12. Publio Cornelio Tacito

12. Publio Cornelio Tacito

1. La vita

Publio Cornelio Tacito nacque intorno al 55 d.C., probabilmente nella Gallia Narbonese, da una famiglia forse proveniente dal ceto equestre. Studiò a Roma e, nel 78, sposò la figlia di Gneo Giulio Agricola, tra i più importanti comandanti militari dell’Impero; con l’aiuto di quest’ultimo e il suo appoggio, iniziò la carriera politica sotto Vespasiano e la proseguì sotto Tito e Domiziano.

Dopo aver ricoperto la carica di pretore, Tacito fu per qualche anno lontano da Roma, probabilmente per aver accettato un incarico in Gallia o in Germania. Nel 97, sotto il regno di Nerva, fu consul suffectus: in questo periodo pronunciò l’elogio funebre di Virginio Rufo, il console morto durante l’anno di carica, al quale era subentrato. Uno o due anni dopo, sotto Traiano, sostenne insieme a Plinio il Giovane l’accusa di corruzione portata avanti dai provinciali d’Asia contro l’ex governatore Mario Prisco. In seguito, Tacito fu proconsole in Asia nel 112 o 113. Morì probabilmente quattro anni dopo, nel 117.

2. De vita Iulii Agricolae o Agricola

Verso gli inizi del regno di Traiano, Tacito approfittò del ripristino dell’atmosfera di libertà (dopo la tirannide di Domiziano) per comporre il suo primo opuscolo, che tramanda la memoria del suocero Giulio Agricola, funzionario imperiale (comandante militare) e protagonista della conquista di gran parte della Britannia sotto il regno di Domiziano. Per il tono, l’Agricola si richiama alle laudationes funebri; dopo una breve rassegna della carriera del protagonista, prima dell’incarico in Britannia, l’opera si concentra sul tema della conquista della provincia, ma non senza tralasciare digressioni geografiche ed etnografiche, che derivano da appunti di Agricola e anche dalle notizie sulla Britannia che Cesare ci lascia nei Commentarii. Nonostante queste digressioni, l’autore non perde mai il contatto con il protagonista, esaltando la virtus di Agricola che trova la sua dimensione nella conquista della Britannia.

Tacito mette inoltre in rilievo come il suocero, governatore della Britannia, avesse mostrato un’alta fiducia nello Stato anche sotto un pessimo principe come Domiziano (le critiche a quest’ultimo sono esplicite).  Alla fine, anche Agricola, che non era disposto al “servilismo”, era caduto in disgrazia presso Domiziano (Tacito lascia filtrare la diceria che il suocero fosse stato avvelenato per ordine dell’imperatore, geloso dei suoi successi), ma questo avvenne non senza dare prova di essere stato per anni al servizio della comunità.

3. De origine et situ Germanorum o Germania

Gli interessi etnografici, presenti nell’Agricola, sono al centro della Germania, opera dedicata interamente alla descrizione del territorio della Germania e dei suoi abitanti, che rappresentavano una costante minaccia per l’Impero Romano. Quest’opera costituisce per noi l’unica testimonianza (a parte gli excursus più o meno ampi contenuti in opere storiche) di una letteratura specificamente etnografica, che a Roma doveva godere di una certa fortuna. Gli interessi di tipo etnografico si possono far risalire al De bello Gallico di Cesare, che aveva tratteggiato anche il sistema di vita dei Germani. Successivamente storici come Sallustio e Livio erano riusciti a ricorrere ad ampie digressioni etnografiche: un excursus sulla Germania doveva trovarsi nel libro III delle Historiae di Sallustio, mentre Livio può averlo inserito verso la fine della sua opera, occupandosi delle campagne di Druso oltre il Reno.

Le notizie non derivano da osservazioni e da esperienze fatte da Tacito, ma esclusivamente da fonti scritte: si è infatti pensato che egli abbia consultato i Bella Germaniae di Plinio il Vecchio, che aveva prestato servizio nelle armate del Reno e aveva preso parte a spedizioni oltre il fiume.

Perché c’è un’esaltazione dei Germani? Perché questi, secondo Tacito, pur rappresentando una civiltà primordiale, non sono stati ancora corrotti dai vizi che invece hanno condizionato la civiltà romana; ponendo l’accento sulla loro forza e sul valore in guerra, Tacito ha probabilmente voluto sottolineare la loro pericolosità per l’Impero: i Germani, forti, liberi e numerosi, avrebbero potuto rappresentare, in un futuro non molto lontano, una seria minaccia per un sistema politico ormai corrotto e servile, come quello romano.

4. Il Dialogus de oratoribus

Il Dialogus de oratoribus è stato probabilmente composto dopo l’Agricola e la Germania. Il dialogo è probabilmente ambientato nel 75 o nel 77 e si collega alla tradizione dei dialoghi ciceroniani riguardanti argomenti filosofici e retorici. Esso pone al centro una discussione che avviene in casa di Curiazio Materno, retore e tragediografo, fra lo stesso Curiazio, Marco Apro (avvocato) e Vipstano Messalla (retore), al cui dibattito Tacito dice di avere assistito in gioventù. In un primo momento, Apro rimprovera Materno di trascurare l’eloquenza in favore della poesia drammatica, e, di conseguenza, si contrappongono i rispettivi punti di vista; la svolta del dibattito si concretizza con l’arrivo di Messalla, che sposta la prospettiva sul tema della decadenza dell’oratoria.

Messalla indica le cause di questo fenomeno nel deterioramento dell’educazione, sia familiare sia scolastica, del futuro oratore: i maestri sono impreparati e spesso propongono una retorica fine a sé stessa. Il dialogo si conclude con un discorso di Materno, di fatto portavoce di Tacito, il quale sostiene che una grande oratoria forse era possibile solo con la libertà, che regnava al tempo della repubblica, in occasione di tumulti e conflitti civili; diviene invece difficilmente praticabile, in una società tranquilla e ordinata come quella conseguente all’instaurazione dell’Impero. La pace che esso garantisce deve, però, essere accettata senza eccessivi rimpianti, nonostante i tempi passati, che sicuramente offrivano uno spazio maggiore all’oratoria. Tacito è consapevole di trovarsi in un periodo di generale decadenza, ma accetta che l’Impero, pur con tutti i suoi limiti, sia l’unica forza in grado di salvare lo Stato dal furor delle guerre civili.

5. Le opere storiche

5.1. Historiae

Il progetto di una vasta opera storica era presente già nell’Agricola, in cui Tacito manifestava l’intenzione di narrare gli anni della tirannide di Domiziano e poi la libertà che viene recuperata sotto il comando di Nerva e poi di Traiano. Nelle Historiae il progetto segue tuttavia un altro andamento: la parte a noi tramandata pone al centro la narrazione degli eventi degli anni 69-70, dal regno di Galba fino alla rivolta giudaica, mentre l’opera nel suo complesso doveva estendersi fino al 96, l’anno della morte di Domiziano.

Il libro I, che si occupa degli avvenimenti a partire dal 1° gennaio del 69 (in continuità con la tradizione annalistica), si apre con la narrazione del breve regno di Galba con la successiva uccisione di quest’ultimo e l’elezione di Otone. I libri II e III narrano della lotta fra Otone e Vitellio, conclusasi con il suicidio del primo, e di quella che vede protagonisti Vitellio e Vespasiano. Acclamato dalle legioni, Vespasiano lascia in Oriente il figlio Tito per affrontare i Giudei, e, dopo essersi spostato in Egitto, fa dirigere le sue truppe verso Roma, dove fa catturare e uccidere Vitellio.

Il libro IV tratta il sacco di Roma ad opera dei soldati flaviani e i tumulti contro Vespasiano scoppiati in Gallia e in Germania. Il libro V, che ci è pervenuto incompleto e si arresta al capitolo 26, racconta l’assedio di Gerusalemme da parte di Tito, gli avvenimenti in Germania e i primi segni di stanchezza mostrati dai ribelli.

Il 69 aveva visto succedersi quattro imperatori (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano): giova segnalare che quest’anno lasciava in eredità il fatto che il principe potesse essere eletto altrove che a Roma, poiché la sua forza si basava principalmente sull’appoggio delle legioni di stanza in territori anche molto lontani dall’urbs. Vitellio, infatti, era stato portato al potere dalle legioni di Germania; Vespasiano da quelle dell’Oriente, così come Otone, fatto principe a Roma, era forte del sostegno dei pretoriani. Tacito scriveva le Historiae a oltre trent’anni di distanza dal 69, ma la ricostruzione degli avvenimenti dell’anno dei quattro imperatori avveniva, con ogni probabilità, nel periodo del dibattito politico che avrebbe poi portato all’ascesa di Traiano.

È stato notato un certo parallelismo fra gli eventi che prepararono la successione di Traiano e gli avvenimenti del 69, in quanto Nerva, il predecessore di Traiano, si era trovato, come Galba, ad affrontare una rivolta di pretoriani che rendeva instabili le basi del suo potere. Proprio in questa situazione, tuttavia, si colloca una profonda differenza: Galba aveva scelto come successore Pisone, un nobile dai costumi severi; mentre Nerva aveva consolidato il proprio potere associandosi al potere Traiano, un capo militare autorevole, comandante dell’armata della Germania superiore. Come spiegare questo possibile parallelismo? Probabilmente perché Tacito prese parte al Consiglio imperiale nel quale venne decisa l’adozione di Traiano: in esso saranno riemerse, da parte di membri tradizionalisti dell’aristocrazia senatoria, posizioni simili a quelle di Galba, che il Consiglio seppe respingere.

Tacito, nel libro I, ha voluto mostrare in Galba il “divorzio” fra il modello di comportamento rigorosamente ispirato al mos maiorum e la reale capacità di saper dominare e controllare gli avvenimenti. Ispirandosi a quel modello, Galba non poteva fare una scelta in grado di garantire davvero la sicurezza dello Stato; Traiano, invece, si rivelò capace nel mantenere l’unità degli eserciti e nel controllarli, senza rendere questi ultimi “essenziali” nel determinare le sorti dell’Impero.

5.2. Annales

Terminate le Historiae, la sua indagine si rivolse ancora più indietro negli anni, ed intraprese il racconto della più antica storia del principato, dalla morte di Augusto a quella di Nerone. La data scelta da Tacito per l’inizio degli Annales ha fatto supporre che intendesse la sua opera come una prosecuzione di quella liviana: in effetti, il titolo presente nei manoscritti tacitiani (Annales ab excessu divi Augusti) sembra richiamare quello di Tito Livio, Ab Urbe condita libri.

Degli Annales si sono conservati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI, comprendenti il racconto degli avvenimenti dalla morte di Augusto (14 d.C.) a quella di Tiberio (37 d.C.), con un paio d’anni, quelli dal 29 e il 31, lacunosi; si sono conservati anche i libri XI-XVI, con il racconto dei regni di Claudio (a partire dall’anno 47) e di Nerone (si noti che il libro XI è lacunoso e il XVI è mutilo, arrestandosi per noi agli eventi dell’anno 66).

Negli Annales, Tacito mantiene la tesi della necessità del principato; ma il suo orizzonte sembra essere più pesante e pessimistico: in un passo famoso (3, 28), mentre ribadisce che Augusto ha garantito la pace per l’Impero, lo storico sottolinea anche come, da allora, i vincoli si siano fatti “più duri”.

La storia del principato è anche la storia del tramonto della libertà politica dell’aristocrazia senatoria, coinvolta anch’essa in un processo di decadenza morale e di corruzione che la rende desiderosa di un servile consenso nei confronti del principe. La storiografia “tragica” gioca negli Annales un ruolo di primo piano, la cui funzione è quella di analizzare in profondità i personaggi e di rilevare in questi le passioni e le ambiguità da cui sono mossi. Le passioni dominanti nei personaggi tacitiani (con l’eccezione solo parziale di Nerone) sono quelle politiche: la brama di potere scatena le lotte più feroci (emblematico il personaggio di Seiano).

6. La concezione storiografica

Tacito intende raggiungere due obiettivi: l’imparzialità e la veridicità. In una sezione degli Annales parla dell’importanza delle fonti, avendo la possibilità di confrontare più dati per raggiungere la verità, a cui terrà fede in maniera oggettiva. Analizza l’importanza dei veri documenti, come gli acta senatus e tiene conto delle testimonianze dirette; egli, infatti, era solito andare personalmente sul luogo degli avvenimenti per comprenderne meglio l’accaduto e poi, successivamente, trascriverne i fatti. Non si possono dimenticare i rumores, cioè le voci del popolo, che Tacito tiene in considerazione e che pensa possano contenere almeno una parvenza di verità (come quelle relative all’incendio di Roma).  Diverse accuse gli sono state rivolte come, ad esempio, il fatto di essere stato uno studioso ambiguo e tendenzioso: Tacito, non credendo che l’umanità avesse potuto trovare delle soluzioni per provare a migliorare il presente, non può astenersi dal rivolgere critiche di carattere pessimistico; secondo Tacito con l’ineluttabilità del passato si riesce a vivere meglio nel presente.

7. La lingua e lo stile

Tre sono le caratteristiche fondamentali dello stile di Tacito che emergono dalla sua prosa. La prima è l’utilizzo della variatio, detta anche inconcinnitas, ovvero l’impiego di uno stile asimmetrico e di conseguenza opposto al periodare ciceroniano. Tacito attua infatti uno scambio continuo, all’interno del medesimo periodo, tra singolari e plurali, sostantivi astratti e concreti, nomi comuni e nomi propri, alla ricerca di un maggior effetto di espressività. La seconda caratteristica è l’impiego della brevitas, che lo storico ottiene attraverso l’ellissi di sostantivi o predicati verbali; mentre la terza è l’uso del color poëticus, cioè l’impiego di vocaboli e costrutti di stampo tipicamente poetico e di figure retoriche, che donano una coloritura arcaica e poetica alla lingua.

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