16. Temi e problemi della filosofia politica contemporanea

16. Temi e problemi della filosofia politica contemporanea

Di cosa parleremo

La crisi dei «modelli classici» di fare filosofia politica trova conferma nella discussione sull’ordine politicoeconomico sociale che accompagna il mondo nel nuovo millennio e che si è soliti definire «globalizzazione».

Con questo termine si intende un fenomeno complesso caratterizzato dalla:

  • fine del bipolarismo tra capitalismo e comunismo che finisce per «consegnare in toto» il mondo alla maggiore superpotenza mondiale, gli U.S.A., e alle multinazionali;
  • deregulation, che liberalizza la circolazione mondiale dei capitali, favorisce la finanziarizzazione dell’economia e la delocalizzazione produttiva con la conseguenza che molte industrie dei Paesi più progrediti, a causa dell’alto costo della manodopera, sono costrette a chiudere, mettendo così in crisi la classe dei lavoratori di tali Paesi.

1. La globalizzazione e il nuovo scenario mondiale

La «geopolitica», cioè la «geografia politica» così, viene trasformata in un orizzonte uniforme di produzione di merci e di un conseguente problema di smaltimento di scorie, mentre dal punto di vista sociale consente la più ampia apertura delle frontiere tra gli Stati, provoca altresì grandi movimenti migratori e una conseguente omologazione culturale globale nel mondo attraverso l’uso dei media.

I processi di globalizzazione sono contraddittori multidimensionali, nella misura in cui il mondo appare più unificato che mai.
Le «entità statali» non rappresentano più gli «unici protagonisti della vita politica mondiale», che finisce nelle mani di organismi sopranazionali (Nazioni Unite, Unione europea, Fondo monetario internazionaleBanca mondialeSette sorelleOPEC e altre grandi multinazionali). Di conseguenza, anche l’economia delle singole nazioni costituisce un orizzonte di sempre più difficile definizione.

Dal punto di vista politico si consolida una terza via tra socialdemocrazia liberalismo, viene gradatamente meno la rete assistenziale dello «Stato sociale» e, dal punto di vista ideologico, il pluralismo («sole» della democrazia) tende a trasformarsi nella uniformità del pensiero unico.

Tematica di capitale importanza nell’epoca della globalizzazione è quello del lavoro. La caduta dello Stato sociale provoca un aumento della disoccupazione strutturale, la diffusione di lavori atipici, la flessibilità occupazionale, la deterritorializzazione e la smaterializzazione di numerosi processi produttivi. Il dibattito sul multiculturalismo, infine, assume un ruolo centrale e per i pensatori che si collocano entro i margini della tradizione liberale (TaylorKymlicka), i quali, pur ponendosi il problema della coesistenza di diversi gruppi all’interno di un unico orizzonte sociale, osservano che i processi di integrazione non tengono nel dovuto conto della «dinamica», dei processi di identità culturale e delle «contraddizioni» derivanti dalla interazione del mondo globalizzato.

2. Le sfide della società globalizzata (Bauman e Stiglitz)

Com’è noto, la globalizzazione investe il processo economico, politico e sociale che caratterizza l’attuale fase dell’evoluzione dell’umanità e della società. Si tratta di dinamiche innescate all’indomani del dominio del mercato capitalistico mondiale, che ha determinato un’intensificazione dei flussi di capitale e di comunicazione conseguenti ai processi di delocalizzazione e concentrazione industriale, netta finanziarizzazione dell’economia, smantellamento dello stato sociale, ridefinizione – e ridimensionamento – del ruolo degli Stati nazionali e delle potenze economiche.

Il pensatore polacco Zygmunt Bauman (Dentro la globalizzazione, 1999) si è interrogato sul ruolo dello Stato-nazione, in virtù del superamento dei vincoli spaziali propri della globalizzazione: «Qualsiasi cosa che si muova a una velocità vicina a quella dei segnali elettronici è praticamente libera da vincoli connessi al territorio all’interno della quale ha avuto origine, verso il quale si dirige, attraverso il quale passa».

Questa libera circolazione delle risorse si è tradotta però in un meccanismo simile a quello che Claude Lévi-Strauss definiva come «atropofagia»: lo stranierol’immigrato, non viene più materialmente divorato come avveniva nelle società primitive, ma è vittima del tentativo di inglobarne le peculiarità, azzerando le differenze che lo connotano a favore di un’assimilazione che, di fatto, richiede il tradimento dell’identità e delle culture originarie.

Per Bauman, la società può reagire in due diversi modi di fronte allo straniero: il primo atteggiamento, definito mixofilia, ne apprezza e promuove la diversità; mentre la mixofobia, invece, è fondata sulla paura e determina comportamenti di chiusura, rifiuto e ostilità.

L’accesso alla mobilità è per Bauman uno dei parametri della nuova stratificazione derivante dalla globalizzazione: «Per gli abitanti del primo mondo – il mondo extraterritoriale, sempre più cosmopolita, degli uomini d’affari globali, dei manager della cultura globale, degli accademici globali – i confini statali sono aperti, e sono smantellati per le merci, i capitali, la finanza» mentre per gli abitanti del secondo mondo, i muri rappresentati dai controlli all’immigrazione si fanno sempre più spessi e impenetrabili.

Bauman ha definito la nostra, una Società dell’incertezza, dove la globalizzazione, favorita dalla deregulation, crea la felicità di pochi e l’infelicità di molti, e instaura un clima di «assedio della paura», caratterizzato dall’aumento della «divisione più profonda tra ricchi e poveri», dove «chi è già escluso o si trova sulla soglia dell’esclusione viene sospinto a forza (e saldamente rinchiuso) all’interno dei muri invisibili, ma del tutto tangibili, che delimitano i nuovi territori dell’emarginazione» senza che per questo chi è già libero ne guadagni qualcosa».

Abolizione dei visti di ingresso e maggiore rigidità dei controlli all’immigrazione assumono, così, «un profondo significato simbolico» che si concretizza nel paradosso «due nazioni significano due confini».

Mentre sul piano economico le frontiere cadono, nuovi muri, spesso invisibili, si innalzano tra gli individui, così la popolazione mondiale in buona parte viene esclusa dai benefici di quella crescita economica in gran parte costruita col suo lavoro.

Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ritiene che la globalizzazione – intesa come eliminazione alle barriere del libero commercio e maggiore integrazione tra le economie nazionali – abbia le potenzialità per arricchire chiunque e i poveri in particolare.

Per Stiglitz (La globalizzazione e i suoi oppositori, 2002), la globalizzazione consiste in una «maggiore integrazione tra i paesi e i popoli del mondo, determinata dall’enorme riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dall’abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenza e (in minore misura) delle persone» ed è guidata dalle multinazionali che, superando i confini nazionali, fanno circolare non solo capitali e merci, ma anche tecnologia.

Stiglitz ritiene, tuttavia, che la globalizzazione abbia fallito la sua missione, in quanto «i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi», infrangendo le promesse di una «crescita sostenibile, giusta e democratica».

Uno degli strumenti di intervento nati per riequilibrare gli squilibri internazionali avrebbe potuto essere il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il cui intervento si «basava sulla convinzione che per raggiungere la stabilità economica fosse necessaria un’azione collettiva livello globale, così come l’ONU era stato fondato sul presupposto che occorresse un’azione collettiva a livello «globale» per garantire la stabilità politica e per le istituzioni che soffrono della pressione delle grandi potenze e delle pressioni della globalizzazione».

Ancora nel testo La globalizzazione e i suoi oppositori, Stiglitz scrive: «Costruito sulla “consapevolezza che i mercati spesso non funzionavano a dovere, che potevano produrre livelli elevati di disoccupazione e non essere in grado di mettere i fondi necessari a disposizione dei paesi in crisi per aiutarli a risollevarsi” e che “occorra esercitare una pressione internazionale sugli Stati affinché adottino politiche economiche più espansive” – aumentando per esempio le spese, riducendo le imposte oppure abbassando i tassi d’interesse per stimolare l’economia – oggi l’FMI tende a fornire i fondi solo ai paesi che si impegnano a condurre politiche volte a contenere il deficit, ad aumentare le tasse oppure ad alzare i tassi d’interesse e che pertanto conducono a una contrazione dell’economia. Keynes si rivolterebbe nella tomba se vedesse che ne è stato della sua creatura».

3. Hans Jonas e il principio di responsabilità

Hans Jonas (1903-1993) (vedi ante cap. 9) nella sua opera Il principio di responsabilità (1979) ha posto la domanda sul come dobbiamo sentirci responsabili dell’esistenza per garantire la vita, messa in scacco tragicamente dalla tecnica.

Di fronte ai pericoli di distruzione ecologica, di esaurimento delle risorse, di manipolazione genetica, secondo Jonas, non si può più far riferimento alle «etiche dell’intenzione», le quali, o sono individualistiche, in quanto ciascuno di noi rende conto alla propria coscienza, oppure non valuta correttamente gli effetti dell’agire umano nel medio-lungo periodo. Occorre mettere in cima alla lista delle priorità mondiali l’avvenire dell’umanità ed essere responsabili non solo per l’esistenza attuale ma anche per le conseguenze che porteranno danni irreversibili alle generazioni future.

La responsabilità dovrebbe condurre l’intera umanità ad una nuova concezione etica planetaria in funzione dei posteri.

L’imperativo categorico di Jonas, infatti, è: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra».

Secondo Jonas, per valorizzare la vita e non la sua distruzione, bisogna trovare un fondamento della morale, rintracciabile nella constatazione che «essere è meglio che non essere: il nulla su cui si è fondata la metafisica occidentale non può più spiegare ciò che è».

Da ciò deriva che l’uomo ha il diritto/dovere di dire sì alla vita ed è su queste basi che tale diritto alla vita si trasforma nel principio responsabilità. L’uomo, per Jonas, ha il dovere di essere responsabile sia nei confronti della natura che delle generazioni future. Attraverso l’euristica della paura, la responsabilità si deve fondare sia sulla speranza, fondamento per ogni azione, sia sulla paura, che funge da stimolo per evitare danni irreparabili. 

4. Dopo l’11 settembre

L’attentato alle «torri gemelle» di New York, portato a termine l’11 settembre del 2001 ha segnato una netta «cesura» nella vita politica internazionale ed ha inaugurato una stagione di venti di guerre globali che investono la comunità internazionale da tempo governate da dinamiche molto diverse da quelle del Novecento.

Si tratta di uno stravolgimento delle categorie tradizionali della politica mondiale (amico nemico) che è tuttora in atto.

Il dialogo Habermas-Derrida e lo scontro tra le «teologie» politiche. Una delle più feconde reazioni agli attentati dell’11 settembre è rappresentata dal dialogo tra Jürgen Habermas (Gommersbach 1929) e Jacques Derrida (Algeri, 1930), pubblicato in «Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida» (2003).

Habermas parla dell’11 settembre come momento in cui ha luogo il primo evento storico-mondiale del nuovo millennio, condizionato dalla politica unilaterale degli Stati Uniti e dall’accrescersi del fondamentalismo islamico, colpevolmente espresso dai «media» come forma di terrorismo «globale» che genera un senso di «impotenza» a chi lo combatte perché rivolto a un nemico invisibile che con i metodi tradizionali non può essere sconfitto.

Per la soluzione di tale conflitto si deve riorganizzare la scena mondiale puntando su una riabilitazione della democrazia come comunicazione razionale, rispetto alla quale il terrorismo non è che una deformazione di cui non si conoscono mandanti e programmi.

Derrida definisce la strategia degli attentati come «atto immunitario», cioè come una forma di «suicidio» mediante il quale la potenza americana combatte ciò che essa stessa ha creato avendo fornito essa stessa ai cd. «terroristi» gli strumenti tecnici per portare a termine l’attacco terroristico (addestramento ai piloti, formazione militare etc.).

Da qui Derrida desume che le conseguenze di questo atto autoimmunitario non sono ancora pienamente dispiegate e che il peggio potrebbe ancora venire ritorcendosi proprio verso chi lo ha provocato.

Dal punto di vista dello «scontro ideologico» tra civiltàcultura religione, Derrida sostiene che l’11 settembre rappresenta l’apice di uno scontro tra due teologie politiche sorte entrambe da uno stesso ceppo abramico.

Tale scontro, enfatizzato dai media occidentali che surrettiziamente identificano l’islamico con il terrorista, creando «esemplari figure negative» presenti solo nel mondo islamico da distruggere e abbattere e, in primis, il califfato che trova nell’ISIS la sua punta di diamante.page155image57730192

Questa distorsione mediatica dovrebbe essere evitata soprattutto dell’opea delle organizzazioni internazionali, unici soggetti capaci di rendere presente una democrazia «a venire» in grado di esprimere una «tensione ideale» tra «presente» e «futuro» che miri alla pace e alla giustizia delle Nazioni.

Cos’è l’ISIS. Sigla del Movimento dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Sha ̄m), organizzazione jihadista che, chiamando a raccolta i musulmani da ogni parte del mondo, mira a costituire in Medio Oriente uno Stato fondamentalista islamico, lavando l’onta della «grande offesa» coloniale perpetrata dalle potenze occidentali nel XX secolo.

Il progetto di restaurazione dell’ISIS prevede la riconquista e la riunificazione territoriale del Levante della Grande Siria, che Francia e Gran Bretagna si spartirono con l’accordo segreto Sykes-Picot (1916), ancor prima della caduta dell’Impero Ottomano, definendo le rispettive sfere di influenza in Medio Oriente. Nel 2006, approfittando dell’instabile situazione politica dell’Iraq e forte dei successi militari ottenuti contro l’esercito iracheno, l’ISIS annunciò la fondazione dello Stato islamico dell’Iraq, rivendicando la propria autorità sui governatorati di BaghdadDiyalaKirkuk e altri ancora, per poi arrivare a espandersi nel 2013 all’interno della Siria.

Nel giugno 2014 l’ISIS ha proclamato la restaurazione del Califfato islamicosotto la guida politica e spirituale di Abu ̄ Bakr al-Baghda ̄dī. L’interpretazione radicale e marcatamente antioccidentale dell’Islam, l’intolleranza religiosa, degenerata nello sterminio delle minoranze considerate infedeli e apostate, soprattutto quella curda, la brutale esecuzione di ostaggi americani e britannici, i cui filmati sono stati diffusi in Internet dagli stessi miliziani, hanno gettato nello sconcerto l’intero Occidente.

La dura condanna delle Nazioni Unite e la reazione degli Stati occidentali, con l’invito all’Iraq a stabilizzare al più presto la propria situazione politica interna, si sono concretizzate solo in azioni militari finalizzate a respingere l’avanzata dell’ISIS.

Accedi

[mepr-login-form use_redirect="true"]

Registrati

Accedi o Registrati

Il Manuale di Sopravvivenza alla Maturità 2024

Sta per arrivare il manuale che ha aiutato decine di migliaia di maturandi.

Iscriviti alla lista d’attesa per sapere quando sarà disponibile.