1. Lucio Anneo Seneca

1. Lucio Anneo Seneca

1. La vita e la produzione letteraria

L’utopia platonica dei filosofi al potere si realizza, per qualche tempo, con Lucio Anneo Seneca. Nacque a Cordova, in Spagna, nel 4 a.C., erede di una ricca famiglia proveniente dal ceto equestre. Giunse presto a Roma, dove ricevette un’educazione retorica (pensata per una carriera politica) e filosofica, avendo come maestri gli stoici Attalo e Papino Fabiano (determinanti nell’adesione di Seneca allo stoicismo). Nel 31 d.C., dopo una breve esperienza in Egitto, ritornò a Roma per intraprendere l’attività forense, ottenendo un notevole successo. Le sue indiscusse capacità gli provocarono, tuttavia, l’astio degli imperatori della dinastia giulio-claudia che si succedettero in quel periodo. Prima Caligola, che lo condannò a morte (salvandosi poi grazie all’intervento di un’amante dell’imperatore), poi l’esilio in Corsica comminatogli dall’imperatore Claudio con l’accusa di coinvolgimento in adulterio; restò sull’isola fino al 49, grazie all’intervento di Agrippina, moglie dell’imperatore. In questo periodo iniziò la fase più fiorente della vita di Seneca, che fu scelto come tutore di Nerone, succeduto proprio a Claudio. Fu il periodo del “buon governo” del giovane imperatore romano che si servì proprio delle capacità di mediazione di Seneca per reggere l’Impero. Ben presto tuttavia la situazione si sarebbe deteriorata e, attorno al 62, con Nerone ormai influenzato dalla moglie Poppea, il filosofo stoico si ritirerà a vita privata, dedicandosi ai suoi studi. Coinvolto nella celebre congiura dei Pisoni, a cui seguì la condanna a morte, si uccise nel 65 d.C.

Della vasta produzione letteraria di Seneca sono le opere filosofiche ad occupare lo spazio maggiore. Alcune di queste furono raccolte in dodici Dialogi, che riprendono la tradizione dei dialoghi filosofici risalenti a Platone. Le altre produzioni di carattere filosofico riguardano i due trattati De clementia e De beneficiis, a cui si aggiunge un terzo con taglio più scientifico le Naturales quaestiones, e una raccolta di oltre cento lettere suddivise in venti libri dedicate ad un amico del filosofo, Lucilio Iuniore: Epistulae morales ad Lucilium. Uno spazio importante lo occupano anche le otto tragedie a lui attribuite, le sole a noi pervenute in forma non frammentaria e tutte di soggetto mitologico greco. Merita una menzione a parte invece, l’Apokolokýntosis (che significa divinizzazione di una zucca), testo di carattere satirico sull’imperatore Claudio.

2. I Dialogi

Nei Dialogi emergono aspetti e problemi dell’etica stoica, dottrina alla quale l’intera produzione filosofica di Seneca si iscrive. La composizione dei Dialogi si colloca lungo tutto l’arco della vita di Seneca, ma per pochi di essi è possibile risalire ad una datazione precisa. Appartengono a questa raccolta, tre consolazioni: la Consolatio ad Marciam, che è indirizzata alla figlia dello storico Cremuzio Cordo per consolarla dopo la morte del figlio; la Consolatio ad Helviam matrem, rivolta alla madre Elvia, dove l’autore prova a rassicurare in merito alla sua condizione in esilio; la Consolatio ad Polybium, un potente liberto di Claudio, per consolarlo dopo la perdita di suo fratello, ma con il doppio fine di adulare l’imperatore per fare ritorno a Roma. La consolatio di Seneca è debitrice non solo nei confronti dello stoicismo, ma anche della retorica: l’inutilità di un dolore prolungato viene inserito in uno schema preciso, caratterizzato da un esordio e un epilogo che racchiudono la parte argomentativa.

Meno legati a circostanze contingenti, sono gli altri dialoghi. I tre libri De ira sono una sorta di fenomenologia delle passioni umane, delle quali vengono analizzati i meccanismi di origine e i modi per dominarle. Nel De vita beata, Seneca affronta il problema della felicità e del suo connubio con la ricchezza. Molti critici sono concordi nel dire che Seneca sembri quasi voler fronteggiare le accuse di incoerenza a lui rivolte, tra principi professati di semplicità e un patrimonio personale sterminato. L’essenza della felicità è nella virtù, mentre la ricchezza, secondo il filosofo, può essere utile solo se questa si rivela funzionale. Al tema del distacco dello stoico verso le contingenze della vita terrena si legano tre dialoghi, a partire dal De clementia che esalta l’essere imperturbabile del saggio, il De tranquillitate animi in cui Seneca si interroga sul tema della partecipazione politica e il De otio, in cui emerge la predilezione di una vita appartata dei filosofi rispetto all’attività pubblica e politica (probabilmente perché scritta dopo la scelta di ritirarsi dalla vita politica).

Nel De brevitate vitae, dedicato al prefetto dell’annona Paolino (forse parente della seconda moglie di Seneca), viene affrontato il problema del tempo, del suo essere prettamente fugace e di una brevità solo apparente, proprio perché l’uomo spesso fatica a coglierne l’essenza e, senza averne consapevolezza, disperde la sua vita in tante occupazioni inutili. Appartiene agli ultimi anni di vita di Seneca invece, l’ultimo dialogo a noi giunto: il De providentia, dedicato a Lucilio (a cui sono dedicate anche le più celebri Epistulae). Nocciolo della questione è la possibile contraddizione tra il disegno della provvidenza che, secondo gli stoici, presiede alle vicende umane, e una sorte che spesso premia i malvagi e punisce i più deboli. Seneca sostiene che la volontà divina non punisce, ma vuole mettere alla prova le persone buone per esercitarne la loro virtù.

3. I trattati

Di Seneca, come detto precedentemente, ci sono giunti tre trattati. Le Naturales quaestiones sono l’unica opera senecana di carattere scientifico: nei sette libri che compongono la raccolta, Seneca tratta i fenomeni naturali e celesti, dai temporali ai terremoti, senza dimenticare le comete. Secondo molti critici, quest’opera sarebbe il “supporto fisico” all’impianto filosofico stoico, di cui Seneca è ovviamente il volto. Di stampo filosofico-politico è il celebre De clementia , scritto tra il 55 e il 56 d.C., anni in cui è educatore di Nerone (a cui dedica l’opera). Dall’analisi di quest’opera emerge che Seneca, favorevole alla monarchia, creda nella formazione di un “buon sovrano”, privo di forme di controllo esterno e capace di utilizzare la clemenza (da non confondere comunque con la misericordia). Proprio seguendo la clemenza il sovrano dovrà governare: grazie a questa virtù, e non incutendo timore, potrà avere consenso e dedizione dai suoi sudditi. Chiave per questo esercizio è ovviamente l’educazione del principe (chiaro riferimento a Nerone e ai suoi successori), che acquista dunque fondamentale importanza al pari della filosofia, che diventa dunque ispiratrice dell’azione dello Stato. Ultimo trattato sono i sette libri del De beneficiis, opera concepita per dare grande importanza al beneficio all’interno della società. Le relazioni devono fondarsi su rapporti più umani e cordiali, con un dovere di gratitudine verso l’altro.

4. Epistulae morales ad Lucilium

Le Epistulae morales ad Lucilium appartengono alla produzione tarda di Seneca. Esse sono una raccolta di lettere, di maggiore o minore estensione, di vario argomento, dedicate all’amico Lucilio. Si tratta di un genere nuovo nella cultura letteraria latina e che si distingue da quella tradizione epistolare iniziata con Cicerone. Seneca infatti, si rifà ad Epicuro, il noto filosofo che nelle lettere agli amici era riuscito a dare un impulso di formazione e di educazione spirituale. Le sue epistulae coincidono con uno strumento per la crescita morale, una strada verso le conquiste dello spirito nel lungo cammino verso la saggezza. Perché Seneca sceglie la lettera? Perché essa è molto vicina alla realtà vissuta e si presta alla pratica quotidiana della filosofia. Proponendo in ogni circostanza un tema nuovo, semplice e che si possa apprendere nell’immediato, il filosofo stoico accompagna in questo caso Lucilio ma in più in generale il lettore verso il perfezionamento interiore.

In chiosa, gli argomenti delle lettere vengono ricondotti alla tradizione diatribica (da diatriba, dibattito su un argomento filosofico): sono focalizzate sulle norme che il saggio stoico segue, sull’autosufficienza e sull’indifferenza verso le situazioni mondane. Con tono pacato di chi è consapevole che deve fare lui stesso un percorso verso la saggezza, Seneca propone una vita che sia indirizzata alla meditazione e al perfezionamento interiore.

5. Le tragedie

Quelle di Seneca sono le sole tragedie latine non pervenute in forma frammentaria. Esse sono importanti anche come documento della ripresa del teatro latino tragico, dopo i tentativi poco fortunati che la politica culturale augustea fece in tal senso. Le tragedie di Seneca, nove a noi giunte, sono ritenute tutte autentiche, con qualche riserva espressa per l’Hercules Oetaeus; mentre poco sappiamo in merito alle date e alle circostanze che hanno portato alla loro composizione. In queste composizioni emerge un conflitto tra ragione e passione, contrapposizione che rimanda alla dottrina stoica, capace di dare misura e autocontrollo al cospetto delle prove che la vita offre (è il caso ad esempio di Ercole, uomo forte che supera le avversità). Tuttavia, è riduttivo pensare che le tragedie rimandino totalmente ai temi della produzione filosofica di Seneca: in alcune di esse infatti il lògos, ovvero il principio che governa il mondo, risulta incapace di frenare le passioni e arginare il male. Di seguito l’elenco delle tragedie senecane:

  1. Le Troades, che hanno come modello le Troiane e l’Ecuba di Euripide. Rappresentano la sorte delle donne troiane prigioniere.
  2. Le Phoenissae, che riprendono la tragedia intitolata Fenicie di Euripide e l’Edipo a Colono di Sofocle. Esse parlano del destino di Edipo e dell’odio che divide Eteocle e Polinice, suoi figli. 
  3. La Medea, basata sulla Medea di Euripide, che rappresenta la cupa vicenda della principessa abbandonata da Giasone e assassina dei suoi figli.
  4. La Phaedra, riprende il modello euripideo, tratta dell’amore incestuoso di Fedra per il figliastro Ippolito.
  5. L’Oedipus, basato sull’Edipo re sofocleo, narra il notissimo mito tebano di Edipo, inconsapevole dell’uccisione del padre e sposo della madre Giocasta.
  6. LAgamemnon, rappresenta l’assassinio di Agammenone al ritorno da Troia per mano di Clitemnestra.
  7. Il Thyestes, che ripresenta il mito delle Pelopidi: animato dall’odio per il fratello Tieste, Atreo si vendica con un finto banchetto di riconciliazione.
  8. L’Hercules Furens, sul modello dell’Eracle euripideo, tratta della follia di Eracle innescata da Giunone.
  9. LHercules Oetaeus, il cui precedente sono le Trachinie di Sofocle, pone al centro il mito della gelosia di Deianira nei confronti di Eracle.

6. L’Apokolokýntosis

L’Apokolokýntosis o Ludus de morte Claudii, intesa come “zucchificazione della divinizzazione di Claudio”, è un’opera a sfondo satirico che contiene la parodia della divinizzazione di Claudio, decretata dal Senato dopo la sua morte avvenuta nel 54 d.C. 

Il componimento narra la morte dell’imperatore e la sua ascesa all’Olimpo, pretendendo inutilmente di essere assunto tra gli dèi, che invece lo condannano a discendere negli Inferi. Qui viene schiavizzato dall’imperatore Caligola e viene assegnato al liberto Menandro, come contrappasso per quello che Claudio aveva fatto nella sua vita. Alle parole di elogio nei confronti di Claudio, Seneca contrappone quelle di elogio per Nerone, destinato ad avviare una fase di splendore a Roma. L’opera riprende come modello la satira menippea, alternando prosa e versi di vario tipo, accompagnati da un singolare impasto linguistico caratterizzato dalla compresenza di toni piani e solenni.

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