12. L’Unione europea

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1. Dal trattato di Maastricht a oggi

L’attuale struttura dell’Unione europea ha origine nel 1992, con la firma del Trattato di Maastricht, il quale ha apportato numerose e significative modifiche a quella che precedentemente era stata la Comunità economica europea (CEE), istituita il 25 marzo 1957 con il Trattato di Roma.

Il Trattato di Maastricht, fu firmato il 7 febbraio 1992, ed entrò in vigore l’1 Novembre 1993, ed è attualmente considerato come l’atto fondativo dell’Unione Europea. Fu ratificato dagli allora dodici paesi delle Comunità Europee, e fu il trattato che in quegli anni permise l’abbandono del principio di cooperazione tra stati sovrani (CEE, CECA ed EURATOM), in favore della loro progressiva integrazione politica ed economica, processo favorito e accelerato anche dalla riunificazione della Germania avvenuta nel 1989.

Inizialmente il trattato conferì il nome Comunità europea alla CEE, e ampliò i criteri di adesione per i membri candidati, attraverso i c.d. criteri di Copenaghen.

I punti principali del Trattato includono:

  • l’organizzazione in tre pilastri (Unione economica monetaria, politica estera e di sicurezza comune, cooperazione nei settori della giustizia degli affari interni, GAI);
  • il principio di sussidiarietà: esso delimita l’ambito di azione dell’Unione, la quale può intervenire in tutti gli ambiti dove, per implementare determinate politiche, lo sforzo dei singoli stati non sia sufficiente;
  • la cittadinanza dell’Unione Europea, che assegna il diritto di residenza in ogni stato membro, il diritto di elettorato attivo e passivo nelle elezioni locali e il diritto di presentare una petizione al Parlamento Europeo sui temi di competenza comunitaria; 
  • la procedura di codecisione del Parlamento Europeo, che allargò ad esso il potere di ratifica degli atti legislativi della Commissione (competenza questa condivisa con il Consiglio Europeo);
  • il completamento dell’Unione Economica e Monetaria.

Nel 1995, Austria, Finlandia e Svezia aderirono all’UE, mentre l’adesione della Norvegia fu nuovamente respinta da un referendum.

Nel 2002, le banconote e le monete in euro sostituirono le vecchie valute nazionali in 12 Stati membri, con la zona euro che allora vedeva al suo interno 19 Paesi.

Nel 2004 ci fu un ulteriore allargamento della Comunità Europea, con l’ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.

Nel 2007 ci fu un’importante svolta, con la firma del Trattato di Lisbona, il quale entrò in vigore il 1° dicembre 2009. Esso fu redatto per sostituire la Costituzione Europea, bocciata dai “no” dei referendum francese e olandese del 2005. Questo Trattato unificò i tre pilastri che si erano precedentemente solidificati, creò una figura legale che rappresentasse l’Unione Europea (da adesso non più Comunità Europea), ovvero il Presidente del Consiglio europeo, mentre il “ministro degli Esteri” europeo fu rinomato “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, il quale riveste anche il ruolo di vicepresidente della Commissione europea. 

Il Trattato di Lisbona introdusse, inoltre, per la prima volta, procedure di recesso dall’Ue, conosciute come articolo 50, invocato solamente dal Regno Unito nel 2017, a seguito di un referendum popolare (Brexit).

Nello stesso anno aderirono Romania e Bulgaria, e ci fu l’adozione dell’euro da parte della Slovenia. Ugualmente fecero Cipro e Malta nel 2008, la Slovacchia nel 2009, l’Estonia nel 2011, la Lettonia nel 2014 e la Lituania nel 2015. Ad oggi sono 27 i membri appartenenti all’Unione europea.

2. Il Parlamento europeo

Secondo l’art. 14 TUE (Trattato sull’Unione Europea), “il Parlamento europeo esercita, congiuntamente al Consiglio, la funzione legislativa e la funzione di bilancio”. Esso esercita inoltre funzioni di controllo politico e consultive, ed elegge il presidente della Commissione.

È l’unica istituzione dell’UE eletta direttamente dai cittadini europei contribuisce a garantire la legittimità democratica del diritto europeo. È composto dai rappresentanti dei cittadini dell’Unione a suffragio universale diretto con mandato di cinque anni, in un numero non superiore a 750, più il presidente. Il loro ruolo è quello di garantire il funzionamento democratico delle istituzioni dell’UE e rappresentare gli interessi dei cittadini nel processo legislativo europeo.

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Ai fini della elezione, ad ogni Stato è assegnato un numero di parlamentari in proporzione alla popolazione, calcolata però in misura decrescente. A nessuno Stato membro non possono essere assegnati comunque più di novantasei seggi.

Attualmente il Parlamento europeo è composto da 705 deputati, di cui 76 italiani, e rappresenta circa 450 milioni di persone.

I deputati al Parlamento europeo si riuniscono in gruppi politici e sono organizzati non per nazionalità, bensì per affinità politiche. Vi sono attualmente, infatti, 7 gruppi politici all’interno del Parlamento, i cui principali però risultano essere quello del Partito popolare europeo è quello dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici.

Un gruppo politico è composto da un numero minimo di 25 deputati e rappresenta almeno un quarto degli Stati membri. Ciascun deputato, tuttavia, non può aderire a più di un gruppo politico per volta, può però anche non aderire a nessuno di essi, venendo riconosciuto in questo caso come deputato non iscritto.

Il Parlamento si riunisce in seduta plenaria tutti i mesi (salvo agosto) a Strasburgo, nel corso dei primi quattro giorni della settimana. Le riunioni successive si svolgono a Bruxelles, mentre gli uffici amministrativi hanno sede a Lussemburgo.

Il Parlamento Europeo, dunque, ha tre funzioni principali:

  • condivide con il Consiglio dell’Unione il potere legislativo;
  • esercita un controllo democratico su tutte le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’UE e in particolare sulla Commissione, poiché ha il potere di approvare e respingere la nomina dei commissari europei e di censurare collettivamente la Commissione;
  • condivide con il Consiglio dell’Unione il potere di bilancio dell’UE e può, pertanto, modificare le spese dell’UE;
  • nomina il Mediatore europeo;
  • istituisce commissioni di inchiesta.

Per quanto concerne la funzione legislativa, dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la procedura di “co-decisione”, che vede la collaborazione a parità di Parlamento e Consiglio, è divenuta la procedura legislativa ordinaria. 

Esistono tuttavia diversi ambiti per i quali sono previste procedure legislative speciali che prevedono una diversa composizione dei poteri di intervento nell’ambito legislativo dei due organi, con la prevalenza del ruolo dell’una o dell’altra a seconda del campo d’azione. In particolare, nell’ambito della procedura, la Commissione presenta una proposta al Parlamento e al Consiglio, e potrà diventare legge solo se entrambi saranno d’accordo sul testo attraverso letture successive fini ad un massimo di tre.

Nella prima lettura, il Parlamento invia il testo con l’integrazione di emendamenti, i quali potranno essere a loro volta adottati anche dal Consiglio che, alternativamente, può anche rinviare il testo con una semplice “posizione comune”. Di seguito il Parlamento potrà approvare o bocciare il testo con maggioranza assoluta, oppure adottare ulteriori emendamenti di modifica e integrazione. Se a sua volta il Consiglio non approva, viene formato un apposito “comitato di conciliazione”. Questo comitato è composto dai membri del Consiglio più un numero uguale di deputati che insieme cercano di raggiungere un compromesso. Una volta raggiunto, l’accordo deve essere approvato dal Parlamento a maggioranza semplice.

Altri ambiti nei quali operano speciali procedure legislative sono la giustizia e gli affari interni, le politiche di bilancio e fiscali. In queste aree Parlamento e Consiglio legiferano da soli.

Gli atti istituzionali utilizzati per la funzione legislativa sono principalmente due:

  • regolamento: l’atto più forte, direttamente applicabile nella sua interezza è vincolante per tutti gli Stati membri;
  • direttiva: atto più debole, in quanto si limita a imporre agli Stati membri il raggiungimento di determinati obiettivi che dovranno essere perseguiti attraverso le proprie leggi.

In generale il monopolio dell’iniziativa legislativa è nelle mani della Commissione europea, ma il meccanismo della relazione di iniziativa permette al Parlamento di chiedere alla Commissione la presentazione di adeguate proposte su determinate questioni per le quali è necessario un atto dell’Unione ai fini dell’attuazione dei trattati (ai sensi dell’art. 225 TFUE).

Al Parlamento europeo è affiancato, inoltre, un diverso organo chiamato Mediatore europeo, previsto dall’art. 228 TFUE (Trattato sulle Funzioni dell’UE), ed eletto dal Parlamento stesso con il compito di ricevere le denunce degli interessati e di indagare sui casi di cattiva amministrazione nell’azione delle istituzioni o organismi dell’Unione. Nel caso di cattiva amministrazione da lui constatata, il Mediatore ne investe l’istituzione interessata, che deve comunicare la propria posizione entro tre mesi. Il Mediatore trasmette poi una relazione al Parlamento europeo e all’istituzione o organismo interessati, e il denunciante viene poi informato sull’esito dell’indagine.

3. Il Consiglio europeo

Il Consiglio europeo (da distinguere dal Consiglio dell’Unione europea e dal Consiglio d’Europa) è l’organismo collettivo che definisce le priorità e gli indirizzi politico generali dell’Unione ed esamina i problemi del processo di integrazione. Pur non avendo specifici poteri, e non esercitando funzioni legislative, esso “dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali” (art. 15, comma 1 TUE). 

È composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri, inclusi il Presidente del Consiglio europeo (eletto per due anni e mezzo) e il Presidente della Commissione europea. 

Attivo già dal 1975, il Consiglio europeo è diventato una delle istituzioni dell’UE in seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ha sede nel Palazzo Europa, o secondariamente nel Palazzo Justus Lipsius, entrambi situati a Bruxelles.

Si riunisce almeno due volte a semestre e in generale delibera per consenso (art. 15, co. 4, TUE) senza una specifica votazione (il consenso di considera raggiunto quando non vi siano più opposizioni ad una proposta).

Il suo Presidente, previsto per la prima volta dopo il Trattato di Lisbona, viene eletto a maggioranza qualificata dallo stesso Consiglio europeo per un mandato di due anni mezzo, rinnovabile per una volta sola.

Il Consiglio Europeo ha il compito di dettare gli orientamenti generali ai quali gli organi dell’UE devono uniformarsi. Vi sono ambiti nei quali questo organo detiene un’esclusiva competenza nella definizione degli orientamenti e delle strategie comuni: la politica estera e la sicurezza comune (PESC); spetterà poi al Consiglio dell’UE sviluppare questi orientamenti e strategie generali negli ambiti di cui sopra.

Un’altra funzione importante gli è assegnata dall’art. 29 TUE, in virtù del quale il Consiglio europeo “adotta decisioni che definiscono la posizione dell’Unione su una questione particolare di natura geografica o tematica”. Alcune decisioni del Consiglio europeo hanno in particolare vietato esportazioni, investimenti, finanziamenti o cooperazioni in alcuni campi e nei confronti di alcuni paesi quali la Siria.

Infine, è compito del Consiglio europeo nominare l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il quale guida la politica estera e di sicurezza dell’UE ai sensi dell’art. 18 TUE. Quest’ultimo, inoltre, fa parte della Commissione, del quale riveste anche il ruolo di uno dei vicepresidenti.

4. Il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione europea

Il Consiglio dell’Unione europea (detto anche semplicemente Consiglio), a seguito della riforma del Trattato di Lisbona, è composto “da un rappresentante di ciascuno Stato membri a livello ministeriale, abilitato a impegnare il governo dello Stato membro che rappresenta e ad esercitare il diritto di voto” (art. 16, comma 2, TUE). Per quanto riguarda le sue funzioni, come già accennato, esso “esercita, congiuntamente con il Parlamento europeo, la funzione legislativa e le funzioni di bilancio”, inoltre “esercita funzioni di definizione delle politiche e di coordinamento” (art. 16, comma 1, TUE).

Facendo uso delle nozioni proprie del diritto statale, si può dire che il Consiglio esercita sia alcune delle funzioni di decisione e di indirizzo tipiche del governo, sia le funzioni normative proprie di una camera parlamentare.

Esso delibera in generale a maggioranza qualificata, salvo nei casi in cui i trattati dispongano diversamente (art. 16, comma 3; per alcune decisioni è tuttora richiesta l’unanimità).

Data l’enorme differenza tra i vari Stati dell’Unione, la maggioranza del Consiglio si calcola in modo da tenere conto anche della popolazione. In particolare, è previsto, ai sensi dell’art. 16 TUE, che a decorrere dal 1° novembre 2014, per maggioranza qualificata si intenda almeno il 55% dei membri del Consiglio, con un minimo di quindici, rappresentanti Stati membri che totalizzino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Tuttavia, la maggioranza qualificata si ritiene sempre raggiunta se la minoranza (detta di blocco) non comprende almeno quattro membri del Consiglio (art. 16, comma 4).

Ai sensi invece dell’art. 238 TFUE, quando il Consiglio non delibera su proposta della Commissione o dell’Alto rappresentante dell’Unione, la percentuale richiesta per la maggioranza qualificata (detta in questo caso maggioranza forte) è del 72% dei membri del Consiglio.

Il ministro che rappresenta lo Stato nel Consiglio cambia a seconda della materia da trattare. Lo stesso TUE individua il Consiglio Affari generali (che assicura la coerenza dei lavori delle varie formazioni del Consiglio e prepara le riunioni del Consiglio europeo, e ne assicura il seguito), ed il Consiglio Affari esteri (chiamato ad elaborare l’azione esterna dell’Unione secondo le linee strategiche definite dal Consiglio europeo).

Il Consiglio si riunisce in seduta pubblica quando delibera e vota su un progetto di atto legislativo. Ciascuna sessione del Consiglio è suddivisa in due parti: una dedicata alle deliberazioni di atti legislativi e un’altra alle attività non legislative.

Secondo l’art. 17 TUE “la Commissione promuove l’interesse generale dell’Unione e adotta le iniziative appropriate a tal fine”. Inoltre, esso vigila sull’applicazione dei trattati e delle misure adottate dalle istituzioni in virtù dei trattati, dà esecuzione al bilancio e gestisce i programmi, esercita funzioni di coordinamento, di esecuzione e di gestione, e assicura la rappresentanza esterna dell’Unione.

Si può dire, dunque, che la Commissione è l’esecutivo proprio dell’Unione; ha sede a Bruxelles ed è il vertice degli apparati amministrativi. 

Seppur in maniera ridotta rispetto agli altri organi, la Commissione è anche organo propositivo e propulsivo: l’art. 17 TUE, infatti, precisa che “un atto legislativo dell’Unione può essere adottato solo su proposta della Commissione, salvo che i trattati non dispongano diversamente” e che in generale “gli altri atti sono adottati su proposta della Commissione se i trattati lo prevedono”.

Quando il Consiglio delibera su sua proposta, esso può in genere modificarla solo deliberando all’unanimità (art. 293 TFUE), ma la Commissione può modificare la propria proposta in ogni momento.

La Commissione non rappresenta gli Stati, ed ha invece uno specifico legame con il Parlamento. I suoi membri sono scelti in base alla loro competenza e al loro impegno europeo tra personalità che offrano tutte le garanzie di indipendenza. Essi sono infatti tenuti a non sollecitare né accettare istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo.

Dal 2014, il TUE prevede che la Commissione debba essere composta da un numero di membri corrispondente ai due terzi del numero degli Stati membri, a meno che il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità, non decida di modificare tale numero, ai sensi dell’art. 17, comma 15, TUE.

Il mandato della Commissione è di cinque anni. Ha un proprio presidente, il quale viene eletto per primo e contribuisce a definire la composizione della Commissione stessa, ne definisce gli orientamenti generali, decide l’organizzazione interna, nomina i vicepresidenti, e può inoltre chiedere le dimissioni degli altri membri.

La Commissione è nominata, ai sensi del par. 7 art. 17 TUE, attraverso una procedura che si articola in varie fasi:

  • il Consiglio europeo propone al Parlamento europeo un candidato alla carica di presidente (tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate), il quale risulta eletto se ottiene il voto della maggioranza dei componenti;
  • una volta eletto il presidente, il Consiglio, di comune accordo con il nuovo presidente e in base alle proposte degli Stati membri, adotta l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione;
  • successivamente, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e gli altri membri della Commissione sono soggetto, collettivamente, ad un voto di approvazione del Parlamento europeo;
  • infine, in seguito a tale approvazione, la Commissione è nominata dal Consiglio europeo, che delibera a maggioranza qualificata.

Una volta nominata è responsabile collettivamente dinanzi al Parlamento europeo, con il quale ha dunque un legame di tipo “fiduciario”. Il Parlamento, infatti, può votare una mozione di censura: se questa viene approvata con la doppia maggioranza dei due terzi dei voti espressi e dei membri del Parlamento, i membri della Commissione si dimettono collettivamente dalle loro funzioni.

5. Le fonti del diritto comunitario

Come le norme straniere, in genere anche le norme prodotte da organismi internazionali non trovano applicazione negli ordinamenti statali, compreso l’ordinamento italiano, a meno che non siano appositamente richiamate. Persino le regole stipulate con trattati internazionali non diventano efficaci nell’ordinamento interno se non sono in esso introdotte mediante un ordine di esecuzione, contenuto in una legge italiana.

La stessa regola, tuttavia, non vale per i regolamenti emanati dagli organi competenti dell’Ue nelle materie previste dai Trattati istitutivi. I regolamenti acquistano direttamente vigore in Italia, senza bisogno di alcuna legge specifica che li richiami. L’art. 288 TFUE dispone che il regolamento comunitario “ha portata generale, è obbligatorio in tutti i suoi elementi, ed è direttamente applicabile” in ogni Stato membro.

La legge italiana, di conseguenza, risulta subordinata ai regolamenti Ue; nel caso in cui disponesse diversamente da quanto da essi stabilito, nell’ambito della propria competenza, tali leggi dovrebbero definirsi come inapplicabili, senza bisogno di alcuna dichiarazione di illegittimità.

Fino al 2001 nessuna disposizione della Costituzione italiana faceva esplicito riferimento alle norme dell’Unione europea. Oggi, tuttavia, l’art. 117 Cost., primo comma, nel testo introdotto dalla l. cost. n. 3/2001, stabilisce direttamente che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto, oltre che della Costituzione, anche dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

All’applicazione del diritto dell’Unione anche a preferenza di leggi nazionali successive sono chiamati non solo i giudici, ma tutti i soggetti competenti a dare esecuzione alle leggi, compresa quindi la pubblica amministrazione.

I regolamenti Ue sono deliberati dal Consiglio insieme con il Parlamento europeo, o dal solo Consiglio o anche dalla Commissione esecutiva dell’Unione. Essi sono pubblicati sia sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, sia sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Altri atti normativi dell’Unione europea sono le direttive, le quali riguardano le stesse materie dei regolamenti, sono approvate dagli stessi organi, ma, in linea di massima, non contengono una normativa direttamente applicabile all’interno degli Stati membri dell’Unione, bensì prescrizioni dirette agli Stati membri; questi a loro volta dovranno poi ‘tradurre’ in norme statali queste direttive entro un termine indicato da esse indicato. Le direttive sono perciò vincolanti per gli Stati, ma non direttamente operative al loro interno.

Per le direttive, e anche per i regolamenti che richiedono disposizioni di attuazione, esiste un obbligo in capo agli Stati membri, ovverosia quello di emanare tempestivamente la normativa necessaria.

Attualmente la legge 24 dicembre n. 234/2012 prevede che l’adeguamento al diritto dell’Unione avvenga attraverso due strumenti legislativi annuali:

  • un’apposita legge delega: conferisce al Governo i poteri necessari per provvedere alla disciplina di tutti gli ambiti che il Parlamento non possa o non voglia disciplinare con legge ordinaria;
  • un’apposita legge (detta Legge europea): contiene tutte le disposizioni di adeguamento che il Parlamento intenda disporre direttamente.

Con riguardo alle norme internazionali, l’art. 10, primo comma, Cost. dispone che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Esse sono in sostanza le norme di diritto internazionale di portata generale, cioè quelle derivanti dalle consuetudini internazionali, o comunque riconosciute come principi di diritto internazionale.

A tali norme quindi, secondo la Costituzione, l’ordinamento italiano si adatta in modo automatico, senza bisogno di alcun particolare atto interno di rinvio.

Questo adattamento automatico, però, non opera nei confronti di norme internazionali che confliggono con diritti inviolabili o principi costituzionalmente garantiti.

Questo meccanismo di adattamento automatico non opera, inoltre, anche con riguardo alle norme aventi origine nei trattati internazionali. Eventuali modifiche, apportate da questi alle leggi italiane, devono essere introdotte mediante un apposito atto legislativo. Spesso tale atto non formula esplicitamente le norme necessarie, ma si limita a disporre che sia data piena ed intera esecuzione al trattato; si parla in questo caso di adattamento mediante ordine di esecuzione, contenuto spesso nella stessa legge che autorizza la ratifica del trattato.

6. I diritti dei cittadini europei

L’art. 20 TFUE stabilisce: “È istituita la cittadinanza dell’Unione. È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non la sostituisce”.

Essere cittadini dell’Unione significa avere garantiti una serie di diritti, senza alcuna discriminazione in base alla nazionalità. Questi diritti sono:

  • diritto alla libera circolazione e diritto di soggiorno sul territorio degli Stati membri. I cittadini Ue hanno il diritto di poter viaggiare in qualunque dei 28 Paesi membri e stabilirsi in uno qualsiasi di essi. Si applicano tuttavia alcune condizioni, come, a volte, esibire un documento di identità, o soddisfare alcuni requisiti, a seconda del motivo di permanenza;
  • diritto di voto attivo e passivo alle elezioni del Parlamento europeo: ogni cittadino dell’Ue ha il diritto di votare e candidarsi alle elezioni del Parlamento europeo o alle elezioni comunali in qualsiasi paese dell’Ue in cui decida di soggiornare, alle stesse condizioni dei cittadini di tale Paese;
  • diritto alla protezione diplomatica: ogni cittadino può beneficiare sul territorio di uno Stato terzo (extra Ue) della protezione diplomatica o consolare di uno Stato membro qualsiasi, nel caso in cui lo Stato di appartenenza non sia rappresentato in quel Paese;
  • diritto di petizione al Parlamento europeo e diritto di rivolgersi al Mediatore europeo: riguarda reclami sulla cattiva amministrazione da parte di un’istituzione o un organo dell’Unione; il cittadino ha inoltre il diritto di scrivere alle Istituzioni e agli organi dell’Unione in una qualsiasi delle lingue ufficiali degli Stati membri.
  • diritto di accedere ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, come specificato dall’art. 15 TFUE. A riguardo il Parlamento europeo ha provveduto a istituire un apposito Registro dei documenti elettronico che contiene i riferimenti dei documenti elaborati ma anche di quelli ricevuti dal Parlamento europeo sin dal 2001;
  • diritto di iniziativa legislativa: diritto riconosciuto dall’art. 11, comma quattro, TUE, secondo il quale “i cittadini dell’Unione in numero di almeno 1 milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa di invitare la Commissione Europea a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei Trattati”.
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