3. Giovanni Verga

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1. La vita

Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 da una famiglia di proprietari terrieri. Dopo la spedizione di Garibaldi in Sicilia, Verga abbandona gli studi di giurisprudenza e presta servizio dal 1860 al 1864 nella Guardia nazionale. In questo periodo pubblica un romanzo storico, I carbonari della montagna (1861-1862), dove troviamo al centro della narrazione gli avvenimenti della resistenza antifrancese in Calabria dopo l’Armistizio di Villafranca. Successivamente dà alle stampe un romanzo patriottico ambientato a Venezia, Sulle lagune (1863), che racconta la storia di un amore contrastato. Infine, scrive un romanzo romantico dal titolo Una peccatrice (1866). 

Nel 1865 Verga inizia a frequentare Firenze, trasferendosi in maniera definitiva nel 1869. Qui conosce Luigi Capuana (allora critico teatrale) e arricchisce la propria formazione. In questa città compone: Storia di una capinera, un romanzo epistolare di grande successo (uscito a Milano nel 1871), e il dramma Rose caduche. Nello stesso periodo avvia anche la stesura di Eva.

Nel 1872 Verga si trasferisce a Milano, all’epoca capitale letteraria, dove stringe rapporti con diversi scrittori scapigliati e legge i romanzi del Naturalismo francese. Dopo aver pubblicato Eva, scrive e stampa nel 1875 Tigre reale ed Eros (in questi romanzi, incentrati sulla vita dei salotti borghesi, è forte l’influenza degli scapigliati). Nel 1874 Verga aveva anche pubblicato la novella Nedda, storia di una raccoglitrice di olive: emergono per la prima volta le tematiche popolari siciliane che caratterizzeranno la sua adesione al Verismo.

In questo periodo nascono i suoi grandi capolavori: nel 1878 scrive Rosso Malpelo (primo racconto verista di Verga e poi confluito nella raccolta di novelle Vita dei campi), esce la raccolta di novelle Vita dei campi (1880) e il romanzo I Malavoglia (1881), primo capitolo di un ciclo de I Vinti (in principio intitolato La marea) progettato in cinque volumi: oltre ai Malavoglia, il progetto prevedeva Mastro-don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso. Seguiranno nel 1883 Novelle rusticane Per le vie; il 1884 è, invece, l’anno dell’esordio teatrale con Cavalleria rusticana che conosce grande successo anche grazie all’interpretazione di Eleonora Duse. Nel 1887 scrive Vagabondaggio e nel 1889 pubblica in volume Mastro-don Gesualdo.

Nel 1893 Verga torna in Sicilia e, angosciato dal disinteresse del pubblico verso i suoi romanzi, si dedica nuovamente al teatro: scrive La Lupa (1896) e qualche anno dopo Dal tuo al mio (1903), opera ambientata in una solfatara siciliana.

Negli ultimi anni della sua vita, il suo lavoro letterario inizia ad avere riconoscimenti critici; nel 1920 è nominato senatore e assiste al Teatro Massimo di Catania alle celebrazioni in suo onore tenute da Luigi Pirandello nel corso di una celebrazione promossa dal Ministero della Pubblica istruzione. Muore il 27 gennaio del 1922 a Catania.

2. La fase romantica e la fase scapigliata        

Nella prima fase, definita pre-verista, troviamo romanzi patriottici legati al romanticismo storico e romanzi d’amore e d’intrattenimento. Fra i primi collochiamo Amore e patria (1857) e I carbonari della montagna (1862); fra i secondi, in particolare, Una peccatrice (1865) dove la storia passionale fra il letterato Pietro Busio e la contessa Narcisa Valderi è l’elemento dominante nel racconto e l’aspetto storico-patriottico è lasciato ai margini. In questi romanzi l’impianto del racconto è elementare, fondato sulla contrapposizione fra “buoni” e “cattivi” per i romanzi patriottici e fra uomo e donna nei romanzi d’intrattenimento con intreccio erotico. Anche in Storia di una capinera, romanzo epistolare uscito nel 1871, il romanticismo è ancora ben radicato. Nel romanzo le lettere sono scritte da Maria, costretta dalla matrigna a diventare monaca dopo essersi innamorata di un giovane, e indirizzate a un’amica adottando nella scrittura un fiorentino, talvolta artificioso. La donna rappresenta l’ideale romantico della passione e resta fedele ai propri sentimenti fino a perdere la vita; tuttavia, già qui troviamo un focus di Verga per i personaggi “vinti” dall’esistenza (aspetti che saranno approfonditi dopo la svolta verista). 

Quando Verga si trasferisce a Milano, inizia a scrivere romanzi che risentono dell’impatto con questa realtà sociale ed economica più avanzata. I primi romanzi del periodo milanese sono: EvaTigre realeed Eros che compongono quello che è stato definito il ciclo “mondano” e trattano argomenti graditi al pubblico che vive in città come, per esempio, ambizioni fallite e amori impossibiliEva è un vero e proprio romanzo di svolta: per la prima volta Verga persegue una poetica del vero e mostra di aver appreso la lezione degli scapigliati evidente anche nell’atteggiamento di polemica antiborghese che emerge in particolare nella prefazione (fase scapigliata). 

Il romanzo Eva si fonda sull’intreccio di quattro temi: lo studio del rapporto fra arte e modernità e fra valori romantici e la vita alienante dettata dallo sviluppo economico; l’artista in crisi, topos della realtà moderna; la storia d’amore di Enrico Lanti, un giovane romantico che subisce il fallimento dei propri ideali; infine, il contrasto fra la società moderna e del progresso (metropoli) e il mondo premoderno (paese siciliano). La vera novità è che il romanzo presenta un’alternanza di punti di vista (che porta all’eclissi dell’autore): la narrazione è affidata a un narratore-testimone, amico del protagonista; poco per volta il protagonista interviene per presentare direttamente la propria storia. Tigre reale ed Eros,invece, rappresentano tappe importanti verso la svolta verista, le cui vicende possono essere lette come una sorta di documento sulla società contemporanea. Negli stessi anni in cui Verga compone Tigre reale ed Eros lavora a un bozzetto siciliano che pubblica una prima volta nel 1874 con il titolo di Nedda: per la prima volta l’autore sceglie come protagonisti umili personaggi della sua terra in un ambiente contadino descritto in maniera realistica. 

Nedda però non può ancora essere definita una novella verista poiché l’autore è presente e interviene di continuo sin dall’inizio del racconto, manca dunque la teoria dell’impersonalità.

3. Il pensiero e la poetica

La poetica verista elaborata da Verga rivela un’impostazione di tipo positivistico (la verità è oggettiva e scientifica); materialistico (il comportamento umano è assimilato a quello dell’uomo); deterministico(le scelte e i comportamenti dell’uomo sono determinati da impulsi naturali). 

Verga persegue una conoscenza il più possibile oggettiva del mondo che intende rappresentare; la psicologia dei personaggi può essere rappresentata solo dall’esterno; nell’opera non trapela l’ideologia dell’autore (teoria dell’impersonalità); approfondisce la conoscenza della realtà da cui proviene (una Sicilia che all’epoca era oggetto di indagini relative alla cosiddetta “questione meridionale”). Il romanzo ha per Verga funzione di denuncia: è un testimone che fotografa la realtà e documenta ciò che vede, astenendosi da ogni giudizio; lascia che le persone e i luoghi si presentino da soli pian piano nel corso della narrazione sostituendo il proprio punto di vista con quello dei personaggi (il cosiddetto “artificio della regressione”). Il narratore diviene anonimo, si eclissa, diviene ogni volta diverso, si mimetizza; questo crea così un effetto di straniamento nel lettore che non riesce a identificarsi nella mentalità proposta. Ad esempio, in Rosso Malpelo il narratore coincide con il personaggio popolare che racconta la vicenda dal punto di vista della comunità che perseguita il ragazzo.    

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Per raggiungere questo effetto, funzionale è la tecnica del discorso indiretto libero notando che non abbiamo l’uso dei due punti e nemmeno dei verbi dicendi con le subordinate; in più la prospettiva linguistica e culturale dei personaggi rispecchia l’ambiente rappresentato nel romanzo. Verga attua una vera e propria rivoluzione linguistica, significa, per esempio, che esprime la popolarità siciliana dei contadini, dei pescatori, minatori a livello artistico (difatti la forma è dialettale non nel lessico, quanto nell’organizzazione del discorso più paratattico che ipotattico); emerge, così, un parlato antiletterarioche accoglie le cosiddette sgrammaticature, intercalari tipici del siciliano, molti proverbi e modi di dire e diverse imprecazioni.        

La prima opera verista è Vita dei campi i cui protagonisti sono personaggi emarginatidisadattati per motivi economici e sociali (ad esempio la “Lupa” è da tutti evitata e condannata per la spregiudicatezza delle proprie passioni). Gli esclusi hanno uno sguardo più profondo sulle cose; osservano la realtà nella sua autentica crudezza. L’atteggiamento dell’autore nei confronti dei suoi personaggi disadattati non è quello di pietà: possibilità di riscatto e liberazione nei suoi personaggi non esistono, anzi, a modo loro i protagonisti sono eroi caratterizzati da una rassegnazione coraggiosa poiché il loro destino non può essere mutato; dunque, l’unica consolazione illusoria è l’attaccamento alla famiglia (ideale dell’ostrica). Verga crede che le sue opere non debbano offrire consolazione, ma stimolare nel lettore la riflessione critica.  

4. I Malavoglia 

Uscito nel gennaio del 1881, è il primo romanzo verista di Verga. Composto da quindici capitoli (divisi in tre parti: cap. 1-4; cap. 5-10; cap. 11-15), racconta le vicende vissute dal 1863 al 1878 in Sicilia dalla famiglia di pescatori dei Toscano, chiamati in paese “Malavoglia” e composta da padron ‘Ntoni, dal figlio Bastianazzo, dalla nuora Maruzza detta la Longa e dai nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia; gli avvenimenti durano quindici anni, ma il racconto inizia in medias res nel 1875. In questo quadro, gli abitanti del paese svolgono il ruolo di antagonisti dei Malavoglia e del modello da essi rappresentato questo perché i compaesani rappresentano l’ideologia utilitaristica, mentre la famiglia Toscano è radicata nei valori morali di padron ‘Ntoni.

Lo scenario è un villaggio siciliano chiamato Aci Trezza dove questa famiglia vive in maniera dignitosa e possiede una barca, la Provvidenza. Dal momento in cui si verifica l’allontanamento di alcuni membri della famiglia, questa è colpita da numerose disgrazie; ma, lo sforzo di coloro che restano e che si rifà ad un sistema di valori tradizionali consente di riunire e salvare in parte la famiglia. In particolar modo Verga mette in luce in questo romanzo le conseguenze che in questa famiglia provoca il “progresso”, infatti, il tema principale è la ricerca del meglio, ma limitatamente ai bisogni materiali e naturali. Tende a prevalere l’idea che la società moderna, penetrando in questo mondo, ne travolge i valori; i personaggi possono essere salvaguardati solo se pronti a rinunciare al “progresso”. Altri temi sono: la legge economica che domina la vita in ogni suo aspetto (anche l’amore nei Malavoglia è destinato ad essere sopraffatto dal denaro) e la famiglia come unico appiglio contro “la marea degli eventi”.

In questo romanzo sono presenti tutte le tecniche che caratterizzano la produzione della fase verista dell’autore: in primis il narratore è internoanonimopopolare e corale (tecnica dello straniamento), la voce narrante proviene dalla scena popolare, è la voce dei membri della comunità del villaggio, radicata nell’ottica del paese; la narrazione è maggiormente filtrata attraverso il discorso indiretto libero; la lingua utilizzata è una parlata dialettale nella struttura e nella sintassi, vale a dire nella particolare scelta delle metafore, delle similitudini e dei proverbi, dunque una sorta di italiano sicilianizzato (tecnica dell’impersonalità). Infine, per quanto riguarda i tempi verbali prevale l’imperfetto

5. Mastro-don Gesualdo 

Il secondo romanzo del ciclo dei Vinti è Mastro-don Gesualdo che esce in volume nel 1889. È composto in ventuno capitoli suddivisi in quattro parti che si possono unire alle quattro fasi della vita del protagonista: la prima parte (cap. 1-7) vede la sua ascesa sociale; la seconda (cap. 8-12) racconta il massimo trionfo del protagonista; nella terza (cap. 13-16) assistiamo al suo declino; infine, nella quarta (cap. 17-21) vediamo la sconfitta e la morte di Gesualdo Motta, malato di cancro. 

La vicenda si svolge tra il 1820 e il 1848 tra il comune di Vizzini (vicino Catania) e Palermo; vede come protagonista un manovale siciliano che, grazie alla sua ambizione, diventa un proprietario terriero (per questo don Gesualdo, dall’italiano antico donno, derivato dal latino dominus “signore”) suscitando l’invidia dei rivali e dei parenti. Per riscattarsi sul piano sociale Gesualdo lascia la domestica Diodata e sposa l’aristocratica Bianca Trao, dalla cui unione nasce Isabella. Dopo la morte della moglie, Gesualdo si trasferisce a Palermo; ritrovato solo, si rende conto che la “roba” accumulata nel corso della sua vita si è polverizzata nel nulla e muore solo (nel momento della morte egli stesso diviene una cosa: un “uomo-roba”).  

Accanto a Gesualdo hanno una grande importanza le figure femminili: Bianca, Diodata e Isabella, vittime delle leggi sociali. La prima, poiché è nobile, non può sposare il cugino Ninì; la seconda essendo una “trovatella” non può sposare Gesualdo; infine, Isabella, come la mamma, non può sposare l’uomo che ama, il cugino Corrado. Questo è anche un romanzo storico dal momento che a fare da sfondo ci sono i seguenti eventi: la rivolta carbonara del 1820; l’epidemia di colera del 1837; la rivoluzione del 1848; la nascita della borghesia terriera dove predominante è la figura dell’arrampicatore sociale.    

Uno degli aspetti più innovativi del romanzo è una regia narrativa a più voci dove i punti di vista dei personaggi si intrecciano e dove ognuno parla con il proprio linguaggio e il proprio stile: l’italiano parlato si alterna a quello colto e mondano creando così letture discordanti (principio dell’impersonalità). Per quanto riguarda i tempi verbali, è predominante il passato remoto (tipico del siciliano). Nel romanzo si proietta talvolta una sorta di deformazione grottesca la cui funzione è quella di smascherare l’ipocrisia e mettere a nudo i suoi personaggi.    

6. Analisi dei seguenti testi

LA ROBA da Novelle rusticane

La novella, pubblicata per la prima volta nel dicembre del 1880 nella “Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere e arti” e poi compresa nella raccolta Novelle rusticane – ha come protagonista Mazzarò, un contadino siciliano che poco per volta, sacrificando tutto alla logica economica, è divenuto il maggior proprietario terriero della regione, sostituendosi al barone grazie anche alla sua avidità e al suo egoismo. Ma il processo di accumulazione economica si scontra con la sua sostanziale insensatezza: di fronte alla morte, infatti, Mazzarò scopre l’inutilità di una vita dedicata esclusivamente alla morte (parallelismo con Mastro-don Gesualdo). La figura dell’accumulazione è visibile proprio nella ripetizione ossessiva del termine “roba”, che ricorre ben ventiquattro volte nel testo. 

La novella può essere divisa, in base ai punti di vista della narrazione, in tre parti: il punto di vista di un viandante (rr. 1-27), che percorre le proprietà di Mazzarò; viene descritta la distesa dei possedimenti come fosse vista dai suoi occhi. Successivamente il punto di vista è quello del lettighiere (rr. 27-55) che, rispondendo alle domande del viandante, presenta la personalità di Mazzarò. Infine, il punto di vista è quello di Mazzarò stesso (rr. 56-151), che conclude il racconto attraverso una sorta di elogio del lavoro e delle fatiche, finalizzate tuttavia al misero piacere dell’accumulo.

TESTO

Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria: ‐ Qui di chi è? ‐ sentiva rispondersi: ‐ Di Mazzarò ‐. E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: ‐ E qui? ‐ Di Mazzarò ‐. E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all’improvviso l’abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: ‐ Di Mazzarò ‐. Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l’erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. ‐ Tutta roba di Mazzarò. Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. – Invece egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì ch’era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch’era un brillante, quell’uomo.

Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano. Né per questo egli era montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore; ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera, era la sua sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro, perché costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga ‐ dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, all’impiedi, in un cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.

Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento. Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivavano in novembre; e altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei villaggi interi alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna, era per la vendemmia di Mazzarò. Alla mèsse poi i mietitori di Mazzarò sembravano un esercito di soldati, che per mantenere tutta quella gente, col biscotto alla mattina e il pane e l’arancia amara a colazione, e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze. Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d’occhio uno solo, e badava a ripetere: ‐ Curviamoci, ragazzi! ‐ Egli era tutto l’anno colle mani in tasca a spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli veniva la febbre, ogni volta.

Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro, tutto di 12 tarì d’argento, ché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua roba, e andava a comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo, e ingombravano le strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule ‐ egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita, perché la roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima era stato il padrone di Mazzarò, e l’aveva raccolto per carità nudo e crudo ne’ suoi campi, ed era stato il padrone di tutti quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri dietro, pareva il re, e gli preparavano anche l’alloggio e il pranzo, al minchione, sicché ognuno sapeva l’ora e il momento in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel sacco. ‐ Costui vuol essere rubato per forza! ‐ diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle mani, borbottando: ‐ Chi è minchione se ne stia a casa, ‐ la roba non è di chi l’ha, ma di chi la sa fare ‐. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando, e come; ma capitava all’improvviso, a piedi o a cavallo alla mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.

In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba del barone; e costui uscì prima dall’uliveto, e poi dalle vigne, e poi dai pascoli, e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non passava giorno che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci metteva sotto la sua brava croce. Al barone non era rimasto altro che lo scudo di pietra ch’era prima sul portone, ed era la sola cosa che non avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò: ‐ Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te ‐. Ed era vero; Mazzarò non sapeva che farsene, e non l’avrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava ancora del tu, ma non gli dava più calci nel di dietro.

‐ Questa è una bella cosa, d’avere la fortuna che ha Mazzarò! ‐ diceva la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera, e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba; e se il proprietario di una chiusa limitrofa si ostinava a non cedergliela, e voleva prendere pel collo Mazzarò, dover trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere, e farcelo cascare, malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la fertilità di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e arrivava a fargliela credere una terra promessa, sinché il povero diavolo si lasciava indurre a prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa e la chiusa, che Mazzarò se l’acchiappava ‐ per un pezzo di pane. ‐ E quante seccature Mazzarò doveva sopportare! ‐ I mezzadri che venivano a lagnarsi delle malannate, i debitori che mandavano in processione le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l’asinello, che non avevano da mangiare. 

‐ Lo vedete quel che mangio io? ‐ rispondeva lui, ‐ pane e cipolla! e sì che ho i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba ‐. E se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva: ‐ Che, vi pare che l’abbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e raccoglierle? ‐ E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l’aveva.

E non l’aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perché voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re, ché il re non può ne venderla, né dire ch’è sua.

Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: ‐ Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente! ‐.

Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: ‐ Roba mia, vientene con me! –.

ROSSO MALPELO da Vita dei campi

Questo racconto fu pubblicato per la prima volta nel 1878 e poi riunito in Vita dei campi nel 1880. Il racconto è la storia di un ragazzo che lavora in una cava di rena e costretto a confrontarsi senza consolazioni con la violenza che domina la realtà. Poiché ha i capelli rossi è ritenuto malvagio; all’inizio è protetto dal padre, ma quando questi muore in un incidente di lavoro, resta solo e indifeso poiché la mamma e la sorella lo maltrattano. Rosso assimila la “dura legge della vita” e cerca di insegnarne la lezione all’unico amico che abbia, Ranocchio. Quando anche costui muore di tisi, accetta di visitare un tratto inesplorato della cava da dove non tornerà mai più.

L’impianto del testo è prevalentemente descrittivo e ha come principale obiettivo quello di presentare il protagonista e il contesto sociale in cui agisce. L’intreccio si compone di diversi episodi: la morte del padre mastro Misciu (rr. 27-38); il ritrovamento del cadavere del padre (rr. 154-170); la morte dell’asino (rr. 192-214); la morte di Ranocchio (rr. 257-301); la morte di Malpelo (rr. 323-336). I singoli episodi sono riferiti mediante il passato remoto, anche se nel racconto prevale l’uso dell’imperfetto. Nella novella l’autore regredisce fino ad eclissarsi dietro il punto di vista della comunità: ricorre a un processo di straniamento per poter mostrare l’ignoranza del popolo; starà al lettore capovolgere il punto di vista del narratore che rispecchia la mentalità arretrata della comunità dei minatori. La voce narrante è omodiegetica (interna e partecipe della vicenda) ed è ostile al protagonista: è proprio dal coro paesano, infatti, che il ragazzino è descritto con termini fortemente dispregiativi. Il linguaggio adottato da Verga rispecchia la produzione verista: si tratta di una forma mista di italiano colto ed espressioni dialettali; ricorre al che polivalente; al discorso indiretto libero e al meccanismo della concatenazione (una delle ultime parole del periodo precedente viene ripresa all’inizio di quello successivo). 

TESTO

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.

Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.

Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.

Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c’ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e sporco di rena rossa, che la sua sorella s’era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo la domenica. Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto Monserrato e la Caverna, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo», e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.

Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato, e dacché non serviva più, s’era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, lasciava dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle soperchierie cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com’era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri: – Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -.

Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché fosse una buona bestia. Zio Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non l’avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso; ma d’altra parte tutto è pericolo nelle cave, e se si sta a badare a tutte le sciocchezze che si dicono, è meglio andare a fare l’avvocato.

Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che l’avemaria era suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor del padrone, o raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. Ei, che c’era avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava:- Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! – e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo appalto, il cottimante!

Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava al pari di un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse ohi! anch’esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino.

Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: – Tirati in là! – oppure: – Sta attento! Bada se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa, e scappa! – Tutt’a un tratto, punf! Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un tonfo sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed il lume si spense.

L’ingegnere che dirigeva i lavori della cava, si trovava a teatro quella sera, e non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo per il babbo di Malpelo che aveva fatto la morte del sorcio. Tutte le femminucce di Monserrato, strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran disgrazia ch’era toccata a comare Santa, la sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i denti invece, quasi avesse la terzana. L’ingegnere, quando gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da circa tre ore, e Misciu Bestia doveva già essere bell’e arrivato in Paradiso, andò proprio per scarico di coscienza, con scale e corde, a fare il buco nella rena. Altro che quaranta carra! Lo sciancato disse che a sgomberare il sotterraneo ci voleva almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea prendere il doppio di calce. Ce n’era da riempire delle carra per delle settimane. Il bell’affare di mastro Bestia!

Nessuno badava al ragazzo che si graffiava la faccia ed urlava, come una bestia davvero. – To’! – disse infine uno. – È Malpelo! Di dove è saltato fuori, adesso? – Se non fosse stato Malpelo non se la sarebbe passata liscia…- Malpelo non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno, scavava colle unghie colà, nella rena, dentro la buca, sicché nessuno s’era accorto di lui; e quando si accostarono col lume, gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci invetrati, e la schiuma alla bocca da far paura; le unghie gli si erano strappate e gli pendevano dalle mani tutte in sangue. Poi quando vollero toglierlo di là fu un affar serio; non potendo più graffiare, mordeva come un cane arrabbiato, e dovettero afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza.

Però infine tornò alla cava dopo qualche giorno, quando sua madre piagnucolando ve lo condusse per mano; giacché, alle volte, il pane che si mangia non si può andare a cercarlo di qua e di là. Lui non volle più allontanarsi da quella galleria, e sterrava con accanimento, quasi ogni corbello di rena lo levasse di sul petto a suo padre. Spesso, mentre scavava, si fermava bruscamente, colla zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati, e sembrava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli susurrasse nelle orecchie, dall’altra parte della montagna di rena caduta. In quei giorni era più tristo e cattivo del solito, talmente che non mangiava quasi, e il pane lo buttava al cane, quasi non fosse grazia di Dio. Il cane gli voleva bene, perché i cani non guardano altro che la mano che gli dà il pane, e le botte, magari. Ma l’asino, povera bestia, sbilenco e macilento, sopportava tutto lo sfogo della cattiveria di Malpelo; ei lo picchiava senza pietà, col manico della zappa, e borbottava: – Così creperai più presto! –

Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo, e lavorava al pari di quei bufali feroci che si tengono coll’anello di ferro al naso. Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che un asino si rompeva una gamba, o che crollava un tratto di galleria, si sapeva sempre che era stato lui; e infatti ei si pigliava le busse senza protestare, proprio come se le pigliano gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a fare a modo loro. Cogli altri ragazzi poi era addirittura crudele, e sembrava che si volesse vendicare sui deboli di tutto il male che s’immaginava gli avessero fatto gli altri, a lui e al suo babbo. Certo ei provava uno strano diletto a rammentare ad uno ad uno tutti i maltrattamenti ed i soprusi che avevano fatto subire a suo padre, e del modo in cui l’avevano lasciato crepare. E quando era solo borbottava: – Anche con me fanno così! e a mio padre gli dicevano Bestia, perché egli non faceva così! – E una volta che passava il padrone, accompagnandolo con un’occhiata torva: – È stato lui! per trentacinque tarì! – E un’altra volta, dietro allo Sciancato: – E anche lui! e si metteva a ridere! Io l’ho udito, quella sera!-.

Per un raffinamento di malignità sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzetto, venuto a lavorare da poco tempo nella cava, il quale per una caduta da un ponte s’era lussato il femore, e non poteva far più il manovale. Il poveretto, quando portava il suo corbello di rena in spalla, arrancava in modo che gli avevano messo nome Ranocchio; ma lavorando sotterra, così Ranocchio com’era, il suo pane se lo buscava. Malpelo gliene dava anche del suo, per prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano.

Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo e senza misericordia, e se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte, con maggiore accanimento, dicendogli: – To’, bestia! Bestia sei! Se non ti senti l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello! –

O se Ranocchio si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca e dalle narici: – Così, come ti cuocerà il dolore delle busse, imparerai a darne anche tu! – Quando cacciava un asino carico per la ripida salita del sotterraneo, e lo vedeva puntare gli zoccoli, rifinito, curvo sotto il peso, ansante e coll’occhio spento, ei lo batteva senza misericordia, col manico della zappa, e i colpi suonavano secchi sugli stinchi e sulle costole scoperte. Alle volte la bestia si piegava in due per le battiture, ma stremo di forze, non poteva fare un passo, e cadeva sui ginocchi, e ce n’era uno il quale era caduto tante volte, che ci aveva due piaghe alle gambe. Malpelo soleva dire a Ranocchio: – L’asino va picchiato, perché non può picchiar lui; e s’ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi -.

Oppure: – Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così gli altri ti terranno da conto, e ne avrai tanti di meno addosso -.

Lavorando di piccone o di zappa poi menava le mani con accanimento, a mo’ di uno che l’avesse con la rena, e batteva e ribatteva coi denti stretti, e con quegli ah! ah! che aveva suo padre. – La rena è traditora, – diceva a Ranocchio sottovoce; – somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia, e se sei più forte, o siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere. Mio padre la batteva sempre, ed egli non batteva altro che la rena, perciò lo chiamavano Bestia, e la rena se lo mangiò a tradimento, perché era più forte di lui -.

Ogni volta che a Ranocchio toccava un lavoro troppo pesante, e il ragazzo piagnucolava a guisa di una femminuccia, Malpelo lo picchiava sul dorso, e lo sgridava: – Taci, pulcino! – e se Ranocchio non la finiva più, ei gli dava una mano, dicendo con un certo orgoglio: – Lasciami fare; io sono più forte di te -. Oppure gli dava la sua mezza cipolla, e si contentava di mangiarsi il pane asciutto, e si stringeva nelle spalle, aggiungendo: – Io ci sono avvezzo -.

Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a dormire sui sassi colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro; anche a digiunare era avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli il pane o la minestra. Ei diceva che la razione di busse non gliel’aveva levata mai, il padrone; ma le busse non costavano nulla. Non si lamentava però, e si vendicava di soppiatto, a tradimento, con qualche tiro di quelli che sembrava ci avesse messo la coda il diavolo: perciò ei si pigliava sempre i castighi, anche quando il colpevole non era stato lui. Già se non era stato lui sarebbe stato capace di esserlo, e non si giustificava mai: per altro sarebbe stato inutile. E qualche volta, come Ranocchio spaventato lo scongiurava piangendo di dire la verità, e di scolparsi, ei ripeteva: – A che giova? Sono malpelo! – e nessuno avrebbe potuto dire se quel curvare il capo e le spalle sempre fosse effetto di fiero orgoglio o di disperata rassegnazione, e non si sapeva nemmeno se la sua fosse salvatichezza o timidità. Il certo era che nemmeno sua madre aveva avuta mai una carezza da lui, e quindi non gliene faceva mai.

Il sabato sera, appena arrivava a casa con quel suo visaccio imbrattato di lentiggini e di rena rossa, e quei cenci che gli piangevano addosso da ogni parte, la sorella afferrava il manico della scopa, scoprendolo sull’uscio in quell’arnese, ché avrebbe fatto scappare il suo damo se vedeva con qual gente gli toccava imparentarsi; la madre era sempre da questa o da quella vicina, e quindi egli andava a rannicchiarsi sul suo saccone come un cane malato. Per questo, la domenica, in cui tutti gli altri ragazzi del vicinato si mettevano la camicia pulita per andare a messa o per ruzzare nel cortile, ei sembrava non avesse altro spasso che di andar randagio per le vie degli orti, a dar la caccia alle lucertole e alle altre povere bestie che non gli avevano fatto nulla, oppure a sforacchiare le siepi dei fichidindia. Per altro le beffe e le sassate degli altri fanciulli non gli piacevano.

La vedova di mastro Misciu era disperata di aver per figlio quel malarnese, come dicevano tutti, ed egli era ridotto veramente come quei cani, che a furia di buscarsi dei calci e delle sassate da questo e da quello, finiscono col mettersi la coda fra le gambe e scappare alla prima anima viva che vedono, e diventano affamati, spelati e selvatici come lupi. Almeno sottoterra, nella cava della rena, brutto, cencioso e lercio com’era, non lo beffavano più, e sembrava fatto apposta per quel mestiere persin nel colore dei capelli, e in quegli occhiacci di gatto che ammiccavano se vedevano il sole. Così ci sono degli asini che lavorano nelle cave per anni ed anni senza uscirne mai più, ed in quei sotterranei, dove il pozzo d’ingresso è a picco, ci si calan colle funi, e ci restano finché vivono. Sono asini vecchi, è vero, comprati dodici o tredici lire, quando stanno per portarli alla Plaja, a strangolarli; ma pel lavoro che hanno da fare laggiù sono ancora buoni; e Malpelo, certo, non valeva di più; se veniva fuori dalla cava il sabato sera, era perché aveva anche le mani per aiutarsi colla fune, e doveva andare a portare a sua madre la paga della settimana.

Certamente egli avrebbe preferito di fare il manovale, come Ranocchio, e lavorare cantando sui ponti, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole sulla schiena, – o il carrettiere, come compare Gaspare, che veniva a prendersi la rena della cava, dondolandosi sonnacchioso sulle stanghe, colla pipa in bocca, e andava tutto il giorno per le belle strade di campagna; – o meglio ancora, avrebbe voluto fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo ai verde, sotto i folti carrubbi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato il mestiere di suo padre, e in quel mestiere era nato lui. E pensando a tutto ciò, narrava a Ranocchio del pilastro che era caduto addosso al genitore, e dava ancora della rena fina e bruciata che il carrettiere veniva a caricare colla pipa in bocca, e dondolandosi sulle stanghe, e gli diceva che quando avrebbero finito di sterrare si sarebbe trovato il cadavere del babbo, il quale doveva avere dei calzoni di fustagno quasi nuovi. Ranocchio aveva paura, ma egli no. Ei pensava che era stato sempre là, da bambino, e aveva sempre visto quel buco nero, che si sprofondava sotterra, dove il padre soleva condurlo per mano. Allora stendeva le braccia a destra e a sinistra, e descriveva come l’intricato laberinto delle gallerie si stendesse sotto i loro piedi all’infinito, di qua e di là, sin dove potevano vedere la sciara nera e desolata, sporca di ginestre riarse, e come degli uomini ce n’erano rimasti tanti, o schiacciati, o smarriti nel buio, e che camminano da anni e camminano ancora, senza poter scorgere lo spiraglio del pozzo pel quale sono entrati, e senza poter udire le strida disperate dei figli, i quali li cercano inutilmente.

Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne una delle scarpe di mastro Misciu, ei fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo all’aria aperta colle funi, proprio come un asino che stesse per dar dei calci al vento. Però non si poterono trovare né i calzoni quasi nuovi, né il rimanente di mastro Misciu; sebbene i pratici affermarono che quello dovea essere il luogo preciso dove il pilastro gli si era rovesciato addosso; e qualche operaio, nuovo al mestiere, osservava curiosamente come fosse capricciosa la rena, che aveva sbatacchiato il Bestia di qua e di là, le scarpe da una parte e i piedi dall’altra.

Dacché poi fu trovata quella scarpa, Malpelo fu colto da tal paura di veder comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo, che non volle mai più darvi un colpo di zappa, gliela dessero a lui sul capo, la zappa. Egli andò a lavorare in un altro punto della galleria, e non volle più tornare da quelle parti. Due o tre giorni dopo scopersero infatti il cadavere di mastro Misciu, coi calzoni indosso, e steso bocconi che sembrava imbalsamato. Lo zio Mommu osservò che aveva dovuto penar molto a finire, perché il pilastro gli si era piegato proprio addosso, e l’aveva sepolto vivo: si poteva persino vedere tutt’ora che mastro Bestia avea tentato istintivamente di liberarsi scavando nella rena, e avea le mani lacerate e le unghie rotte.

– Proprio come suo figlio Malpelo! – ripeteva lo sciancato – ei scavava di qua, mentre suo figlio scavava di là -. Però non dissero nulla al ragazzo, per la ragione che lo sapevano maligno e vendicativo. Il carrettiere si portò via il cadavere di mastro Misciu al modo istesso che caricava la rena caduta e gli asini morti, ché stavolta, oltre al lezzo del carcame, trattavasi di un compagno, e di carne battezzata. La vedova rimpiccolì i calzoni e la camicia, e li adattò a Malpelo, il quale così fu vestito quasi a nuovo per la prima volta. Solo le scarpe furono messe in serbo per quando ei fosse cresciuto, giacché rimpiccolire le scarpe non si potevano, e il fidanzato della sorella non le aveva volute le scarpe del morto.

Malpelo se li lisciava sulle gambe, quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano accarezzargli i capelli, quantunque fossero così ruvide e callose. Le scarpe poi, le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, l’una accanto all’altra, e stava a guardarle, coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio.

Ei possedeva delle idee strane, Malpelo! Siccome aveva ereditato anche il piccone e la zappa del padre, se ne serviva, quantunque fossero troppo pesanti per l’età sua; e quando gli aveano chiesto se voleva venderli, che glieli avrebbero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no. Suo padre li aveva resi così lisci e lucenti nel manico colle sue mani, ed ei non avrebbe potuto farsene degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci avesse lavorato cento e poi cento anni. In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l’asino grigio; e il carrettiere era andato a buttarlo lontano nella sciara.

– Così si fa, – brontolava Malpelo; – gli arnesi che non servono più, si buttano lontano -.

Egli andava a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva a forza anche Ranocchio, il quale non avrebbe voluto andarci; e Malpelo gli diceva che a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa, bella o brutta; e stava a considerare con l’avida curiosità di un monellaccio i cani che accorrevano da tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del grigio. I cani scappavano guaendo, come comparivano i ragazzi, e si aggiravano ustolando sui greppi dirimpetto, ma il Rosso non lasciava che Ranocchio li scacciasse a sassate. – Vedi quella cagna nera, – gli diceva, – che non ha paura delle tue sassate? Non ha paura perché ha più fame degli altri. Gliele vedi quelle costole al grigio? Adesso non soffre più -. L’asino grigio se ne stava tranquillo, colle quattro zampe distese, e lasciava che i cani si divertissero a vuotargli le occhiaie profonde, e a spolpargli le ossa bianche; i denti che gli laceravano le viscere non lo avrebbero fatto piegare di un pelo, come quando gli accarezzavano la schiena a badilate, per mettergli in corpo un po’ di vigore nel salire la ripida viuzza. – Ecco come vanno le cose! Anche il grigio ha avuto dei colpi di zappa e delle guidalesche; anch’esso quando piegava sotto il peso, o gli mancava il fiato per andare innanzi, aveva di quelle occhiate, mentre lo battevano, che sembrava dicesse: «Non più! non più!». Ma ora gli occhi se li mangiano i cani, ed esso se ne ride dei colpi e delle guidalesche, con quella bocca spolpata e tutta denti. Ma se non fosse mai nato sarebbe stato meglio -.

La sciara si stendeva malinconica e deserta, fin dove giungeva la vista, e saliva e scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi trillasse, o un uccello che venisse a cantarci. Non si udiva nulla, nemmeno i colpi di piccone di coloro che lavoravano sotterra. E ogni volta Malpelo ripeteva che la terra lì sotto era tutta vuota dalle gallerie, per ogni dove, verso il monte e verso la valle; tanto che una volta un minatore c’era entrato da giovane, e n’era uscito coi capelli bianchi, e un altro, cui s’era spenta la candela, aveva invano gridato aiuto per anni ed anni.

– Egli solo ode le sue stesse grida! – diceva, e a quell’idea, sebbene avesse il cuore più duro della sciara, trasaliva.

– Il padrone mi manda spesso lontano, dove gli altri hanno paura d’andare. Ma io sono Malpelo, e se non torno più, nessuno mi cercherà -.

Pure, durante le belle notti d’estate, le stelle splendevano lucenti anche sulla sciara, e la campagna circostante era nera anch’essa, come la lava, ma Malpelo, stanco della lunga giornata di lavoro, si sdraiava sul sacco, col viso verso il cielo, a godersi quella quiete e quella luminaria dell’alto; perciò odiava le notti di luna, in cui il mare formicola di scintille, e la campagna si disegna qua e là vagamente – perché allora la sciara sembra più bella e desolata.

– Per noi che siamo fatti per vivere sotterra, – pensava Malpelo, – dovrebbe essere buio sempre e da per tutto -.

La civetta strideva sulla sciara, e ramingava di qua e di là; ei pensava: – Anche la civetta sente i morti che son qua sotterra, e si dispera perché non può andare a trovarli -.

Ranocchio aveva paura delle civette e dei pipistrelli; ma il Rosso lo sgridava, perché chi è costretto a star solo non deve aver paura di nulla, e nemmeno l’asino grigio aveva paura dei cani che se lo spolpavano, ora che le sue carni non sentivano più il dolore di esser mangiate.

– Tu eri avvezzo a lavorar sui tetti come i gatti, – gli diceva, – e allora era tutt’altra cosa. Ma adesso che ti tocca a viver sotterra, come i topi, non bisogna più aver paura dei topi, né dei pipistrelli, che son topi vecchi con le ali; quelli ci stanno volentieri in compagnia dei morti -.

Ranocchio invece provava una tale compiacenza a spiegargli quel che ci stessero a far le stelle lassù in alto; e gli raccontava che lassù c’era il paradiso, dove vanno a stare i morti che sono stati buoni, e non hanno dato dispiaceri ai loro genitori. – Chi te l’ha detto? – domandava Malpelo, e Ranocchio rispondeva che glielo aveva detto la mamma.

Allora Malpelo si grattava il capo, e sorridendo gli faceva un certo verso da monellaccio malizioso che la sa lunga. – Tua madre ti dice così perché, invece dei calzoni, tu dovresti portar la gonnella -.

E dopo averci pensato un po’: 

– Mio padre era buono, e non faceva male a nessuno, tanto che lo chiamavano Bestia. Invece è là sotto, ed hanno persino trovato i ferri, le scarpe e questi calzoni qui che ho indosso io -. Da lì a poco, Ranocchio, il quale deperiva da qualche tempo, si ammalò in modo che la sera dovevano portarlo fuori dalla cava sull’asino, disteso fra le corbe, tremante di febbre come un pulcin bagnato. Un operaio disse che quel ragazzo non ne avrebbe fatto osso duro a quel mestiere, e che per lavorare in una miniera, senza lasciarvi la pelle, bisognava nascervi. Malpelo allora si sentiva orgoglioso di esserci nato, e di mantenersi così sano e vigoroso in quell’aria malsana, e con tutti quegli stenti. Ei si caricava Ranocchio sulle spalle, e gli faceva animo alla sua maniera, sgridandolo e picchiandolo. Ma una volta, nel picchiarlo sul dorso, Ranocchio fu colto da uno sbocco di sangue; allora Malpelo spaventato si affannò a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa gli avesse fatto, e giurava che non avea potuto fargli poi gran male, così come l’aveva battuto, e a dimostrarglielo, si dava dei gran pugni sul petto e sulla schiena, con un sasso; anzi un operaio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle spalle: un calcio che risuonò come su di un tamburo, eppure Malpelo non si mosse, e soltanto dopo che l’operaio se ne fu andato, aggiunse: – Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato più forte di me, ti giuro! –

Intanto Ranocchio non guariva, e seguitava a sputar sangue, e ad aver la febbre tutti i giorni. Allora Malpeloprese dei soldi della paga della settimana, per comperargli del vino e della minestra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi nuovi, che lo coprivano meglio. Ma Ranocchio tossiva sempre, e alcune volte sembrava soffocasse; la sera poi non c’era modo di vincere il ribrezzo della febbre, né con sacchi, né coprendolo di paglia, né mettendolo dinanzi alla fiammata. Malpelo se ne stava zitto ed immobile, chino su di lui, colle mani sui ginocchi, fissandolo con quei suoi occhiacci spalancati, quasi volesse fargli il ritratto, e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso trafelato e l’occhio spento, preciso come quello dell’asino grigio allorché ansava rifinito sotto il carico nel salire la viottola, egli borbottava: – È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu crepi! –

E il padrone diceva che Malpelo era capace di schiacciargli il capo, a quel ragazzo, e bisognava sorvegliarlo.

Finalmente un lunedì Ranocchio non venne più alla cava, e il padrone se ne lavò le mani, perché allo stato in cui era ridotto oramai era più di impiccio che altro. Malpelo si informò dove stesse di casa, e il sabato andò a trovarlo. Il povero Ranocchio era più di là che di qua; sua madre piangeva e si disperava come se il figliuolo fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana.

Cotesto non arrivava a comprenderlo Malpelo, e domandò a Ranocchio perché sua madre strillasse a quel modo, mentre che da due mesi ei non guadagnava nemmeno quel che si mangiava. Ma il povero Ranocchionon gli dava retta; sembrava che badasse a contare quanti travicelli c’erano sul tetto. Allora il Rosso si diede ad almanaccare che la madre di Ranocchio strillasse a quel modo perché il suo figliuolo era sempre stato debole e malaticcio, e l’aveva tenuto come quei marmocchi che non si slattano mai. Egli invece era stato sano e robusto, ed era malpelo, e sua madre non aveva mai pianto per lui, perché non aveva mai avuto timore di perderlo.

Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era morto, ed ei pensò che la civetta adesso strideva anche per lui la notte, e tornò a visitare le ossa spolpate del grigio, nel burrone dove solevano andare insieme con Ranocchio. Ora del grigio non rimanevano più che le ossa sgangherate, ed anche di Ranocchio sarebbe stato così. Sua madre si sarebbe asciugati gli occhi, poiché anche la madre di Malpelo s’era asciugati i suoi, dopo che mastro Misciu era morto, e adesso si era maritata un’altra volta, ed era andata a stare a Cifali colla figliuola maritata, e avevano chiusa la porta di casa. D’ora in poi, se lo battevano, a loro non importava più nulla, e a lui nemmeno, ché quando sarebbe divenuto come il grigio o come Ranocchio, non avrebbe sentito più nulla.

Verso quell’epoca venne a lavorare nella cava uno che non s’era mai visto, e si teneva nascosto il più che poteva. Gli altri operai dicevano fra di loro che era scappato dalla prigione, e se lo pigliavano ce lo tornavano a chiudere per anni ed anni. Malpelo seppe in quell’occasione che la prigione era un luogo dove si mettevano i ladri, e i malarnesi come lui, e si tenevano sempre chiusi là dentro e guardati a vista.

Da quel momento provò una malsana curiosità per quell’uomo che aveva provata la prigione e ne era scappato. Dopo poche settimane però il fuggitivo dichiarò chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa, e piuttosto si contentava di stare in galera tutta la vita, ché la prigione, in confronto, era un paradiso, e preferiva tornarci coi suoi piedi.

– Allora perché tutti quelli che lavorano nella cava non si fanno mettere in prigione? – domandò Malpelo.

– Perché non sono malpelo come te! – rispose lo Sciancato. – Ma non temere, che tu ci andrai! e ci lascerai le ossa! –

Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo come suo padre, ma in modo diverso. Una volta si doveva esplorare un passaggio che doveva comunicare col pozzo grande a sinistra, verso la valle, e se la cosa andava bene, si sarebbe risparmiata una buona metà di mano d’opera nel cavar fuori la rena. Ma a ogni modo, però, c’era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché nessun padre di famiglia voleva avventurarcisi, né avrebbe permesso che si arrischiasse il sangue suo, per tutto l’oro del mondo. 

Malpelo, invece, non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l’oro del mondo per la sua pelle, se pure la sua pelle valeva tanto: sicché pensarono a lui. Allora, nel partire, si risovvenne del minatore, il quale si era smarrito, da anni ed anni, e cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che nessuno possa udirlo. Ma non disse nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui.

Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi. 

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