15. La poesia in Italia nel Novecento

15. La poesia in Italia nel Novecento

1. Sandro Penna

Sandro Penna nasce a Perugia nel 1906. Compie studi irregolari fino a conseguire il diploma di ragioniere; dopo la separazione dei genitori, segue la madre a Roma passando da un lavoro all’altro. Qui per un paio di anni, frequenta lo psicanalista Edoardo Weiss, poiché il giovane vive in un continuo stato di ansia. Per un paio di anni va a vivere a Milano dove lavora come commesso in libreria e correttore di bozze; ma, poco dopo, rientra a Roma. Negli anni Trenta entra in contatto con l’ambiente intellettuale contemporaneo e stringe rapporti con Umberto Saba ed Eugenio Montale; pubblica diversi componimenti su riviste come “L’Italia Letteraria”, “Solaria”, “Circoli”, mentre la prima raccolta, Poesie, risale al 1939. Nel dopoguerra seguono altre raccolte, tra cui Una strana gioia di vivere (1956) e Croce e delizia (1958), che confluiranno poi in Tutte le poesie (1970). Nel 1973 Penna pubblica un volume di prose, Un po’ di febbre. Infine, poco prima di morire scrive Stranezze (1976) e Il viaggiatore insonne (1977). Si spegne a Roma nel 1977. 

Le sue opere sono caratterizzate da un linguaggio piano e diretto, un tono basso e quotidiano, ma anche originale e dall’elemento autobiografico (in particolare alla vita familiare tormentata e all’insicurezza economica, ma anche alle sue esperienze personali in ambito relazionale). La sua poetica si avvicina a quella di Saba, oltre per le caratteristiche formali anche per la scelta di temi, uno fra tutti, l’omosessualità, attraverso un linguaggio eufemistico, che evita termini osceni (l’amore omosessuale emerge in particolare per i fanciulli: operai, soldati, marinai di estrazione popolare che ai suoi occhi si mostrano pieni di mistero e provocano questo desiderio erotico, che porta l’autore a sentirsi diverso ed escluso dalla società). La parola in Penna viene valorizzata ed esprime un certo attaccamento alla realtà quotidiana; infine, le sue poesie sono dominate da una dimensione atemporale e immobile.

Egli rifiuta il concetto di libro di poesia con uno studiato intreccio e sviluppo formale; scrive componimenti talvolta brevissimi, di due, quattro versi, dove ricorrono pochi elementi legati al paesaggio e allo scorrere del tempo.

2. Vittorio Sereni

Vittorio Sereni nasce a Luino (Varese) nel 1913. Dopo gli studi liceali a Brescia, dal 1932 vive a Milano, dove si laurea nel 1936 in Estetica. Dopo aver insegnato nei licei, collabora alla rivista antifascista “Corrente di vita giovanile” presso le cui edizioni pubblica la sua prima raccolta di versiFrontiera (1941). Nell’ottobre del 1941 viene richiamato alle armi e mandato a Pistoia, sul fronte greco; successivamente, due anni dopo viene fatto prigioniero di guerra dagli angloamericani e condotto in Nord Africa, dove resta rinchiuso sino al luglio del 1945. Durante questa prigionia, nasce la sua seconda raccolta, Diario d’Algeria, pubblicata al rientro in patria nel 1947: qui emerge il suo senso di colpa per l’impossibilità di agire in un momento delicato per l’Europa; inoltre, trova spazio anche il ruolo che la poesia ha per lui (di fronte al male, alla poesia resta la voce della realtà, aspra e sconfortante). Tornato a Milano riprende l’insegnamento; successivamente entra a far parte dell’ufficio stampa della Pirelli e, in seguito, viene assunto alla Mondadori come direttore editoriale. In questi anni pubblica la sua terza raccolta di versi, Gli strumenti umani e poco prima di morire nasce il poemetto Un posto di vacanza, destinato a costituire una delle sezioni della quarta e ultima raccolta, Stella variabile, incentrata sulla provvisorietà della condizione umana. Muore a Milano nel 1983.   

Le sue opere sono caratterizzate da testi sobri ed essenziali. Orienta la propria scrittura verso una forza comunicativa che possa metterlo in sintonia con il lettore, con cui il poeta condivide dubbi e incertezze. La critica riscontra nei suoi scritti una componente diaristica, dove gli avvenimenti si pongono in continuità della sua storia personale. La sua è una scrittura che mette da parte l’io lirico a favore delle altre voci e degli oggetti; inoltre Sereni trova per la sua poesia un posto alternativo rispetto a quello ermetico. L’originalità dei suoi componimenti consiste nella capacità di narrare situazioni nuove, facendo in modo che esse si “rifugino” comunque nel passato e conservino un barlume di memoria. Nei suoi ultimi scritti, infine, il lessico è piano e prosastico e la sintassi franta e asimmetrica

3. Mario Luzi

Mario Luzi nasce nel 1914 a Castello, presso Firenze. A causa dei trasferimenti del padre, frequenta il ginnasio e il liceo classico in diverse città, tra cui Firenze, Milano e Siena. Nel 1931 pubblica i suoi primi versi su alcune riviste e l’anno successivo si iscrive all’Università di Firenze alla facoltà di Giurisprudenza per poi trasferirsi a quella di Lettere, dove si laurea in Letteratura francese. Nel 1935 esce la sua prima raccolta di liriche, La barca; dal 1938 al 1940 insegna Latino e Storia presso l’Istituto magistrale di Parma e dal 1955 al 1979 insegna Letteratura francese all’Università di Firenze. Successivamente, comincia a viaggiare molto all’estero e pubblica volumi di critica letteraria; nel 1999 su invito di Papa Giovanni Paolo II, scrive un testo per la Via Crucis, recitato il Venerdì santo al Colosseo. Mario Luzi riceve diversi premi e riconoscimenti internazionali, come ad esempio il premio Viareggio nel 1978 e la nomina di senatore a vita nel 2004. Muore a Firenze nel 2005. 

Nelle sue prima raccolte, troviamo i temi ermetici per eccellenza: l’assenza, la ricerca della verità, il tempo e l’infinito. Il poeta proietta il proprio stato d’animo sulla convinzione che tutto sia vano e che l’unica certezza sia la morte; le immagini sono ardite, lo stile difficile e il lessico è prezioso. Il poeta nelle opere successive attinge, invece, alla concretezza della vita e i termini sono più vicini al parlato per ottenere una comunicazione più esplicita con il lettore. 

Soprattutto nelle opere intitolate Primizie del deserto (1952) e Onore del vero (1957), le ferite causate dalla guerra, impongono un bisogno di oggettività e concretezza: c’è dunque un passaggio dal piano personale alla dimensione collettiva. A partire dagli anni Settanta, invece, sembra aprirsi per Luzi una nuova stagione poetica, dove al poeta è affidato il compito di scoprire i segni e il senso della parola di Dio. Ad esempio, nelle raccolte intitolate Su fondamenti invisibili (1971) e Al fuoco della controversia (1978), l’autore affronta temi esistenziali come il dolore e il senso della vita, ma anche il difficile rapporto con la realtà contemporanea. Oltre a queste raccolte, di Luzi si ricordano anche la produzione teatrale (Ipazia, 1972) e quella saggistica (Vicissitudine e forma, 1974). 

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