2. La dimensione del sacro

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1. Religione e scienza

Fin dall’antichità ci sono stati dibattiti sul rapporto tra scienza e religione, che sono, almeno teoricamente, caratterizzate da tratti ben precisi, apparentemente agli antipodi: da una parte la scienza si basa sull’evidenza e sul razionalismo; dall’altra la religione si basa sulla fede e sui dogmi. Moltissimi sono stati gli studiosi, nel corso dei secoli, che hanno espresso la propria opinione riguardo alla relazione tra scienza e religione, e si sono delineati panorami anche molto diversi, ovvero alcuni sostengono che sia due discipline ai poli opposti con una rapporto conflittuale, per cui la coesistenza non sarebbe possibile; altri sostengono che sono due discipline così diverse tra loro da non influenzarsi a vicenda e poter quindi esistere in modo armonioso; altri ancora sostengono che le interazioni tra queste due aree siano trascurabili

Nel corso del tempo ci sono stati moltissimi punti di contatto tra scienza e religione, e alcune pietre miliari del percorso delle due aree sono:

  • molti elementi del metodo scientifico sono stati teorizzati da studiosi pagani, islamici, cristiani (ad esempio, Roger Bacon, che ha formalizzato il metodo scientifico nel tredicesimo secolo, era un frate francescano);
  • Tommaso d’Aquino riconosce l’importanza di filosofia e religione e ammette che queste si trovino su due piani diversi, quindi coesistono in modo indipendente e non subordinato. Tra filosofia e religione ci sono dei punti in comune, in quanto entrambe parlano di Dio, dell’uomo, del mondo. La principale differenza tra le due sta nel fatto che la filosofia offre una conoscenza imperfetta degli argomenti che la teologia è in grado di chiarire, con particolare attenzione al tema della salvezza eterna;
  • durante il Rinascimento il rapporto tra religione e scienza è cambiato profondamente, soprattutto a causa di tre elementi:
    • la religione aveva pervaso ogni ambito della cultura, ovvero era diventata onnipresente e socialmente imposta, a livelli che oggi sarebbero considerati decisamente inaccettabili. Per fare alcuni esempi, la Chiesa cristiana iniziò a perseguire chi non era fedele alla religione cristiana, i cosiddetti “eretici”; fu istituito un indice di libri la cui lettura fu proibita; vennero realizzati dei metodi di controllo estremi, come nel caso delle “spie della moralità” nella Ginevra calvinista;
    • il netto predominio dell’aristotelismo nella scienza del tempo;
    • la scoperta o riscoperta di libri nuovi o precedentemente ignorati: alcuni esempi sono i testi filosofici “Schizzi pirroniani” e l’”Adversus mathemathicos” di Sesto Empirico. Questi volumi fecero nascere lo scetticismo nei confronti della religione e aumentarono invece la fiducia nei confronti della scienza. 
  • il processo a Galileo Galilei, illustre scienziato fiorentino sostenitore della teoria copernicana eliocentrica, in contrapposizione con la teoria geocentrica sostenuta dalla Chiesa. Galileo è stato condannato per “sospetto di eresia” e costretto all’abiura, documento scritto in cui gli viene imposto di rinnegare le sue credenze e l’appartenenza all’ideologia rifiutata dalla Chiesa. Solo duecento anni dopo gli avvenimenti avvenne una prima ritrattazione da parte della Chiesa, quando il Papa Pio VII sostenne la compatibilità tra la fede cristiana e il copernicanesimo. Solo nel 1981, su richiesta di Papa Giovanni Paolo II iniziò un’indagine volta a fare luce su questo caso estremamente discusso, e nel 1992 la condanna venne ritenuta ingiusta;
  • durante l’Illuminismo l’autorità dei testi cristiani venne fortemente messa in discussione dagli studiosi: in quell’epoca la scienza occupava un ruolo sempre più predominante, mentre la lettura di una versione letterale della Bibbia si rivelò ardua ed irragionevole. Nell’epoca dei lumi viene sostenuto il pensiero libero dai dogmi e critico, volto all’analisi razionale della realtà. Nel 1763 viene pubblicato “Trattato sulla tolleranza” di Voltaire, in cui l’autore si schiera a favore della libertà di pensiero e contro il fanatismo religioso;
  • nell’Ottocento Charles Darwin rivoluzionò il mondo scientifico, similmente a Copernico qualche secolo prima, con la Teoria dell’evoluzione, ampiamente espressa nell’opera “L’origine della specie ad opera della selezione naturale” (1859). Proprio Charles Darwin dà una forte spinta all’affermazione del Positivismo, ideologia che afferma il primato della scienza, elemento fondamentale per il progresso e per l’affermazione di una società laica. La teoria dell’evoluzione è stata spesso oggetto di controversie fra la scienza e la religione cristiana. In contrasto con la teoria dell’evoluzione è nata l’ideologia antievoluzionista, ovvero un ramo del creazionismo che cerca di confutare ipotesi, fatti e paradigmi scientifici sulla storia della Terra, sull’evoluzione biologica e sull’astrologia. La maggioranza degli scienziati respinge l’antievoluzionismo, e negli Stati Uniti dalla fine degli anni Ottanta è proibito il suo insegnamento nelle scuole. Diverso invece è il concetto dell’evoluzionismo teista, ideologia che tenta di conciliare le credenze cristiane e la scienza: infatti questa branca accetta la visione scientifica delle età della Terra e dell’evoluzione. Accetta dunque alcuni aspetti principali della scienza, ma tutelando gli insegnamenti religiosi classici su Dio e la creazione;
  • la scienza moderna ha dato un contributo fondamentale al processo di secolarizzazione, ovvero la parziale perdita di valore delle credenze superstiziose e religiose a favore di comportamenti più razionali ed etichettati come “laici”.

2. La funzione sociale della religione

Vari sociologi hanno analizzato nel tempo la funzione sociale della religione, e ovviamente sono nate diverse correnti di pensiero e diversi punti di vista.

  • Teorie funzionaliste: i sociologi che s’interrogano su quale sia la funzione della religione sono principalmente Émile Durkheim e Bronislaw Malinowski. Malinowski, dopo anni di osservazione della religione e della magia alle isole Trobriand, giunge alla conclusione che entrambe queste aree abbiano la funzione di placare le ansie e le paure degli esseri umani. Anche Durkheim trae le proprie conclusioni dopo anni di studi condotti sugli aborigeni australiani; nell’opera “Le forme elementari della vita religiosa” (1912) chiarisce la differenza tra sacro e profano ed individua i caratteri universali di tutte le religioni. Secondo l’autore, la funzione della religione è quella di dare coesione sociale, ordine, e creare solidarietà tra gli esseri umani. La religione è un “fatto sociale”, perchè nasce dalla società e ne consolida la struttura;
  • teorie conflittualiste: secondo gli autori che sostengono questa tesi, la religione serve per sostenere il cambiamento sociale, oppure per sostenere dinamiche di potere.
    Karl Marx ipotizza che la religione sia una forma di consolazione per tenere a bada il malcontento della popolazione operaia, che pensa di essere ricompensata del duro lavoro nell’aldilà. Quindi è uno strumento di potere che serve alle classi dominanti per mantenere il proprio potere ed evitare un cambiamento nei rapporti di potere, che sarebbe in realtà l’unica maniera di placare le sofferenze della classe operaia. In particolare egli definisce la religione come “l’oppio dei popoli”, implicando che la religione offuschi la realtà del mondo ed impedisca al popolo di comprenderla. In sostanza, si tratta di uno strumento di controllo sociale.
    L’altro conflittualista è Max Weber, che nell’opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” spiega come la religione, in particolare il calvinismo, abbia contribuito enormemente allo sviluppo del capitalismo. Secondo il calvinismo infatti, la popolazione è divisa già alla nascita in dannati, eletti e destinati alla salvezza (teoria della predestinazione). La grazia divina può portare a successo economico, per cui anche compiere il proprio lavoro senza dedicarsi al lusso viene visto come in linea con la volontà di Dio. É evidente dunque il nesso tra il calvinismo e la nascita del capitalismo, per cui la religione assume il compito di plasmare la realtà e permettere lo sviluppo del capitalismo;
  • teorie fenomenologiche: sostiene che la religione sia necessaria a spiegare la realtà e che serva a proteggere l’ordine sociale.
    Il principale esponente di questa teoria, che sottolinea l’autonomia della religione, è Peter Berger.

3. I simboli religiosi

Il simbolismo religioso è il metodo attraverso il quale si evidenziano gli aspetti fondamentali di una religione. Alcuni esempi lampanti di simboli religiosi sono la croce cristiana di Gesù, la stella di David ebraica e la mezzaluna islamica.
I simboli sono fondamentali per mettere in relazione i fedeli e gli esseri umani con il sovraumano, e sono studiati dall’antecristo, facendo sviluppare anche delle tesi piuttosto diverse tra di loro. Queste diatribe nascono principalmente dal fatto che molto spesso si cerca di attribuire un significato ad un simbolo che in realtà dovrebbe generare coesione e unione, e non per forza deve avere un significato univoco e specifico. Frequentemente infatti un simbolo può avere molteplici significati che non si escludono reciprocamente, ma sono spesso concordanti in quanto i medesimi principi si applicano a ordini diversi.

I simboli religiosi hanno innumerevoli vantaggi, come il fatto di essere universali e di facile comprensione, immediati, in quanto richiamano subito alla mente un concetto. Il simbolismo è un modo rapido per diffondere i principi cardine di una religione, in un modo che sia accessibile a tutti i fedeli; un esempio classico è quello dell’arte religiosa, soprattutto intesa come immagini sacre, che sono impregnata di simbolismo e permettono ai fedeli di sviluppare una maggiore devozione.

la dimensione del sacro
I simboli religiosi delle religioni più note.
– alamy.it

Per quanto riguarda il simbolismo cristiano, si può effettuare una classificazione in:

  • simboli antropologici, che si rifanno direttamente a immagini umane. Un esempio è quello del pastore, che indica Gesù Cristo;
  • simboli animali, che si rifanno al mondo animale. Un esempio è quello dell’agnello, che indica Gesù Cristo;
  • simboli cosmici, che si rifanno ad elementi cosmici. Alcuni esempi sono il vento ed il fuoco, che indicano lo Spirito Santo;
  • simboli numerici, come il numero 3 che indica la perfezione, ed il numero 666 che indica le forze del male. 

Oltre al cristianesimo, una religione che utilizza molto il simbolismo è l’induismo. Il preciso simbolismo è fondamentale anche nella vita di tutti i giorni, e permette di codificare: gesti delle mani e posture del corpo, acconciature, vestiario, oggetti e ornamenti. Le immagini divine non vanno confuse con gli dei stessi, in quanto le immagini sono solo entità astratte. Le sculture ed i simboli possono essere rappresentati in modo naturalistico, quindi con una rappresentazione concreta, oppure in modo astratto, simbolico.

Alcuni simboli della religione induista sono:

  • il fiore di loto, simbolo di purezza e bellezza;
  • il trishula, il tridente simbolo di Shiva;
  • Aum, sillaba sacra presente nei mantra e nelle adorazioni;
  • gli Yantra, forme geometriche che favoriscono la meditazione e avvicinano i fedeli alla divinità: disegnare uno yantra significa evocare la divinità.

4. Animismo, politeismo, monoteismo

Le religioni possono essere classificate in base a diversi aspetti che si prendono in considerazione, come la natura delle credenze; oppure il tipo di premio e promessa riservato ai fedeli in base al comportamento che viene mantenuto.

Ci sono religioni che ipotizzano la presenza di entità impersonali soprannaturali che hanno una certa influenza sugli esseri umani, in senso positivo o negativo. Alcuni esempi di questo tipo di religione sono il totemismo (studiato da Durkheim, Malinowski, Radcliffe-Brown e Lévi-Strauss), nel quale i credenti identificano un elemento naturale, come una pianta o un animale, come l’antenato che ha dato origine ad un gruppo sociale, oppure la credenza nel mana, praticata nelle isole della Melanesia.

Altre religioni invece ipotizzano la presenza di spiriti che intervengono in modo attivo nelle vicende e nei comportamenti umani, e sono definite animistiche. Altre ancora credono nella guida da parte delle anime dei defunti.

In generale, tutte queste tipologie di religioni citate sono presenti all’interno di società fortemente influenzate dagli elementi magici, e sono società poco differenziate formate da un numero esiguo di individui. Molto diverso è invece ciò che si verifica nelle religioni “universali” monoteiste e politeiste, che sono spesso religioni che uniscono quantità enormi di fedeli, spesso appartenenti a più società diverse. A seconda del fatto che la religione preveda una o più divinità si parla di mono o politeismo; la o le divinità rappresentano tutto ciò che i fedeli non sono, ovvero perfezione, onniscienza, onnipotenza.

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  • Le religioni monoteiste, come il cristianesimo, l’ebraismo e l’islamismo, individuano al centro del loro culto un’unica divinità che è creatrice di tutto il mondo, del genere umano, e non viene messa in discussione dai fedeli nè dalla concorrenza con altre divinità. Il monoteismo tuttavia non è sempre estremamente rigido: ad esempio, nel cattolicesimo Dio viene identificato come uno e trino (Padre, Figlio e Spirito Santo) ed esistono anche i culti dei santi e della Madonna;
  • le religioni politeiste prevedono un mondo divino gerarchizzato, in quanto sono presenti divinità che sottostanno al dio superiore (ad esempio, Giove è il signore dell’Olimpo nella mitologia della Grecia antica, e la sua superiorità deve essere continuamente confermata). In questo tipo di religione gli dei sono sempre in lotta tra loro in quanto ricercano un potere maggiore e anche in quanto cercano di ingraziarsi le lodi e le adorazioni degli esseri umani. Nonostante siano appunto divinità, spesso gli sono attribuite qualità positive e negative che richiamano fortemente quelle umane, e molto spesso hanno anche contatti diretti con il mondo degli esseri umani, con i quali stringono alleanze, si uniscono in matrimonio, eccetera. Il piano su cui si collocano queste divinità è trascendentale, ma non assoluto. Si parla in questi casi di “divinità di funzione” in quanto gli dei presiedono alle attività umane, proteggendole oppure ostacolandole a seconda della propria inclinazione: si distinguono infatti le divinità della caccia, della guerra, del raccolto, eccetera. Al giorno d’oggi, la religione che più si identifica come politeista è sicuramente l’induismo

Si deve poi fare una distinzione tra religioni teocentriche, che si basano sull’idea di un aldilà dove i fedeli credono ci sia la divinità, e religioni cosmocentriche, che si basano sull’idea di armonia universale ultraterrena. Un esempio di religione cosmocentrica è il buddismo, che postula la presenza del Nirvana, ovvero una sfera dominata dall’armonia verso la quale ci si può elevare attraverso la meditazione.

5. La dimensione rituale: i tipi di culto

Il termine “culto” deriva dal latino cultus e significa letteralmente “cura, coltivazione“, participio passato di colere (coltivare). Il culto religioso, è la pratica religiosa esteriore, la “cura” rivolta alla divinità che si adora. All’interno del concetto di culto di una divinità sono presenti i rituali, ovvero preghiere e inni recitati o cantati, danze, sacrifici, o sostituti dei sacrifici; fanno parte del culto anche la conservazione ed esposizione di reliquie o presunte tali, la rappresentazione d’immagini (come le icone, le immagini di culto tridimensionali, le murti induiste, l’individuazione di luoghi di culto appunto, come monti, boschi o fiumi). Quando si parla di luogo sacro, dove viene praticato il culto, questo può essere un luogo naturale o artificiale, come santuari o templi appunto, che possono diventare luogo di pellegrinaggio dei fedeli o essere particolarmente frequentati durante le festività. 

I diversi tipi di culto sono stati classificati dall’antropologo Antony Wallace nel 1966 in quattro tipologie, ovvero:

  • individuali, praticati quindi dal singolo individuo, come offerte e preghiere, ma che rientrano sempre all’interno di un codice religioso condiviso con gli altri fedeli. Altri esempi di culto individuale possono essere: un cristiano che si rivolge ad un santo per chiedere protezione durante un momento difficile della vita oppure un indiano del Nord America che si rivolge al proprio guardiano perché la caccia al bisonte sia prolifica;
  • sciamanici, che si verificano quando una religione assicura il contatto con la divinità non solo attraverso i culti individuali, ma anche per mezzo della figura dello sciamano. L’origine del termine “sciamano” è da ricondurre a popolazioni siberiane e fa riferimento a personaggi che hanno un ruolo di riferimento per tutta la comunità religiosa, in quanto in grado di avere visioni del mondo soprannaturale ed in grado di curare malattie. Gli sciamani sono sostanzialmente persone che conducono una vita normale all’interno della comunità, ma che durante il culto, caratterizzato spesso dall’assunzione di sostanze psicotrope e da musiche appositamente scelte, sono in grado di entrare in stati di trance che gli permettono di entrare in contatto con il soprannaturale, dal quale derivano rivelazioni e conoscenze che permettono di trattare i propri pazienti. Lo sciamanismo classico si ritrova ancora oggi in pochissime zone del mondo, come quelle siberiana, artica e himalayana, mentre in parecchie comunità del Sud America si manifestano ancora manifestazioni di questo genere definite sciamaniche. Figure molto simili a quelle degli sciamani, anche se definite diversamente, si ritrovano in molte popolazioni diffuse in quasi tutti i continenti;
  • comunitari, sono un insieme di pratiche religiose alle quali partecipano individui divisi in gruppi in base all’età, al sesso e alla funzione nella società; oppure possono essere individui che si riuniscono su base volontaria ed in modo temporaneo. I gruppi organizzati che si ritrovano possono anche richiedere la presenza di specifici suonatori o sciamani.
    Nell’Europa mediterranea e in alcune aree musulmane esistono culti le cui partecipanti sono solo di genere femminile, e sono tributari a particolari santi o sante. Esistono culti comunitari che hanno scopo terapeutico, come avviene in alcune comunità nordafricane;
  • ecclesiastici, che prevedono la presenza di individui specializzati nel culto, come ad esempio i sacerdoti. Anche i culti ecclesiastici esistono fin dall’antichità, e al giorno d’oggi sono praticati, ad esempio, nelle chiese cristiane e nell’islam (questa religione in realtà non riconosce gerarchie ecclesiastiche come il cristianesimo cattolico, ma anche all’interno delle comunità musulmane esistono persone che si dedicano esclusivamente al culto). Spesso durante i culti ecclesiastici sono utilizzati alcuni strumenti come i testi scritti, che sono tramandati in luoghi speciali nei quali le figure ecclesiastiche vengono formate. 

É importante non confondere i culti con i riti, che sono invece definibili come un complesso di azioni, gesti o parole che si verificano con una sequenza ben definita. Alcuni esempi possono essere: la processione del Venerdì Santo per la comunità cristiana; il sacrificio di un montone nel giorno di ‘Id al kabir per la comunità musulmana; la vista di un churinga per un giovane aborigeno australiano. I riti possono essere di passaggio, quando sanciscono pubblicamente il passaggio di un individuo da una condizione sociale o spirituale a un’altra (ad esempio, riti di circoncisione o matrimoni); funerario, quando si commemora la scomparsa di un caro; di iniziazione, quando si verifica ad esempio l’ingresso nella società per i giovani guerrieri in alcune comunità africane.

6. Ernesto De Martino e la tradizione demologica italiana: magia e stregoneria

Ernesto De Martino (1908 – 1965) nasce a Napoli in una famiglia borghese, da un padre ingegnere e una madre maestra delle elementari. Dopo aver studiato ingegneria per un anno, inizia lo studio della filosofia ed intraprende gli studi in Lettere all’Università di Napoli, dove si laurea nel 1932 con una tesi in Storia delle religioni. Proprio durante il periodo universitario si avvicina all’ideologia di Benedetto Croce, un intellettuale antifascista padre dell’idealismo e dello storicismo italiano. Lo storicismo è una disciplina che propone di adottare un metodo storicista anche per lo studio di tematiche appartenenti alla storia delle religioni e dell’etnologia, discipline che solitamente non venivano affrontate con un approccio simile. De Martino aderisce inizialmente al fascismo, ma per un periodo breve, per poi passare al fronte opposto, ovvero l’antifascismo. A causa di problemi di salute non combatte nella seconda guerra mondiale, e si trasferisce in romagna con la famiglia dove si unisce alla Resistenza partigiana. 

Al termine del conflitto, De Martino si occupa insieme a Cesare Pavese di una collana di libri editi Einaudi, il cui primo volume s’intitola “Il Mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo” (1948). Gli studi di De Martino si concentrano in questo periodo sui temi della religione e della magia, delle tradizioni e della superstizione nel Sud dell’Italia, del tarantismo. Questo interesse particolare nasce dal fatto che egli entra in politica nel sud Italia, dove diventa segretario della Federazione del PSI a partire dal 1945: durante questi anni egli ha modo di interfacciarsi con la dura realtà della vita contadina degli anni Quaranta, che era permeata appunto dalle tematiche alle quali De Martino inizia a dedicarsi tramite la ricerca. L’interesse per la religione e la magia nel contesto del Sud Italia s’intreccia con l’adesione al Partito Comunista, per cui le figure di riferimento di De Martino diventano:

  • Antonio Gramsci: figura chiave del comunismo degli anni Cinquanta; passa del tempo in carcere a causa dell’accusa di attività cospirativa ed istigazione alla guerra civile. La sua opera che più ispira De Martino è “Osservazioni sul folklore”, in cui viene analizzata la relazione tra appartenenza di classe e produzione culturale;
  • Carlo Levi viene mandato al confino, ovvero a vivere isolato in un paesino delle campagne meridionali, come punizione per il suo attivismo antifascista. Egli è un pittore ed un intellettuale, che ispira De Martino soprattutto attraverso l’opera “Cristo si è fermato ad Eboli” (1945);
  • Rocco Scotellaro, poeta lucano impegnato in politica.

Ispirato dalle opere di questi autori e attivisti, De Martino decide di trascorrere un periodo tra la Lucania e la Puglia per osservare queste realtà più da vicino ed indagare al meglio gli aspetti relativi alla superstizione e alla religione.

Ciò che emerge da questo lavoro è una trilogia meridionalistica, composta dai seguenti volumi:

  • Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria” (1958), testo che deriva dalle indagini svolte insieme ad una troupe di specialisti, tra cui un fotografo ed un musicologo. Da questo volume emergono l’aspetto sociale del lamento e del pianto funebre, il ruolo di mezzo necessario per superare il dolore e il trauma del lutto di un parente o un amico, il rito come funzionale al controllo della sofferenza;
  • Sud e magia” (1959), opera in cui De Martino analizza il modo in cui viene concepita la religione al Sud, e la convivenza della religione con i riti e le cerimonie magiche che spesso si verificano;
  • La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud” (1961), ovvero una delle opere più conosciute di De Martino, deriva dallo studio del tarantismo dal punto di vista psicologico, antropologico, cinematografico, psichiatrico ed etnomusicologo, grazie alla presenza di una équipe variegata. Il tarantismo è un rito che pone al centro individui che soffrono dal punto di vista fisico o mentale, a causa del morso di un ragno velenoso, la taranta. Tramite danze al suono di musica (da cui derivano balli come la tarantella e la pizzica) questi “tarantati” possono andare incontro a guarigione, per cui il ruolo dei musicisti è quello di esorcizzare dal male. Per implorare Dio o per ringraziarlo della guarigione, i tarantati fanno dei pellegrinaggi nelle chiese, in particolare la Chiesa di San Paolo a Galatina è molto conosciuta per questo motivo. De Martino rivoluziona questa visione del tarantismo, affermando che non si tratta di una malattia psicologica o psichiatrica quella che interessa i tarantati; piuttosto, coloro che soffrono di un disagio psicologico riescono a sfogarsi e liberarsene attraverso questo rituale intriso di musica e danza. 

Ernesto De Martino è quindi antropologo, filosofo e storico delle religioni, molto produttivo in termini di opere scritte. Al centro delle sue opere, vi è l’analisi della magia, soprattutto al Sud Italia, che viene vista non come espressione irrazionale di una cultura primitiva, ma piuttosto come strumento per avvertire una maggiore sicurezza di fronte alle difficoltà quotidiane degli individui, infatti viene vista come “espressione culturale”.
La magia quindi è una sorta di rifugio a cui rivolgersi a causa del disagio esistenziale di questi cittadini, che molto spesso vivono in condizioni di disagio e povertà. Di fronte alle difficoltà quotidiane la magia crea un ambiente di sicurezza e permette di riportare ordine nel presente.

Il termine “presenza” viene utilizzato spesso da De Martino come sinonimo di “esserci”: la magia permette di radicare la propria presenza individuale nel momento in cui questa è più fragile. “La presenza in senso antropologico, nella definizione di De Martino è intesa come la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato ad una determinata situazione storica, partecipandovi attivamente attraverso l’iniziativa personale e andandovi oltre attraverso l’azione.” (Wikipedia)

Ernesto De Martino è considerato come uno degli antropologi italiani più innovativi, soprattutto per il suo tempo. Questo perché attua la ricerca sul campo e quindi l’”osservazione partecipante”, come era stato fatto già da altri antropologi che andavano in spedizione nelle isole oceaniche per studiare da vicino gli aborigeni australiani; e anche perchè svolge lavoro di équipe, creando una rete di professionisti che collaborano per analizzare i fenomeni antropologici da un punto di vista multidisciplinare. L’etnologo, secondo De Martino, deve avvicinarsi alle altre culture senza pregiudizi, e soprattutto riconoscendo la cultura di cui fa parte, che determina fortemente il suo modo di decodificare l’alterità, ed i suoi limiti. Bisogna quindi essere in grado di mettere in discussione la propria cultura.

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