14. Linguaggio, scienza, epistemologia

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Di cosa parleremo

Nella seconda metà del Novecento si affermano diverse concezioni che intendono la filosofia come “linguaggio”. Questa analisi può riguardare sia i linguaggi propri delle singole scienze, riducendosi ad una forma di logica (positivismo logico), sia il linguaggio quotidiano, al fine di eliminare gli equivoci derivanti da un suo uso improprio (filosofia analitica).

1. Ludwig Wittgenstein

Vita e opere

Ludwig Wittgenstein (1889-1951), nasce in una delle maggiori famiglie dell’aristocrazia industriale e intellettuale austriaca. Già laureato in ingegneria, decide di studiare filosofia con B. Russell a Cambridge, dove successivamente sarà chiamato ad insegnare. È entrato anche in contatto con il circolo di Vienna.

Tra le opere principali: Tractatus logico-philosophicus a cui inizia a lavorare durante la prigionia in Italia nel corso della I guerra mondiale; Grammatica filosoficaLibro bluLibro marroneOsservazioni sui coloriOsservazioni sulla filosofia della psicologiaNote sul Ramo d’oro di FrazerRicerche filosofiche.

Logica e linguaggio. Linguaggio e mondo. Nel 1921 Wittgenstein pubblica il Tractatus Logico-philosophicus composto di brevi aforismi con il quale esprime una critica radicale ad ogni forma di metafisica; il Tractatus opera a sé stante nel panorama della filosofia contemporanea e si propone di tracciare un limite a ciò che possiamo pensare in quanto i limiti del linguaggio (che esprime il pensiero) sono i limiti stessi del mondo.

Quello che possiamo pensare coincide infatti con quello che possiamo dire: la comprensione del mondo è possibile solo se espressa in forma linguistica. Il nesso tra soggetto mondo è linguistico; il soggetto fa esperienza del mondo rappresentandolo linguisticamente: tale nesso linguistico con il mondo è per Wittgenstein di tipo logico.

Il linguaggio (che è la forma esplicita del pensiero) ha senso in quanto linguaggio e mondo hanno la stessa struttura. Dunque pensare, dire qualcosa, significa rispecchiare uno stato di cose in virtù di una identità formale di tipo logico tra la proposizione che rappresenta (ovvero “rispecchia”) e lo stato di cose rappresentato (ovvero “rispecchiato”). Ogni proposizione è l’«immagine logica» di un fatto.

L’identificazione del linguaggio e del pensiero comporta conseguenze decisive. Anzitutto non esiste una forma logica, giacché la forma logica è la condizione stessa del dire, e necessita di far capo ad una condizione più originaria.

Il mondo dei fatti, dunque, coincide con il linguaggio. Il pensiero, secondo Wittgenstein, rispecchia la configurazione del mondo nella sua situazione fattuale. Il “senso” del mondo, invece, sfugge alle possibilità logiche del linguaggio che può descrivere il mondo, ma non cercare di indagarne la sostanza con un inutile sforzo metafisico.

La forma logica sfugge dunque alla lingua. Le uniche proposizioni sensate sono quelle delle scienze naturali, che si limitano a rispecchiare il mondo. Le proposizioni della religione, dell’etica, dell’estetica, e della filosofia sono invece prive di senso, in quanto non rappresentano nulla. Così anche il Tractatus, in quanto concatenazione di proposizioni filosofiche, dovrebbe essere gettato via, come una scala, una volta raggiunta questa verità.

Le Ricerche filosoficheDopo il Tractatus Wittgenstein non pubblicherà più alcun libro. Le opere di cui disponiamo (taccuini, appunti delle lezioni, osservazioni sparse) sono tutte postume. Tra queste occupano una posizione di assoluto rilievo le Ricerche filosofiche.

Nelle Ricerche Wittgenstein capovolge la posizione del Tractatus affermando che non è possibile dare una definizione del linguaggio. Il linguaggio, o meglio il senso del linguaggio, non si risolve nell’uso logico-rappresentativo, che è solo uno dei possibili usi della lingua: importanti sono, invece, gli usi non descrittivi, ovvero performativi (ad es. la promessa, l’imprecazione, lo sberleffo, la preghiera, la dichiarazione d’amore ecc.).

Ogni attività umana, e non solo gli atti strettamente linguistici (raccontare, cantare, recitare, pregare, ecc.), rappresenta per Wittgenstein un gioco linguistico: tale espressione non ha una connotazione specificamente ludica né una caratterizzazione linguistica in senso stretto. Essa è giustificata dal fatto che da un lato ogni attività, come ogni gioco, è retta da regole sue proprie, e dall’altro è intessuta di linguaggio, o meglio, implica sempre un certo uso del linguaggio in generale.

Non è possibile, dunque, dare una definizione universale di «gioco linguistico», o ricercare un tratto comune a tutti i giochi che rappresenti l’essenza del linguaggio, perché il gioco linguistico ci consente di «guardare attraverso».

La filosofia, dunque, non è una scienza naturale, né una dottrina, ma un’attività critica del linguaggio. Essa, pertanto, deve limitarsi a guardare attraverso i giochi nelle loro somiglianze e differenze, per scorgere una «parentela».

2. Karl Popper e la filosofia della scienza

Vita e opere

Dopo aver lasciato prematuramente il liceo, Karl Raimund Popper (Vienna 1902-1994 Londra) frequentò alcuni corsi all’Università. Nel 1925 fu ammesso come studente all’Istituto di Pedagogia della città di Vienna. Nel 1928 si laureò con lo psicologo Karl Bühler e, a partire dal 1930 lavorò come insegnante. In questi anni però allacciò dei contatti molto importanti con alcuni componenti del Circolo di Vienna, che era stato fondato da Moritz Schlick intorno al 1923-24, e sottopose il neopositivismo logico, che questo gruppo di filosofi aveva ideato e sviluppato, ad una profonda revisione critica. Quando l’Austria fu annessa alla Germania nazista, Popper abbandonò il suo paese per rifugiarsi in Gran Bretagna. Morì a Londra dopo aver acquisito la cittadinanza inglese. Opere principali: Logica della scoperta scientificaCongetture e confutazioniConoscenza oggettivaMiseria dello storicismoLa società aperta e i suoi nemici.

La critica all’induttivismo. Secondo Popper, il problema centrale dell’epistemologia è lo studio e la crescita della conoscenza. E la crescita della conoscenza può aversi solamente con la crescita della conoscenza scientifica.

Popper, dunque, separa ciò che è propriamente scienza da ciò che non lo è, analizzando le possibilità di cambiamento all’interno delle scienze, e come il cambiamento possa essere considerato un progresso.

L’osservazione da cui parte Popper è questa: se si paragonano teorie scientifiche diverse, come per esempio la psicoanalisi e la teoria della relatività di Einstein, la prima sembra essere sempre vera, perché trova una giustificazione per qualsiasi smentita che si presenti ai suoi asserti. Diverso era invece l’atteggiamento di Einstein verso la propria teoria: «Einstein era alla ricerca di esperienze cruciali, il cui accordo con le sue predizioni avrebbe senz’altro corroborato la sua teoria; mentre un disaccordo, come fu egli stesso a ribadire, avrebbe dimostrato che la sua teoria era insostenibile».

Per Popper lo scienziato non deve dogmaticamente trasformare le proprie idee in verità dimostrate, ma deve considerare le proprie teorie come ipotesi, congetture sempre falsificabili, cioè considerate vere finché non vengono smentite.

Queste posizioni spingono Popper a superare l’induttivismo (cioè l’analisi del particolare per giungere all’universale), giacché non esiste la possibilità di risalire a leggi universali dalla semplice osservazione di casi particolari.

La teoria della falsificabilità. Secondo Popper, i processi della conoscenza iniziano con delle ipotesi che rendono possibili le esperienze. E le esperienze possono essere occasioni per ideare nuove ipotesi provvisorie. Tali ipotesi, soprattutto nella scienza, debbono essere formulate in modo tale che siano facilmente confutabili. Infatti tanto più valida sarà un’ipotesi quanto più essa si dimostrerà in grado di resistere alle verifiche critiche.

Non esiste alcun fondamento della conoscenza, non c’è nessuna istanza che ci porti con certezza alla verità. «Per quanto numerosi siani i cigni bianchi che abbiamo osservato — scrive Popper — ciò non giustifica l’affermazione che tutti i cigni siano bianchi».

Popper, con questa affermazione si inserisce in un dibattito già affrontato da Bacone, Hume, Kant, Russell e i neopositivisti del Circolo di Vienna.

Nella sua opera principale, Logica della scoperta scientifica, egli suggerisce una soluzione che porta a considerare scientifiche quelle asserzioni che incrementano il procedere della conoscenza. Ma tale incremento è possibile solo in presenza di asserzioni che è possibile correggere. Le nostre supposizioni devono essere formulate possibilmente in modo tale che risultino falsificabili, cioè essere esposte in modo tale che possano fallire una volta messe alla prova dell’esperienza.

Negli scritti successivi, Popper estende il suo criterio di falsificabilità ad un criterio generale di criticabilità. Originariamente infatti tale criterio doveva tracciare una linea di separazione tra le asserzioni metafisiche e quelle scientifiche. In realtà, nelle opere più mature di Popper, i confini tra le tesi metafisiche (e dunque inconfutabili) e le tesi scientifiche (confutabili) tendono a sfumare. Possiamo e dobbiamo, tuttavia, impegnarci a formulare anche le opinioni metafisiche in modo tale che esse divengano controllabili: l’inconfutabilità, da un punto di vista scientifico, non è un segno di forza, bensì di debolezza.

Nonostante il sapere umano rimanga sempre fallibile e non vi sia conoscenza definitivamente certa, questo non deve essere occasione di scetticismo; si può imparare dagli errori ed è possibile un effettivo progresso delle conoscenze.

Tale progresso nasce dalla competizione tra teorie che vengono sottoposte a rigorosi tentativi di confutazione e ritenute valide fino a che resistono a tali tentativi. Questo carattere critico della scienza è il nocciolo della sua razionalità.

La società aperta. La vasta produzione scientifica di Popper include testi riguardanti non solo la teoria della scienza, la matematica, la fisica, la psicologia, la biologia, ma anche altre discipline, come l’etica e la teoria politica della democrazia. Assumono rilievo da questo punto di vista le sue teorie riguardanti l’assetto della società moderna e soprattutto la sua celebre teoria della società aperta, cioè una società storicamente affermatisi con le moderne democrazie e con gli stati liberali* occidentali, quella fondata dunque sul diritto, sulla libertà, sulla democrazia e sulla circolazione delle idee.

Le caratteristiche essenziali della società aperta sono per Popper così riassumibili:

  • al posto di un potere economico-politico rigido si sostituiscono forme di libero mercato la cui conseguenza è un incremento della mobilità e dell’iniziativa economica dei singoli;
  • l’esistenza di un corpus di provvedimenti istituzionali intangibili che permette di norma a tutti i cittadini di partecipare democraticamente alle decisioni che concernono la società del presente e del futuro;
  • considerare gli ambiti della morale, della religione, della scienza e dell’arte sviluppano una loro propria autonomia;
  • garantire che la critica sia istituzionalmente garantita sottraendola al dominio della scienza;
  • assicura lo scambio interculturale di beni ed idee.

Nel contesto delle moderne società occidentali si assiste dunque, secondo Popper, ad un’importante convergenza tra teoria politica ed epistemologia*: così come sarà tanto più valida una teoria che si espone volutamente alla critica ed al controllo intersoggettivo, così sarà tanto più libera e democratica, cioè aperta, una società che ospita al suo interno il massimo del dissenso politico e la più estesa libertà delle idee.
Da questa profonda fiducia nella capacità riformista e nell’incremento spontaneo della democrazia nei sistemi politici occidentali, scaturisce la dura critica cui Popper sottopone tutti i totalitarismi politici e le posizioni ideologiche che li accompagnano, compresa l’esperienza storica del marxismo in Unione Sovietica (La società aperta e i suoi nemici).

Spunti di pedagogia del mass medium televisivo. Karl Popper, in un’intervista del 1992, ha sostenuto che i fanciulli subiscono una continua violenza da parte della televisione. Il fanciullo, infatti, trascorre davanti al televisore un tempo eccessivo, con conseguenze sicuramente negative; ciò è dovuto, spesso, anche al fatto che, mentre i genitori lavorano, i figli possono solo confrontarsi e misurarsi da soli con i messaggi televisivi.

La Tv, secondo Popper, non dovrebbe mai assumere la funzione di cattiva maestra producendo omologazione o violenza, ma dovrebbe solo limitarsi ad avere un ruolo educativo.

3. L’epistemologia post-popperiana (Kuhn, Lakatos, Feyerabend)

Thomas S. Kuhn (1922-1996), insieme a I. Lakatos (1922-1974) e P. Feyerabend (1924-1994) fa parte di un gruppo di epistemologi post–popperiani interessati alla ricerca della “verità” scientifica.

Kuhn, diversamente da Popper (che intendeva la scienza come un sapere che procede per “accumulazione” progressiva di conoscenze), mette l’accento sui momenti di rottura che contraddistinguono il cammino della conoscenza.

Lo studioso statunitense nota che, di fronte alle “rivoluzioni scientifiche”, i paradigmi precedenti vengono messi in discussione fino ad essere del tutto soppiantati da una nuova e diversa visione del mondo.

L’epistemologia è, per Kuhn, un metodo d’indagine e d’attendibilità delle conoscenze che si struttura attorno ad un paradigma condiviso. Nella La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) ha scritto: «Ciò che uno vede dipende sia da ciò a cui guarda, sia anche da ciò che la sua precedente esperienza visivo-concettuale gli ha insegnato a vedere».

Kuhn introduce il concetto di «scienza normale» partendo dall’osservazione che, nel corso della storia dell’umanità sono seguiti, a brevi periodi di rivoluzioni, intervalli piuttosto lunghi durante i quali i paradigmi scietifici riconosciuti sono stati presenti e osservati in maniera indiscussa.

Per “scienza normale”, egli intende dunque quella che si sviluppa all’interno di un dato paradigma e che è capace di arricchirlo e di ampliarlo senza, tuttavia, cambiarne principi e metodi.

Una rivoluzione scientifica per Kuhn è, invece, il brusco passaggio da un paradigma ad un altro (ad esempio, dall’astronomia tolemaica a quella copernicana); transito che non può realizzarsi gradualmente, né essere imposto da forme di razionalità o da forme d’esperienza neutrale, ma deve compiersi attraverso un improvviso e radicale cambiamento.

Secondo Kuhn, come una comunità religiosa si riconosce attraverso propri dogmi, che accetta e in cui crede, così «è una teoria paradigmatica quella che istituisce una comunità scientifica», all’interno dei propri assunti paradigmatici, costituisce una scienza normale, ossia «una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore».

La scienza normale tende a preservare se stessa dai cambiamenti; in questo senso, lo scienziato non è un innovatore ma uno studioso che approfondisce i problemi nell’ambito del sapere consolidato.

Problemi irrisolti o teorie innovative possono determinare la crisi e il successivo abbandono del paradigma corrente; questo passaggio è sempre frutto di una “rivoluzione” e si conclude dopo un periodo più o meno lungo di crisi.

I sostenitori di un nuovo paradigma, con la pretesa di spiegare e di risolvere i problemi che hanno indotto alla crisi il vecchio paradigma, producono talvolta argomentazioni molto efficaci per sostenere il proprio approccio scientifico.

Sulla questione del cambio di paradigma di riferimento, l’ungherese Imre Lakatos ha un approccio più complesso: per il filosofo magiaro i cambiamenti non si susseguono in maniera brusca o per iniziative isolate di grandi scienziati, bensì attraverso programmi di ricerca, ovvero lavori lunghi e storicamente determinati che si inseriscono in una più ampia comunità scientifica di riferimento.

Più “anarchico” invece si presenta l’approccio di Paul Feyerabend, il quale sostiene che la scienza non è disgiunta dalle altre forme culturali e che le sue conquiste si realizzano al di fuori delle regole e dei metodi codificati.

Nel suo Contro il metodo, il filosofo austriaco afferma che: «Non c’è una singola norma, per quanto plausibile e per quanto saldamente radicata nell’epistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza […] vediamo che tali violazioni sono necessarie per il progresso scientifico. […] In effetti, uno dei caratteri che maggiormente colpiscono delle recenti discussioni sulla storia e la filosofia della scienza è che alcune invenzioni si verificarono solo perché alcuni pensatori o decisero di non lasciarsi vincolare da certe norme metodologiche “ovvie” o perché involontariamente le violarono.»

4. Il neopositivismo logico e il circolo di Vienna

La corrente del neopositivismo logico si diffuse agli inizi del XX secolo, quando un gruppo di filosofi si riunì per la lettura del Trattato logico-filosofico di Wittgenstein, dando vita a quello che fu chiamato il circolo di Vienna.

Moritz Schlick (Berlino 1882 – Vienna 1936). Fu uno dei fondatori del circolo di Vienna ed è noto per l’enunciazione del principio di verificazione cioè il significato di ogni proposizione coincide con la sua verifica empirica e la filosofia si risolve nell’analisi del linguaggio per chiarire tutti gli enunciati scientifici.

La coscienza scientifica non può subire influenze soggettivistiche: l’intuizione (kennen) non interessa la filosofia perché è inesprimibile, mentre la conoscenza (erkennen) che si basa su un “tessuto” di concetti, segni e dati costituisce il vero pensiero.

concetti etici sono da i più altri perché hanno un senso e, assieme a quelli estetici, stimolano la creatività.

Rudolf Carnap (1891-1970). Membro del circolo di Vienna, si propone, nella costruzione logica del Mondo, di ricostruire il processo logico formale dei concetti partendo dai dati dell’esperienza.

Successivamente, nella Sintassi logica del Mondo, afferma che la scienza del mondo parte dagli “enunciati protocollari”, cioè proposizioni elementari frutto di dati semplici e immediati.

Il linguaggio non è più da considerarsi “onirico” ma come scaturisce dall’uso della sintassi che differenzia i linguaggi a seconda di ciò che i singoli intendono esprimere ricorrento alla “semantica” per scoprire nella realtà ciò che la mente di ciascuno esige.

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