13. Apuleio

13. Apuleio

1. La vita

Di Apuleio è ignoto il praenomen, che alcuni codici tramandano come Lucius; originario della città di Madaura, situata in una zona di confine tra la Getulia e la Numidia (corrispondente all’incirca all’odierna Algeria), nacque nel 125 d.C. Di buona famiglia, studiò a Cartagine, fulcro della vita culturale della provincia, e poi ad Atene, dove poté avvicinarsi alla filosofia. Fu poi probabilmente per qualche tempo a Roma e viaggiò più volte in Oriente, tenendo “conferenze” di grande successo.

Di nuovo in Africa, incontrò ad Oea, Ponziano, compagno di studi ateniesi, situazione che determinò un evento carico di conseguenze nella vita anche letteraria di Apuleio: sposò infatti la ricca vedova dell’amico, Pudentilla. Nel 158, a Sabratha, Apuleio si trovò a dover affrontare, sotto l’accusa di magia, un processo intentatogli proprio dai parenti della moglie, di cui è  testimonianza l’Apològia, versione successivamente rielaborata dell’orazione difensiva, che Apuleio stesso scelse di pronunciare e che gli assicurò l’assoluzione. Trascorse gli ultimi anni di vita a Cartagine, dove morì probabilmente dopo il 170.

2. Apològia

L’Apològia, o Pro se de magia liber, è una lunga orazione giudiziaria, l’unica a noi pervenuta di età imperiale.

Sembra che il processo in cui fu coinvolto Apuleio fosse di natura economica: il suocero di Ponziano, Erennio Rufino, cercò l’appoggio di Ponziano stesso e, alla morte di lui, quello del fratello ancora minorenne, Pudente, per colpire Apuleio; lo scopo era quello di impedirgli che potesse accedere all’eredità di Pudentilla, ben più anziana di lui, con il pretesto di tutelare i suoi interessi. Caduta quasi subito una prima accusa, che lo considerava responsabile della morte di Ponziano, ad Apuleio fu contestato il reato di magia (per la quale la lex Cornelia prevedeva addirittura la pena capitale).

Apuleio, in primo luogo, cerca di smontare puntualmente gli argomenti dell’accusa, mentre, successivamente, ribatte di essere mago con l’orgogliosa affermazione della propria attività di filosofo (capitoli 25-65). La terza e ultima sezione è quindi dedicata alla ricostruzione degli avvenimenti seguiti all’arrivo ad Oea, con lo scopo di dimostrare che Ponziano fosse tranquillamente coinvolto nel suo progetto di matrimonio. La prova decisiva che gli consentì di essere assolto fu probabilmente la lettura del testamento di Pudentilla, che nominava erede principale non Apuleio, ma il figlio stesso Pudente.

Molti indizi, tuttavia, lasciano supporre che quest’opera abbia una natura ed una destinazione fortemente letteraria: ne è una possibile prova non solo l’estensione del testo, ma anche la frequenza di digressioni su argomenti più svariati (filosofia, scienza e letteratura).

3. Le Metamorfosi

3.1. Titolo e trama del romanzo

Il titolo conservato dai codici, quello di Metamorphoseon libri (da qui Metamorfosi), avrebbe avuto presto la concorrenza di quello con cui l’opera sarebbe stata indicata da Agostino (De civitate Dei, 18, 18): Asinus aureus, riferendosi al ruolo centrale dell’animale all’interno dell’opera.

L’opera, esempio di romanzo, è composta da undici libri, dei quali i primi tre sono occupati dalle avventure del protagonista, il giovane Lucio, il quale manifesta sin da subito la sua caratteristica più importante, la curiositas, che lo conduce a cadere come vittima delle trame sempre più fitte di sortilegi. Ospite di Milone, riesce a sedurre la servetta Fòtide, e la convince nel farlo assistere di nascosto a una delle trasformazioni a cui la padrona, Pànfile (che si trasforma in gufo), si sottopone. Fòtide accetta, ma sbaglia pozione, e Lucio diventa asino, pur mantenendo facoltà raziocinanti umane: è questo l’episodio-chiave del romanzo. Lucio, infatti, apprende da Fòtide che, per riacquistare sembianze umane, dovrà cibarsi di rose: via di scampo cercata da subito, ma che per una lunga serie di peripezie può attuare solo alla fine.

Una seconda sezione del romanzo (dal libro IV al libro VII) comprende le vicende di Lucio-asino catturato da un gruppo di briganti; il racconto principale diviene cornice di un altro racconto: è la celebre favola di Amore e Psiche, che si estende all’interno di tre libri (4, 28 – 6, 24).

I libri successivi, a esclusione dell’ultimo, ripercorrono le tragicomiche peripezie dell’asino, che passa nelle mani di più persone bizzarre; ovunque l’asino osserva le azioni con la sua mente di uomo, spinto parimenti dalla curiosità per il mondo circostante e dal desiderio di trovare le rose.

Il tema mistico domina l’ultimo libro: la dea Iside, apparsa in sogno a Lucio, gli predice che il giorno seguente potrà recuperare la forma umana mangiando le rose di una corona portata da un suo sacerdote; e così avviene. La parte conclusiva del romanzo narra le varie fasi dell’iniziazione di Lucio, fino a quando egli diviene devoto di Osiride e, per volere della stessa divinità egizia, diventa avvocato.

3.2. Caratteristiche dell’opera

L’intera vicenda assume i caratteri del racconto esemplare, dove l’elemento strutturante è la curiositas di Lucio. Evidente è l’influsso delle Fabulae Milesiae, raccolta di novelle greche risalenti al I e II secolo d.C., a cui Apuleio si sarebbe ispirato.

Alcuni episodi minori dell’intreccio trovano corrispondenze precise con la vicenda di Lucio: ad esempio l’episodio di Birrena, in cui Lucio vede le statue raffiguranti il mito di Atteone, punito per la sua curiosità. Ancora il caso della favola di Amore e Psiche, che assume valore fondamentale nei confronti del destino di Lucio: dall’interpretazione di questo testo deriva l’interpretazione dell’intero romanzo.

Per quanto riguarda l’interpretazione della favola, non mancano alcuni spunti interessanti. Fin dall’antichità, è stato riconosciuto un intento allegorico all’opera, con un moltiplicarsi di interpretazioni, di cui, la più antica a noi pervenuta è quella di Fulgenzio che interpretò la favola in senso cristiano, come mito dell’incontro tra l’Anima e il Desiderio. Certamente è da escludere che Apuleio abbia scritto un mito cristiano: a dimostrarlo basta già l’aspra critica al monoteismo ebraico. Maggiore fondamento storico può avere l’interpretazione della favola come mito filosofico, di matrice platonica, in quanto tratteggia una qualche coerenza di pensiero tra Apuleio narratore e Apuleio filosofo. A questa si aggiunge un’interpretazione più recente della favola come racconto di iniziazione al culto isiaco.

In realtà è difficile sposare un’interpretazione, vista l’assenza di un significato lineare che ci aspetteremmo da un racconto portatore di una rivelazione, filosofica o religiosa: per esempio, Càrite, la fanciulla a cui la favola viene raccontata perché si consoli dei suoi dolori, morirà tragicamente.

3.3. La lingua e lo stile

Apuleio conosce la predilezione dei suoi contemporanei per la parola obsoleta (ne è una prova l’uso degli avverbi uscenti in –im) e per gli autori arcaici (si ispirò moltissimo a Plauto, che riecheggiò più volte), ma fa rientrare tale predilezione in una più generale ricerca di letterarietà. Mostra una piena padronanza di registri diversi, variamente combinati nel tessuto linguistico; si dimostra, inoltre, libero nell’accostare arcaismi e neologismi, volgarismi ed espressioni ricercate mescolandoli al lessico della scienza e della tecnica.

La lingua di Apuleio è un perfetto esempio di lingua letteraria, nel senso che c’è un richiamo continuo dell’autore sulla forma espressiva ancor prima che sul contenuto. Si è anzi pensato che l’intero romanzo abbia alla base una struttura “musicale”, vale a dire che sia costruito non tanto secondo un preciso ordine, ma con richiami, come se fosse una sintonia.

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