3. Le principali forme della comunicazione

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1. Oralità, scrittura, oralità di ritorno

Uno degli elementi che distingue la specie umana attuale dalle altre specie animali è l’abilità di produrre ed usare il linguaggio. Quando si parla di linguaggio, si può distinguere tra linguaggio verbale, non verbale e non comunicativo. Nello specifico parlando di linguaggio verbale, è noto che esista una varietà enorme di lingue, e questo è un altro elemento peculiare della specie umana. Le ipotesi sull’origine del linguaggio sono sostanzialmente due:

  • monogenetica: questa teoria sostiene che le lingue attuali si siano differenziate a partire da un’unica lingua;
  • poligenetica: questa teoria sostiene che le lingue attuali derivino da multipli ceppi linguistici originari.

Qualsiasi ipotesi sia corretta, non c’è dubbio che le lingue attualmente parlate derivino da un complesso e lungo (migliaia di anni!) processo di differenziazione linguistica: quando una popolazione si separa in due gruppi a causa delle migrazioni è molto facile che ci siano dei mutamenti rispetto alla lingua di origine, e che si vengano a sviluppare due lingue nettamente distinte tra di loro.

Il linguaggio svolge sia una funzione comunicativa sia cognitiva (pensare qualcosa significa essere in grado di costruire quel pensiero mentalmente). Per quanto riguarda la comunicazione, questa si verifica se sono presenti:

  • un emittente;
  • un ricevente;
  • un canale, come la voce;
  • un codice;
  • un messaggio.

L’emittente sfrutta un canale per inviare un messaggio al ricevente, il quale deve avere gli strumenti (ovvero la conoscenza della lingua utilizzata) per codificare il messaggio. Il codice deve quindi essere condiviso da tutti i personaggi della comunicazione. Il linguaggio è dunque una convenzione sociale, ed è costituito da un insieme di regole che permettono di ideare i messaggi in modo tale che siano comprensibili.

All’interno della comunicazione si possono identificare delle differenze macroscopiche a seconda che essa avvenga in forma scritta oppure orale. 

La comunicazione orale è tra le due quella che ha radici più antiche: le prime storie che venivano raccontate erano trasmesse tramite l’oralità, come nel caso dei poemi epici. L’Iliade e l’Odissea, infatti, sono state tramandate per secoli attraverso il racconto orale con il quale i menestrelli intrattenevano i signori appartenenti a classi sociali abbienti. Il passaggio dall’oralità alla scrittura è avvenuto circa cinquemila anni fa, e l’invenzione della stampa, pietra miliare della comunicazione, risale a circa cinquecento anni fa. È facile dunque comprendere come per la stragrande maggioranza della loro storia gli esseri umani abbiano avuto a disposizione solo la comunicazione orale; i primi segni di espressione grafica risalgono alle pitture rupestri nelle caverne preistoriche e dal quarto millennio a.C. si svilupparono i logogrammi. Solo intorno al 600 a.C. in Grecia venne introdotto un sistema completo di scrittura alfabetica, a cui ha fatto seguito il progressivo e complesso processo di alfabetizzazione. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili diminuirono drasticamente i costi di produzione dei libri, rendendo l’educazione più accessibile rispetto al passato.

La comunicazione orale, oltre al contenuto del messaggio, è ricca di una serie di elementi metacomunicativi che permettono di interpretare meglio il significato del messaggio, assenti nella comunicazione scritta. Alcuni esempi sono:

  • il linguaggio non verbale, come la postura del corpo, i movimenti delle mani, la direzione dello sguardo, l’espressione del volto;
  • il tono e l’intensità della voce ed il dosaggio delle pause.

Il linguaggio orale permette di attribuire una maggiore quantità di sfumature al messaggio. Abbassare il tono di voce indica la volontà di ridurre le distanze con l’interlocutore, oppure una situazione confidenziale che esclude dalla conversazione altre persone presenti; al contrario, alzare il tono di voce indica che il contenuto del messaggio non è rivolto solo a chi è vicino fisicamente ma anche ad altre persone presenti ed è anche un modo per attirare l’attenzione. Il silenzio stesso può avere multipli significati all’interno di una conversazione, come la volontà di non manifestare il proprio assenso o dissenso, oppure la distrazione dell’interlocutore. Allo stesso tempo, il silenzio è richiesto ad esempio nei luoghi sacri, in segno di rispetto, oppure durante il minuto di silenzio che si effettua quando si commemora un evento luttuoso. Lo stile comunicativo può quindi variare nettamente a seconda del contesto in cui ci si trova: in base alla confidenza che si ha con gli altri interlocutori, in base all’ambito lavorativo o familiare, eccetera. Ogni individuo conserva comunque il proprio stile comunicativo, nonostante la variabilità delle diverse situazioni.

Il linguaggio orale è tipico dell’infanzia. Per un bambino la voce dell’adulto è uno strumento di apprendimento imprescindibile e gli permette di comprendere molto bene l’adulto proprio attraverso gli elementi metacomunicativi, che permettono di riconoscere lo stato emotivo del parlante.

Il passaggio dall’oralità alla scrittura è avvenuto circa cinquemila anni fa, e l’invenzione della stampa, pietra miliare della comunicazione, risale a circa cinquecento anni fa. Il linguaggio scritto è invece più rigido di quello orale. In passato, la scrittura era una prerogativa dei sacerdoti, per cui mettere per iscritto significava anche attribuire un significato rituale. Anche in questo caso il registro utilizzato varia a seconda del contesto: scrivere una lettera ad un amico è diverso da scrivere un curriculum vitae o un’istanza al tribunale. La comunicazione scritta, comunque, riflette la distanza tra gli interlocutori molto più della comunicazione orale, sia perché spesso è presente un tempo di latenza tra la scrittura del messaggio ed il suo arrivo al ricevente, sia perché si ha a disposizione un maggior tempo per scegliere attentamente i termini che si vogliono utilizzare. Il linguaggio scritto è inoltre privo degli elementi metacomunicativi che caratterizzano il linguaggio orale, e quindi è più complesso comprendere il vero significato della comunicazione.

Quando si parla di oralità di ritorno (o secondaria) si fa riferimento ad un fenomeno inquadrato nell’era elettronica, che prevede lo sfruttamento dei mezzi elettronici come la televisione, la radio ed il telefono. L’oralità di ritorno non implica un abbandono della scrittura, ma la modifica del testo scritto come era conosciuto precedentemente: infatti, il testo scritto non è più lo strumento principale tramite il quale si diffondono e condividono le informazioni. Nell’oralità secondaria la voce ha un ruolo estremamente importante, come accadeva per l’oralità primaria, che quindi non viene persa del tutto; la differenza sta nel fatto che spesso la voce deriva da fonti non visibili, quindi manca l’autentica relazione con gli altri individui. È importante sottolineare che ci sono alcuni punti in comune tra l’oralità primaria e secondaria, come il fatto di generare in entrambi i casi un forte senso comunitario.

SMS, mail, blog e chat online permettono di ricreare un linguaggio molto simile a quello del parlato, aggiungendo ad esempio emoticons che esprimono lo stato d’animo e le intenzioni di chi comunica, riducendo i possibili fraintendimenti: si tende spesso a concentrarsi maggiormente sulle immagini anziché sulla scrittura.

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2. I mass-media e gli effetti sulla comunicazione

L’epoca in cui viviamo viene detta epoca delle comunicazioni di massa, che riescono a raggiungere rapidamente e contemporaneamente una moltitudine di soggetti, i quali possono vivere anche in luoghi molto distanti l’uno dall’altro. Questo fenomeno è nato con una serie di mezzi di comunicazione che al giorno d’oggi sono presenti in modo molto ben radicato nella società: i giornali, la radio, il cinema, la televisione. Tuttavia, fino ad un centinaio di anni fa, questi mezzi di comunicazione erano piuttosto elitari, a causa, ad esempio, dell’analfabetismo molto elevato. Il concetto di “massa” accomuna le comunicazioni di massa, la cultura di massa e la società di massa, e può essere descritto come qualcosa di amorfo e formato da individui privi di una identità propria, ma piuttosto passivi e manipolabili da influenze esterne. Questo concetto si è presentato in concomitanza con i regimi totalitari del ventesimo secolo e con l’avvento del consumismo di massa.

La sociologia ha mosso una serie di critiche nei confronti della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione che la rendono tale, in quanto questi strumenti di comunicazione sono visti come uno strumento di manipolazione che permette di sfruttare i mass-media per ottenere un profitto e creare un controllo politico, un consenso basato sulla passività. Questa critica è stata definita come “teoria critica della società”, sostenuta da autori che vedono la società come destinata ad omologarsi.

In tempi più recenti il concetto di “massa” è caduto in disuso a causa dei connotati negativi del termine; si preferisce ora parlare di “pubblico”, “audience”. In ogni caso il termine usato fa riferimento ad un ricevente passivo e molto ampio, mentre il numero degli emittenti che è molto ristretto.

Il settore dell’informazione è uno di quelli più importanti nel mondo dei mass-media: ogni giorno accadono moltissimi fatti nel mondo, e solo una minuscola percentuale di questi viene trasmessa attraverso la comunicazione di massa, da una parte perché molti eventi non sono ritenuti rilevanti, non interessano persone famose, o i giornalisti non ne vengono a conoscenza. Tra le notizie più diffuse dai mass-media ci sono sicuramente i vari crimini che danno forma alla cronaca nera, ed il fatto di sentir parlare così spesso questi fatti può dare l’impressione che essi siano dilaganti e può suscitare l’apprensione del pubblico.

Una volta scelti i fatti da raccontare attraverso la comunicazione di massa è importante confezionare attentamente il messaggio, ricostruendo i fatti e selezionando quali aspetti approfondire e trattare con maggiore attenzione. Inoltre sarebbe bene che i giornalisti cercassero di separare i fatti dalle proprie opinioni personali, in modo da garantire un’informazione imparziale, ma ciò non è sempre facile: basti pensare a come alcune testate giornalistiche siano più vicine alle ideologie di alcuni partiti politici piuttosto che di altri.

A questo punto, una volta inviato il messaggio, sta al ricevente effettuare la propria selezione personale in termini di giornali che sceglie di leggere o programmi televisivi che sceglie di guardare. Nonostante questo tipo di comunicazione sia effettivamente unilaterale il pubblico ha potere decisionale, ad esempio cambiando canale se un programma alla televisione non lo interessa, scegliendo di leggere un articolo di giornale piuttosto che un altro. Per cui la “massa” non ha solo connotati negativi, non assorbe tutti i contenuti che le vengono proposti, ma è in grado di selezionare e filtrare i messaggi in maniera personale.

Sarebbe sbagliato infatti non tenere conto delle propensioni di ognuno, degli interessi che permettono di scegliere quali informazioni ricevere: la variabilità interpersonale gioca un ruolo evidente.

Per studiare i mass-media si utilizza il modello di Lasswell, che teorizza che per descrivere la comunicazione bisogna rispondere ad alcune domande:

  • Chi? → si riferisce all’emittente, che può essere la redazione di un giornale;
  • Cosa dice? → si riferisce al contenuto del messaggio;
  • Tramite quale canale? → si riferisce al mezzo utilizzato, cioè radio, televisione eccetera;
  • A chi è diretto? → si riferisce al destinatario, al pubblico;
  • Con quale effetto? → riferisce alla risposta del destinatario in seguito alla ricezione del messaggio.

Gli ultimi due punti presi in considerazione sono i più interessanti da analizzare. Il pubblico è categorizzabile a seconda di età, sesso, interessi eccetera, e questo va tenuto a mente quando si identifica il target, ovvero il destinatario della comunicazione di massa. Ma ci si è resi conto che anche le relazioni svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione dei messaggi: infatti molto spesso i messaggi dei mass-media non arrivano direttamente ai riceventi, ma arrivano tramite la mediazione di conoscenti o familiari a cui viene attribuita più o meno credibilità. La comunicazione quindi passa molto spesso attraverso le reti sociali: tra emittente e destinatario spesso c’è un intermediario, ovvero le relazioni di gruppo. Chi riceve direttamente le informazioni le interpreta in modo più o meno oggettivo, e le trasmette ad altri individui.

Un altro settore dove la comunicazione di massa è fondamentale è la pubblicità, la quale influenza pesantemente le scelte di acquisto dei consumatori, ma non è l’unico fattore che influenza gli acquisti. Infatti, i consumatori sono manipolabili dalla pubblicità, ma non completamente, in quanto i prodotti devono essere adattati ai gusti dei consumatori affinchè questi siano invogliati ad acquistare maggiormente. Oltre ad essere uno strumento di marketing, gli introiti pubblicitari sono una delle fonti di reddito principali delle redazioni giornalistiche e delle stazioni televisive. Siccome la pubblicità ormai è diventata una presenza fissa nelle vite di tutti i cittadini, spesso si discute la necessità di implementare delle regolamentazioni al fine di evitare una serie di effetti negativi che possono verificarsi in seguito ad un’esposizione eccessiva. Per quanto riguarda le scene di violenza che si ritrovano spesso in televisione, c’è chi sostiene che, soprattutto durante l’infanzia, un’esposizione prolungata porterebbe a sviluppare dei modelli culturali che favoriscono l’uso della violenza nella vita reale. In sintesi, si può concludere che i mass-media non manipolino completamente l’opinione pubblica, ma certamente hanno un’influenza non indifferente sugli individui che sono esposti alla comunicazione di massa.

Secondo molti esperti al giorno d’oggi stiamo assistendo ad una nuova rivoluzione, che verrà paragonata per importanza alla rivoluzione industriale: stiamo parlando della rivoluzione telematica, che in modo estremamente rapido ha sconvolto il modo in cui viene intesa la comunicazione. Essa consiste nella creazione e diffusione di strumenti come le linee telefoniche e le fibre ottiche, che sono in grado di dialogare da loro; un altro esempio è sicuramente internet, che permette di comunicare in gran parte del pianeta e offre una gamma infinita di informazioni e forme di intrattenimento tra cui scegliere.

Lo studio dei mass media è cominciato intorno al 1930, quando in Europa si configurava la seconda guerra mondiale e l’America attraversava una grande crisi economica. La propaganda effettuata attraverso tutti i nuovi media è stata protagonista di entrambe le situazioni. 

I principali teorici dei mass media sono stati:

  • Walter Benjamin
  • Marshall McLuhan
  • Umberto Eco
  • Adorno e Horkheimer
  • Stuart Hall
  • John Berger
  • Laura Mulvey
  • Susan Sontag
  • Joan Fontcuberta
  • Jean Baudrillard
  • Neil Postman

Si possono dividere i teorici di Mass Media in due categorie:

  • apocalittici: ovvero coloro che non credevano affatto nei nuovi media e pensavano che fossero il male della società;
  • integrati: coloro che teorizzavano gli effetti positivi dei nuovi media sulla società. 

Marshall McLuhan comincia la sua carriera da teorico come apocalittico, infatti frequenterà anche la scuola con Adorno, un altro teorico fermamente apocalittico. Con il tempo però prenderà le parti degli integrati, diventando ad un certo punto il teorico integrato più famoso d’America. La sua fama comincia con Understanding Media, opera nella quale teorizza gli effetti positivi dei nuovi media sulla società. Questo testo è diviso in due parti: nella prima elenca le sue teorie e nella seconda vuole metterle in pratica. Gossage, un pubblicitario, lo scopre e lo fa crescere tantissimo in termini di immagine, portandolo a condurre il suo primo show televisivo. I concetti di Understanding Media saranno poi ripresi e semplificati nell’Intervista con Playboy. 

Altri suoi trattati sono:

  • La sposa meccanica” (1951): in questo saggio è ancora critico dei media, ma si impegna a capirli per capire il presente e il futuro;
  • Il Medium è il messaggio” (1964): questo saggio ha tre significati. Il primo è quello di attirare le persone attraverso il contenuto, senza mostrare il medium che si configura intorno ad esso, quindi il controllo, per esempio Hollywood. Il secondo è che il contenuto dei media è secondario, per esempio nella televisione sono più importanti i messaggi che la comunicazione più comunicare. Il terzo significato è un’unione dei due precedenti;
  • “Narciso e narcosi”: in questo saggio definisce i media come estensione dell’uomo e spiega come l’individuo rischi di diventare come narciso, succube dei nuovi media. Ai tempi non esistevano ancora i new media, ma questa teoria si applica molto bene ai social network.

Umberto Eco è una delle figure italiane più importanti nello studio dei nuovi media. È sempre stato un integrato e si è impegnato per diffondere la cultura dei nuovi media nel nostro paese. Nel 1971 ha fondato il DAMS di Bologna: la prima università italiana che prevedeva lo studio di tutte le materie portate dai nuovi media. 

Tra le sue opere principali ci sono:

  • Comunicazione di massa e teorie della comunicazione di massa”: un saggio molto simile ad Understanding Media di McLuhan, anche questo diviso in due parti;
  • Fenomenologia di Mike Bongiorno”: in questo saggio scompone la figura del presentatore, mettendolo a nudo davanti al pubblico. Bongiorno ha sempre detestato questo libro;
  • Apocalittici e integrati”: partendo del testo Understanding Media, è proprio Eco a classificare le tipologie di persone che parlano di media in questa parte del saggio.

Nei suoi saggi analizza anche i pensieri di vari studiosi ed i loro punti a favore o a sfavore della cultura di massa.

Le teorie di Eco sono molto importanti per comprendere la nascita e l’evoluzione della cultura di massa. Attraverso i suoi saggi siamo in grado di comprendere anche i pensieri di diversi altri studiosi e compararli in maniera oggettiva, unendo varie teorie.

4. I new-media

I nuovi media sono nati con l’informatica e sono identificabili con internet, la telefonia mobile ed i social network, i podcast, le email, i blog, le app, la musica in streaming, in contrasto con gli “old media”, ovvero la televisione, la radio, il cinema, i libri ed i giornali. 

Cosa rende i new media “nuovi”? I nuovi media hanno alcune caratteristiche principali, che li distinguono dai mass media:

  • possibilità di selezionare le informazioni ed i contenuti ai quali si vuole accedere → si parla di selettività. I new media sono “on demand”, ovvero si può scegliere quando e come guardarli. Ad esempio non è più necessario sottostare alla programmazione televisiva come avveniva in passato, ma tramite l’avvento di piattaforme come Netflix può scegliere liberamente quando e cosa guardare: sono dunque strumenti estremamente personalizzabili;
  • possibilità di inviare comunicazioni, non solo di ricevere: questa è una differenza importante con i mass-media, che sono invece caratterizzati da una maggiore passività. I new media danno la possibilità di inviare feedback e partecipare in modo più o meno creativo → si parla di interattività (viene definito un tipo di comunicazione “many to many”);
  • possibilità di combinare in entrata ed in uscita messaggi in varie forme, ovvero suoni, testi, immagini → si parla di multimedialità;
  • possibilità di creare mondi artificiali con i quali interagire → si parla di virtualità;
  • possibilità di comunicare in modo molto rapido, e a distanza, con annullamento delle barriere spazio-temporali tra gli utenti;
  • possibilità di immagazzinare un’enorme quantità di informazioni;
  • possibilità di utilizzare contemporaneamente, nello stesso device, strumenti che un tempo erano separati, come il telefono, la televisione, la calcolatrice e la macchina fotografica → si parla di convergenza;
  • possibilità di accedere ai servizi attraverso qualsiasi device a disposizione: questa novità permette a chiunque possieda un device di fare uso dei new media ovunque, sui mezzi pubblici, in casa, a lavoro, eccetera → si parla di accessibilità, sia in termini di possibilità di farne uso, sia in termini economici: al giorno d’oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale si può permettere uno smartphone attraverso il quale accedere ai new media.

Oltre che per piacere personale, internet viene utilizzato moltissimo dalla maggioranza delle persone per svolgere al meglio il proprio lavoro e offre anche la possibilità di de-localizzare molte operazioni lavorative: si parla quindi di smart working. Una tipologia di attività in cui i social media stanno prendendo piede è sicuramente quella didattica, perchè da una parte i docenti possono avere nuove fonti di informazioni e anche mezzi tecnologici (come le presentazioni) che permettono di attuare un metodo d’insegnamento più innovativo; allo stesso tempo, anche per gli studenti risulta più facile apprendere e memorizzare molte nozioni se possono farlo attraverso la multimedialità.

L’avvento dei new media porta con sè una serie di problematiche legate alla privacy, che non erano presenti nel contesto dei mass media. Com’è noto, moltissime applicazioni e device richiedono l’accesso alla posizione in modo tale da consentire la geolocalizzazione (che può essere una risorsa salvavita se una persona si è persa o si è ferita in un luogo non facilmente accessibile), richiedono l’accesso ai dati personali, richiedono l’accettazione dei cookie. I cookie ad esempio vengono usati per “tracciare i click” in modo da migliorare l’esperienza d’uso dell’utente indicando i contenuti affini alle attività svolte sul web. In alcuni Paesi orientali, come la Cina, i dati degli utenti non sono tutelati come lo sono, almeno in teoria, in Occidente, perchè se il governo ritiene di doverne entrare in possesso li può richiedere liberamente alle applicazioni o ad i siti che li hanno raccolti. Risulta evidente quindi che vi sono una serie di problematiche, i “lati oscuri” dei social network.

Se fino all’avvento dei new media la politica era costellata da dibattiti, lunghi discorsi e convegni tenuti dalle figure di spicco di partiti e movimenti, a partire dall’epoca dei new media persino i politici spesso utilizzano piattaforme come Twitter per comunicare tra di loro o con i loro concittadini. Social network come Twitter vengono inoltre utilizzati anche per la creazione e la diffusione di fake news, ovvero false notizie da cui possono beneficiare principalmente le persone che le inventano. Un altro esempio ancora dell’ascesa dei new media si può ritrovare nelle elezioni politiche americane del 2016, durante le quali i social network hanno permesso di individuare e selezionare il target a cui diffondere la propria visione politica: il “caso Cambridge Analytica” ha rivelato come fosse stato possibile, tramite i social network, inviare agli utenti informazioni sulla base delle loro preferenze, potendo inviare loro contenuti appositi, con l’obiettivo di influenzare la scelta di voto degli utenti.

I new media permeano ormai ogni sfumatura della nostra vita, a tal punto che si calcola che un adulto in media spenda circa sette ore al giorno connesso a internet. “Su quasi otto miliardi di abitanti del Pianeta, oltre 5,3 miliardi utilizzano il cellulare, quasi 5 miliardi si connettono a internet e quasi 4,7 miliardi usano i social network.” (focus.it)

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