di poesia, di sviluppare a suo piacimento modi e contenuti tradizionali e di metterli insieme in una varietà originale e innovativa.

3. La produzione letteraria

3.1. Gli aitia

L’opera più importante di Callimaco è la raccolta elegiaca intitolata Aitia, «Cause», di cui abbiamo frammenti grazie ai papiri e alla tradizione indiretta; le elegie furono ordinate in quattro libri dall’autore stesso. Il titolo allude al carattere comune di questi componimenti: rappresentare l’origine di feste, miti, culti, istituzioni, città, nomi. L’interesse eziologico costituiva un aspetto fondamentale per i filologi alessandrini, volti a spiegare le cause della formazione di tradizioni e fenomeni culturali. All’inizio della raccolta, Callimaco immagina di incontrare in sogno le Muse e di dialogare con loro. Questa cornice costituisce, almeno per i primi due libri, la macrostruttura nella quale si inserisce la serie delle elegie, pensate come “risposta delle Muse” al poeta; i libri III e IV furono concepiti da Callimaco come una coppia relativamente distinta dalla prima, con una presenza di aspetti strutturali e tematici propri. Il legame principale è stabilito dal nesso fra l’elegia di apertura del III libro e quella conclusiva del IV, posteriori al 246 a.C. e rivolte entrambe alla regina Berenice: l’Epinicio per Berenice, che esalta una vittoria con il carro riportata dall’equipaggio della regina ai Giochi Nemei e la Chioma di Berenice, incentrata sulla trasformazione in astro della ciocca di capelli offerta dalla regina agli dèi in cambio dell’incolumità del suo sposo partito in Siria.

3.2. I giambi

I Giambi sono componimenti ispirati all’arcaico stile vivace delle poesie di Archiloco e Ipponatte. La raccolta era costituita da 17 componimenti, di cui gli ultimi quattro erano caratterizzati da un progressivo distacco dal genere privilegiando la varietas: la poetica della varietà si esprime a livello metrico (i carmina 1-10, 12 e 13 sono in metro giambico e trocaico, i restanti in metro lirico vario), linguistico (con la presenza del dialetto ionico e dorico) e contenutistico (accanto ai componimenti caratterizzati dal tono aggressivo troviamo temi elegiaci). Particolarmente importanti sono i giambi 1 e 13 per le dichiarazioni di poetica che contengono: nel primo Callimacoimmagina che il poeta Ipponatte prenda la parola in prima persona e dichiari di giungere dall’Ade, parlando di un progressivo abbandono dei toni aspri (quest’affermazione costituisce un sapiente gioco metaletterario dell’autore per esprimere la propria posizione originale); nel giambo 13, gravemente lacunoso, a quanti gli rimproveravano la varietas dei suoi componimenti, Callimaco rispondeva che l’arte poetica è una techne dove il poeta deve essere in grado di produrre forme diverse.

3.3. Gli inni

I sei Inni sono dedicati a divinità e feste religiose; l’ordine in cui sono tramandati sembra rispondere ad una logica precisa e coerente, risalente alla disposizione editoriale voluta dall’autore.I primi quattro (Inno a Zeus, Inno ad Apollo, Inno ad Artemide, Inno a Delo), in esametri, sono incentrati attorno alle figure di Zeus e Apollo e hanno caratteristiche tradizionali: sono composti in dialetto epico ionico e con struttura e contenuto cletico, cioè di invocazione alla divinità. Mentre gli ultimi due inni (Per i lavacri di Pallade e Inno a Demetra) si differenziano dai precedenti, sia per la scelta del dialetto dorico,  sia per la struttura, con la presenza di un racconto mitico, come l’elegia narrativa, sia per il carattere mimetico, cioè la predisposizione all’imitazione del reale. Inoltre, mentre l’inno VI è in esametri, il V è in distici elegiaci.

3.4. L’epillio Ecale

L’epillio Ecale, di cui restano frammenti, narrava un episodio secondario della saga dell’eroe attico Teseo. Questi, giunto di sera nella piana di Maratona, per affrontare il terribile toro che devasta la regione, ha trovato riparo da un temporale nell’umile casa di una vecchia di nome Ecale. Il giorno dopo, all’alba, Teseo va in cerca del toro e riesce a sconfiggerlo; l’eroe decide di ritornare dalla vecchia per ricompensarla della sua ospitalità, ma scopre che essa è venuta a mancare: decide di omaggiarla con l’istituzione di un nuovo demo attico, dedicato proprio a lei, e con la fondazione del santuario di Zeus Ecaleo. Nel poemetto Callimaco attua un cambiamento: la protagonista diviene Ecale, che si mette a piena disposizione per salvare l’eroe che diviene marginale nella vicenda. L’Ecale rappresenta dunque il modo di intendere l’epica secondo il gusto callimacheo, priva cioè dei connotati eroici e degli elementi caratteristici dell’èpos tradizionale.

4. Callimaco poeta e intellettuale

Callimaco viene definito l’emblema della poesia ellenistica e nello stesso tempo il primo teorizzatore di nuove formule espressive; quindi, il primo poeta moderno perché vede la poesia come un’attività destinata ad un ristretto pubblico aristocratico e che concepisce l’arte come un pregio della classe colta. Callimaco è il σοφός, «sapiente», ma mentre nell’antichità il sapiente era tenuto a tramandare la cultura a tutti, Callimaco mostra il suo essere erudito a pochi. Callimaco apprende e apprezza appieno il Museo e la Biblioteca di Alessandria, in grado di accrescere il suo sapere: per tali motivi diede vita ad una nuova concezione della cultura e del sapere, in grado di influenzare poi tutta la letteratura latina.

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