18. La letteratura contemporanea e gli autori

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1. Sperimentalismo e Neoavanguardia

Accanto ai temi della Storia e della memoria, nella narrativa italiana del secondo Novecento si trova l’urgenza di raccontare il presente, mettendo in risalto le contraddizioni attraverso la denuncia sociale: gli effetti del boom economico, la nuova realtà dell’industrialismo, il mondo della fabbrica, la criminalità organizzata, la critica verso la civiltà dei consumi; in questi anni assistiamo anche al rifiuto del sistema letterario vigente. L’atto di nascita della Neoavanguardia è rappresentato dalla pubblicazione dell’antologia I novissimipoesie per gli anni Sessanta (1961), che raccoglie le poesie di cinque autori, tutti piuttosto giovani: Elio Pagliarini (1927-2012), Alfredo Giuliani (1924-2007), Edoardo Sanguineti (1930-2010), Antonio Porta (1935-1989), Nanni Balestrini (1935-2019). La Neoavanguardia punta piuttosto all’abbandono dei moduli narrativi tradizionali e al rifiuto del sistema letterario vigente a vantaggio di uno Sperimentalismo, che talvolta determina una certa difficoltà di lettura; i Novissimi intendono dunque evidenziare il carattere rivoluzionario della loro esperienza e vogliono rappresentare una svolta definitiva nel fare poesia. La sperimentazione linguistica è vista come uno strumento usato per cogliere la mutevole complessità del reale e la descrizione di una società fatta di rumori, odori, speculazioni, dove l’individuo si perde.     

Nel 1956 Luciano Anceschi pubblica quella che diverrà l’opera manifesto della NeoavanguardiaLaborintus di Edoardo Sanguineti, il cui tema fondamentale è la figura del labirinto come allegoria della realtà contemporaneaLaborintus è una demistificazione del linguaggio e della letteratura in quanto espressioni dell’ideologia neocapitalistica. L’anno chiave, però, per questo movimento è il 1963, quando un convegno tenutosi a Palermo, porta alla nascita ufficiale del Gruppo 63 (a questo appartengono Alberto Arbasino, Francesco Leonetti, Luigi Malerba e Giorgio Manganelli). Il Gruppo 63 rivoluzionerà il linguaggio attraverso alcune tecniche formali: improvvisi abbassamenti di tono stilistico, inserti comici, digressioni oniriche. 

Il Gruppo 63 si interessa anche alla narrativa, dove lavora sulla trama, la quale viene sostanzialmente rifiutata; sul personaggio, che viene immerso nella vita quotidiana, perdendo la sua dimensione “altra”; per quanto riguarda le tecniche di rappresentazione, invece, troviamo il monologo interiore e lo stream of consciousness.

2. Italo Calvino

Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de las Vegas (Cuba); nel 1925 la famiglia torna a Sanremo, città natale del padre. Consegue la maturità classica nel 1941 presso il ginnasio-liceo di Sanremo e nello stesso anno si stabilisce a Torino e si iscrive all’Università presso la facoltà di Agraria. Nel 1944 entra nella Resistenza e, al termine del conflitto, si iscrive al Partito comunista italiano e riprende gli studi universitari a Torino: attratto dalla società umana e dalla Storia, abbandona gli studi scientifici e passa al terzo anno della facoltà di Lettere, laureandosi nel 1947 in Letteratura inglese. 

Subito dopo inizia a scrivere alcuni racconti, avviando una lunga collaborazione con riviste e giornali, e il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno (opera di matrice neorealista che narra vicende legate alla Resistenza e ambientate in Liguria). Sin dal suo primo romanzo, pubblicato nel 1947, possiamo notare il rifiuto da parte dell’autore per l’introspezione e l’uso di una lingua che punta alla limpidezzaspontaneità e rapidità; in questo stesso periodo viene assunto dalla casa editrice Einaudi, prima come dirigente e poi come consulente nelle scelte editoriali. All’inizio degli anni Cinquanta, prende avvio una nuova fase della scrittura calviniana, che affronta alcuni temi in chiave fiabesca e fantastica attraverso il filtro di uno sguardo ironico (tra i temi troviamo la conoscenza della realtà, il “doppio”, la condizione dell’intellettuale) dove, molto spesso, i suoi protagonisti sono figure dall’identità indefinita talvolta perché non legata ad una normale fisicità. Nel 1952 pubblica Il visconte dimezzato (ambientato tra Boemia e Italia attorno alla metà del Settecento e la dimensione del personaggio simboleggia il dimezzamento dell’individuo contemporaneo), nel 1957 Il barone rampante (il cui protagonista è il primogenito di una nobile famiglia decaduta e incarnazione dell’intellettuale illuminista e cosmopolita) e nel 1959 Il cavaliere inesistente (centrale è il tema dell’incompiutezza e il protagonista rappresenta l’individuo definito soltanto dalla propria funzione): questi daranno origine alla trilogia romanzesca che nel 1960 formerà il volume dal titolo I nostri antenati

A partire dai primi anni Sessanta, la scrittura per Calvino diventa la sua attività fondamentale; nel 1962 scrive il saggio La sfida al labirintoin cui delinea quale dovrebbe essere, secondo lui, il rapporto tra l’attività letteraria e il mondo moderno; contemporaneamente inizia a viaggiare: tra il 1959 e il 1960 soggiorna per sei mesi negli Stati Uniti, poi trascorre diverso tempo a Roma, Sanremo, Torino e Parigi. Qui conosce una traduttrice argentina Esther Judith Singer e la sposa nel 1964 a L’Avana; subito dopo l’autore si trasferisce con lei a Roma e, avuta una bambina, si stabilirà nel 1967 a Parigi, dove risiederà sino al 1980 con tutta la famiglia (periodo in cui rallenta l’attività di scrittura).  In questa città si avvicina agli studi di Semiologia, partecipando a due seminari su Balzac, e frequenta anche il gruppo dell’OuLiPo (Ouvroir de littérature potentielle, “Laboratorio di Letteratura potenziale”), fondato dallo scrittore francese Raymond Queneau. 

Le opere di questo periodo vedono l’autore applicare i procedimenti della letteratura combinatoria e sono intitolate: Il castello dei destini incrociati (romanzo che prende avvio da una tipica situazione della tradizione novellistica: un cavaliere medievale che cerca ospitalità in un castello e siede al tavolo con altri commensali), Le città invisibili (opera divisa in nove capitoli che accolgono le descrizioni di 55 città, indicate con nomi di donna che fanno riferimento alla cultura classica) e Se una notte d’inverno un viaggiatore (uno dei primi esempi italiani di romanzo postmoderno, dove i protagonisti non riescono a concludere la lettura di un romanzo perché il volume risulta interrotto). Grazie a queste ottiene importanti riconoscimenti e continua a viaggiare in diverse parti del mondo, tra cui Iran, Giappone e Messico. Nel 1980 torna in Italia e si stabilisce a Roma; qui prosegue la propria attività editoriale (questa volta presso Garzanti), conducendo una vita appartata. Muore nella notte tra il 18 e il 19 settembre del 1985 a Siena, a causa di un ictus.     

3. Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna nel 1922; nell’infanzia e per tutta l’adolescenza abita in varie città dell’Italia del Nord per poi ritrasferirsi a Bologna, dove resterà fino alla fine del 1942. Dopo il liceo classico, nel 1939 Pasolini si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna; ancora studente, scrive articoli per “Architrave” ed è redattore del “Setaccio”. Nel 1942, quando il padre in guerra è fatto prigioniero dagli inglesi in Africa, la madre e i due figli si trasferiscono a Casarsa; qui, nel 1942 pubblica, presso un piccolo editore di Bologna, Poesie a Casarsa: 14 componimenti scritti in un dialetto friulano che parlano di spensieratezza e gioia di vivere (da questo momento in poi il suo impegno principale sarà la poesia). Pasolini, intanto, fonda la Academiuta di lenga furlana (“Piccola accademia di lingua friulana”) e nel 1945 si laurea a Bologna con una tesi su Giovanni Pascoli. Dal 1947 insegna in una scuola media nei pressi di Pordenone, si iscrive al Partito comunista italiano e partecipa attivamente alle sue iniziative. 

Tra il settembre e l’ottobre del 1949, un episodio avvenuto durante una festa di paese segna la sua vita: Pasolini si apparta con alcuni ragazzi e scoppia uno scandalo, viene così querelato per «corruzione di minori», espulso dal Partito comunista e processato e condannato per atti osceni (verrà assolto due anni dopo). Pier Paolo decide di trasferirsi a Roma, presso uno zio materno, dove vi resterà sino alla morte; alla fine del 1951 trova lavoro come insegnante presso la scuola media privata di Ciampino e diventa amico di Sandro Penna, Giorgio Caproni, Alberto Moravia ed Elsa Morante. In questo periodo prepara anche due importanti opere antologiche: La poesia dialettale del Novecento (1952) e La poesia popolare italiana (1955). Escono altre opere importanti, il suo primo romanzo, Ragazzi di vita(1955), scritto in cui Pasolini riversa la propria conoscenza del sottoproletariato romano utilizzando in maniera efficace l’italiano e il dialetto; le poesie di Le ceneri di Gramsci (1957), opera che lo qualifica come comunista eretico essendo uno scritto legato alla scoperta del sottoproletariato romano delle borgate (recupera le forma del poemetto pascoliano in terzine); Una vita violenta (1959), storia della presa di coscienza di classe da parte di un ragazzo di borgata; i saggi di Passione e ideologia (1960). Il primo lavoro cinematografico, invece, risale al 1954: egli è tra gli sceneggiatori di un film di Mario Soldati, La donna del fiume e collabora anche con Federico Fellini per Le notti di Cabiria e per La dolce vita.      

Gli anni Sessanta rappresentano per lo scrittore un periodo di smarrimento e incertezza dovuto anche alla borghesia che delinea un’epoca di regressione etica e dovuto anche alla paura di non potersi integrare in una società che lo accusa per le sue opere. Nel 1961 compie un viaggio in India con Moravia ed Elsa Morante e dal 1962 in poi viaggia soprattutto in Africa. In questo periodo cresce anche il suo interesse per il cinema: nel 1961 realizza il primo film, Accattone, in cui porta sulla scena il mondo di Ragazzi di vita e di Una vita violenta; nel 1962 Mamma Roma e l’episodio La ricotta l’anno successivo. Successivamente inizia ad affrontare le grandi problematiche dell’umanità: nel 1964 gira il film Il vangelo secondo Matteo, una grande riflessione culturale sul sacro e sulla religione e due anni dopo Uccellacci e uccellini (ultimo film in bianco e nero). Pasolini vive a pieno la frattura all’interno della società dal momento che da una parte è venuto meno il popolo italiano con le sue tradizioni contadine, che lui ha avuto modo di conoscere, ed è scomparsa la cultura umanistica italiana e dall’altra è subentrata un’umanità omologata e livellata corrotta dal consumismo e dai mass media.

Oltre all’interesse per il cinema, Pasolini scrive anche testi teatrali: nel 1966 redige sei tragedie (Orgia, Pilade, Affabulazione, Porcile, Calderón, Bestia da stile), sperimentando un teatro inventato più sulla parola che sugli elementi di scena. Inizia, inoltre, un nuovo romanzo, Petrolio, uscito postumo nel 1992: un testo incompiuto incentrato sui misteri e sui complotti della Storia italiana a lui contemporanea e che, talvolta, diventa metaromanzo per la presenza di diverse riflessioni dell’autore sul proprio fare letteratura. Del 1970 è il film Decameron, che inaugura la cosiddetta Trilogia della vita(insieme a I racconti di Canterbury Il fiore delle mille e una notte). Pier Paolo è ricordato anche per il suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), dove il mondo gli appare fortemente negativo; intensa negli ultimi anni è anche l’attività pubblicistica svolta, in particolare, sui giornali e dove affronta vari argomenti: la società dei consumi, il potere coercitivo sui singoli, la rivoluzione sessuale, la contestazione giovanile (si ricordino gli articoli su tematiche a lui attuali scritti dal 1973 sul “Corriere della Sera” e raccolti nel 1975 come Scritti corsari). Muore assassinato la notte del primo novembre 1975 all’idroscalo di Ostia. L’autore passa dalle forme chiuse della tradizione letteraria a quelle aperte della modernità: in poesia abbandonò il rigore formale nelle scelte metriche, stilistiche ed espressive; nel romanzo lasciò le storie con personaggi e linguaggio definiti, immedesimandosi nel parlante popolare e adottando il gergo parlato dai ragazzi; nel saggio, infine, la sua è una scrittura di denuncia e testimonianza culturale.

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