1. La rivoluzione kantiana e le origini della filosofia contemporanea

1. La rivoluzione kantiana e le origini della filosofia contemporanea

Di cosa parleremo

Kant è considerato uno dei più importanti filosofi di tutti i tempi.
Il suo progetto filosofico illuministico fu indirizzato principalmente a un esame critico e rigoroso del potere della ragione e al valore della conoscenza a prescindere dall’esperienza; per questo la sua impostazione teoretica è stata definita “criticismo”.

Nella Critica della ragion pura egli analizza la conoscenza nei suoi aspetti universali e impersonali (a priori), mentre la Critica della ragion pratica è rivolta alla ricerca di una razionalità universale in grado di guidare eticamente il comportamento di tutti gli uomini.

Nella critica del giudizio, egli affronta i problemi estetici e teleologici. La sua filosofia si definisce trascendentale, in quanto studia i limiti della ragione umana nei rapporti tra uomo e mondo non sono riconducibili alle sole determinazioni dell’esperienza.

La filosofia kantiana, dunque, costituisce un’analisi critica permanente dei limiti e dei modi della coscienza razionale, una verifica delle sue possibilità nonché, uno studio dei meccanismi universali che regolano la ragione pura, indipendentemente dall’esperienza concreta.

1. Vita e opere

Immanuel Kant (1724-1804) studiò filosofia, matematica e scienze naturali all’Università di Königsberg. Terminati gli studi, lavorò come precettore. Nel 1755 ottenne l’abilitazione all’insegnamento.
Al periodo tra il 1756 e il 1759 risalgono molti scritti scientifici.
Nel 1770 ottenne la nomina di professore ordinario di logica e metafisica all’Università di Königsberg.

La docenza ordinaria lo liberò da preoccupazioni di carattere economico e poté, così, dedicarsi interamente al lavoro filosofico: ha inizio il lungo periodo di ricerche che si concluderà con la pubblicazione della Critica della ragion pura, nel 1781. Ad essa seguirono le altre grandi opere del pensiero maturo di Kant: la Critica della ragion pratica (1788) e la Critica della facoltà di giudizio (1790).

Tra il 1780 e il 1790 il filosofo di Königsberg pubblica altre opere importanti come: Prolegomeni ad ogni futura metafisica (1783), Che cos’è l’illuminismo? (1784), la Fondazione della metafisica dei costumi.

Nel 1793 La religione nei limiti della semplice ragione, il cui esame della teologia biblica provocò la reazione della censura, mentre nel 1795 uscì l’opera politica Per la pace perpetua e nel 1797 comparve La metafisica dei costumi.
Postume furono pubblicate le lezioni di Logica (1800) e Pedagogia (1803).

L’indagine filosofica del filosofo di Königsberg parte da tre domande fondamentali che si pone l’individuo e che sono:

  1. Che cosa posso sapere?
  2. Come devo agire?
  3. Che cosa ho il diritto di sperare?

Alla prima domanda (cosa è dato alla ragione umana di sapere) di natura teoretica, risponde la “Critica della ragion pura”: si studiano, così, nel problema della conoscenza, i limiti che incontra la ragione per superare le barriere della metafisica che per Kant non costituisce una vera e propria scienza.

Così l’“io” che è posto al centro dell’indagine filosofica (cd. rivoluzione copernicananon riesce a dare una risposta definita ai problemi metafisici relativi a:

  • l’esistenza di Dio (problema teologico);
  • dell’Anima (problema psicologico);
  • del Mondo (problema ontologico).

Questa esigenza deriva dal fatto che è connaturato nell’io (uomo) un bisogno metafisico di cercare le ragioni ultime dei princìpi che regolano l’esistenza.

Alla seconda domanda sul “come devo agire” è legato il problema morale cui è connessa la terza, quella della felicità (cosa ho il diritto di sapere).

Mentre la ragion pura in Kant tende a travalicare, senza riuscirci, i confini dell’esperienza, la ragion pratica resta legata all’esperienza e alla volontà nell’affrontare i problemi della vita reale.

principi pratici che nella ragion pratica emergono e si impongono all’uomo costituiscono, per Kant, gli imperativi e possono essere ipotetici se determinano la volontà al fine di raggiungere uno scopo (es.: studia e sarai promosso), categorici se impongono un’azione senza relazionarsi a nessuno scopo (es.: non rubare).

Gli imperativi categorici testimoniano l’esistenza nell’uomo (io) e la presenza innata della legge morale su cui si fondano tre importanti postulati: la libertà umanal’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio.

Kant, dunque, come si vedrà in seguito, non riesce a dimostrare nella “ragion pura” l’esistenza di Dio, ma potrà nella “ragion pratica” postularne la presenza nell’io, cioè nella mente dell’uomo.

2. La Critica della ragion pura

Una rivoluzione copernicana in filosofia. La speculazione filosofica di Kant segna una svolta epocale nella storia della filosofia moderna. La prima grande opera del filosofo di Königsberg la Critica della ragion pura, giunge al termine di molti anni di studio.

Il periodo preparatorio (definito comunemente precritico) è segnato dal progressivo distacco di Kant dalle tesi del razionalismo tedesco (soprattutto dalla logica razionalista di Wolff che influenzò notevolmente la cultura filosofica tedesca) e, in generale, dalle posizioni di stampo metafisico e dogmatico cui aveva inizialmente aderito, a favore di una critica della ragione che parte proprio dall’individuazione dei limiti di quest’ultima.

Tale atteggiamento è stato reso possibile a seguito dell’influenza dell’empirismo inglese (Locke e soprattutto Hume), cui Kant riconosce il merito di averlo svegliato dal lungo «sonno dogmatico» di stampo “Wolfiano”), oltre che dallo studio del “metodo scientifico” di Newton.
Ciò perché le dottrine empiriste, nei loro esiti più radicali, secondo Kant sono cadute nello scetticismo* mentre quelle razionaliste (che ricorrono al solo uso della ragione) si sono arenate nel dogmatismo.

Se infatti avessero ragione gli empiristi, se ogni nostra conoscenza derivasse esclusivamente dall’esperienza, se fosse possibile conoscere soltanto attraverso impressioni derivanti dai sensi (secondo la tesi di Locke) non potremmo mai in nessun caso pervenire ad una scienza rigorosa poiché saremmo sempre prigionieri dei sensi che, senza il supporto della ragione, si dimostrano ingannevoli. C’è dunque bisogno di una “fondazione” della nostra conoscenza più profonda e articolata per superare la logica delle apparenze: chi si affida alla sola esperienza cade sempre in errore.

Il problema di “cosa possiamo realmente conoscere” diviene così l’oggetto della prima Critica kantiana, laddove il termine “critica” sta ad indicare proprio un «esame dei limiti e delle possibilità della ragione» (da cui la definizione di criticismo, cioè analisi della conoscenza, data al sistema kantiano).

Di fatto, l’intera opera di Kant è volta, sulla scia di numerosi filosofi (da Cusano a Hume), a stabilire i limiti oltre i quali la conoscenza umana può andare e cercare i modi per superarli.

Kant propone una radicale rivoluzione nell’ambito della teoria della conoscenza comparabile a quella effettuata nell’ambito dell’astronomia da Copernico e perciò denominata “rivoluzione copernicana dell’io”.
Nel problema della conoscenza, contrariamente a quanto riteneva la tradizione precedente, secondo Kant deve essere l’oggetto del mondo esterno ad adeguarsi al soggetto (io) e non il contrario (proprio come in astronomia, secondo Copernico, è la Terra a ruotare attorno al Sole e non viceversa).

Nella conoscenza, cioè, il dato sensibile si «adatta», solo quando viene conosciuto, alle leggi del soggetto che lo riceve.
La natura, in altre parole, si regola sull’uomo e non il contrario!
A partire da questa impostazione rivoluzionaria, Kant ritiene di poter oltrepassare le conclusioni in cui si erano formati i due grandi orientamenti filosofici dell’età moderna — il razionalismo* di Cartesio Spinoza e, Leibniz e degli innatisti* da un lato, e lo stesso empirismo* di Hobbes, Berkeley, Locke e Hume dall’altro — e procede, quindi, alla sistemazione organica di una teoria generale della razionalità umana e capacità conoscitiva dell’uomo (dialettica trascendentale).

La complessa analisi kantiana sulla possibilità della ragione umana sfocia in primo luogo nella scoperta di alcune forme* che appartengono al soggetto conoscente (io) indipendentemente dall’oggetto conosciuto: si tratta di forme a priori* (che non derivano, cioè, dall’esperienza degli oggetti) e che sono trascendentali* (in quanto impongono la loro legge agli oggetti d’esperienza costituendo, così, la possibilità stessa della conoscenza).

Teoria dei giudizi. La Critica della ragion pura propone un’articolata teoria dei giudizi, cioè delle proposizioni scientifiche che, partendo dalle forme a priori trascendentali, ci permettono di descrivere e conoscere il mondo esterno.


Per “giudizio” infatti Kant intende il rapporto che si instaura tra due concetti.

Vi possono essere tre tipi di giudizio:

  1. Giudizi analitici a priori* (tipici del razionalismo): in essi il predicato esprime un carattere già compreso nel concetto. Sono sempre a prioriuniversali e necessari, e, pertanto, indipendenti dell’esperienza. I giudizi analitici a priori rispondono al principio di non- contraddizione e non necessitano di verifica empirica. Esempi tipici di questi giudizi sono proposizioni come: «i corpi sono estesi» oppure «il triangolo ha tre angoli». Si tratta di giudizi in cui il predicato “esteso” o “tre angoli” non incrementa con elementi nuovi la nostra conoscenza (nel concetto di triangolo è infatti implicito che esso abbia tre angoli); si tratta, dunque, di giudizi sempre validi, ma puramente esplicativi.
  2. Giudizi sintetici a posteriori* (tipici dell’empirismo): questi giudizi associano invece al soggetto un predicato sulla base di una scoperta empirica. Arricchiscono la nostra conoscenza, certo, ma non sono a priori, né universali, essendo positivi, elastici, reali e contingenti. Ad esempio nella frase «i corpi sono pesanti», solo dopo aver sperimentato il peso dei corpi ho effettivamente incrementato la mia conoscenza rispetto a quei particolari oggetti che, però, hanno tutti diverso peso specifico. Questo assunto non costituisce una garanzia di conoscenza scientifica, perché, se la nostra conoscenza risultasse solo dall’esito delle singole sperimentazioni (o induzioni), non raggiungerebbe mai un giudizio di tipo universale o necessario.
  3. Giudizi sintetici a priori (è la novità kantiana che rappresenta il superamento del contrasto tra razionalismo ed empirismo): nei giudizi sintetici a priori, infatti, il predicato aggiunge una nozione nuova, pur partendo da alcuni dati a priori che sono sempre validi. Si tratta, dunque, di giudizi universali e necessari ma anche amplificativi della nostra conoscenza. Essi infatti, pur non derivando dall’esperienza, determinano delle caratteristiche generali del soggetto particolare e perciò, sono universalizzabili. Esempi di tali giudizi sono le operazioni matematiche (7+5=12; in questo caso il predicato è il numero 12, che rappresenta un “arricchimento” rispetto al soggetto 7+5) o le leggi della fisica («In ogni cambiamento corporeo la quantità di materia resta invariata»), infatti le quantità 7+5 e 12 non si contraddicono). Grazie a questi giudizi e all’apporto di conoscenze che il predicato reca al soggetto otteniamo un incremento effettivo del nostro conoscere: la matematica e la fisica sono le scienze che ci mettono in grado di produrre giudizi necessari ed universali pur non essendo analitici. Il problema della Critica diventa ora quello di stabilire qual è l’origine di questo tipo di giudizi sintetici a priori se, cioè, derivino o provengano dall’esperienza. Essi sarebbero la risultante di una sintesi tra i dati empirici esistenti nella realtà e la forma a priori insita nella mente umana. 

Le tre facoltà. Nella Critica della ragion pura, Kant postula l’esistenza di tre facoltà che consentono all’uomo la conoscenza:

  • la sensibilità, ovvero l’intuizione degli oggetti;
  • l’intelletto, che “categorizza” i dati sensibili;
  • la ragione, mediante la quale l’individuo supera i confini dell’esperienza sensibile.

Ciascuna di queste facoltà opera, come vedremo, avvalendosi — se esistenti — di proprie forme a priori trascendentali.

Le forme a priori della sensibilità: spazio e tempo. Nella sezione della Critica della ragion pura denominata Estetica trascendentale (o dottrina della sensibilità), Kant sostiene che i giudizi sintetici a priori sono “possibili” in quanto l’oggetto su cui indagano è un fenomeno (dal greco: «ciò che appare»).

Fenomeno è ciò che risulta dall’incontro tra i dati della sensibilità e le «forme a priori». Kant distingue il fenomeno dal noumeno (o cosa in sé), che rappresenta il puro contenuto del pensiero, la pura supposizione intellettuale che si avvicina all’idea di Dio.

Gli esseri umani, nella loro limitazione, possono conoscere solo “fenomeni” (che non sono le forme oggettive dell’essere, come in Aristotele) e mai cose in sé o noumeni: possiamo cioè comprendere scientificamente soltanto ciò che ordiniamo noi stessi grazie al ricorso delle nostre forme a priori (categorie).

Ma quali sono dunque queste forme a priori che regolano i fenomeni della natura, che li spingono ad adeguarsi a noi?

Si tratta dello spazio e del tempo che costituiscono le forme a priori della nostra sensibilità.
Spazio tempo non appartengono alle cose in sé, sono piuttosto condizioni individuali della nostra intuizione sensibile, caratteristiche conoscitive peculiari del singolo soggetto.

Pur non derivando dall’esperienza, tali forme sono la base di essa; per esempio: senza “spazio” e “tempo” non potremmo mai raggiungere a rappresentarci il mondo esteriore (spazio) né quello interiore (tempo).

Le forme a priori dell’intelletto: le categorie. La logica trascendentale (o dottrina dell’intelletto) rappresenta, invece, la parte della Critica che studia gli elementi della conoscenza «pura» dell’intelletto, i principi senza i quali nessun oggetto può essere pensato, studia cioè le forme a priori dell’intelletto. Per Kant infatti anche l’intelletto, come la sensibilità, cioè il senso che si rifa a spazio tempo, possiede le sue forme a priori. Vedremo che anche la ragione, che è distinta dall’intelletto, ha le sue forme a priori (idea dell’anima, del mondo, di Dio).

Lo scopo di Kant nella seconda parte della «ragion pura» è dimostrare che senza concetti puri, senza categorie, non vi sono oggetti d’esperienza.
Le categorie* sono infatti i modi stessi in cui l’intelletto unifica i dati sensibili provenienti dall’esterno; e rappresentano i fondamenti della possibilità di ogni esperienza in genere.

Le categorie, dunque, sono quei concetti puri che identificano e «classificano» i dati sensibili già strutturati dalle forme a priori della sensibilità (spazio e tempo) e su cui si modellano i giudizi.

Le categorie sono, in sintesi, di:

Qualità, e cioè: realtànegazionelimitazione, che danno luogo rispettivamente a giudizi: affermativinegativiinfiniti

Quantità, e cioè: Unitàtotalitàpluralità, che danno luogo rispettivamente a giudizi: universaliparticolarisingolari

Relazione, e cioè: Sostanzacausalitàreciprocità, che danno luogo rispettivamente a giudizi: categoriciipoteticidisgiuntivi

Modalità, e cioè: Possibilitàesistenzanecessità, che danno luogo rispettivamente a giudizi: universaliparticolarisingolari.

L’“io penso”. L’intelletto umano diventa così il fondamento anche dell’unità della nostra coscienza, che Kant definisce io penso*. Le «leggi di natura» dunque, secondo la rivoluzione kantiana, sono imposte dall’intelletto stesso perché solo l’intelletto, con le sue categorie, è in grado di organizzare l’esperienza, e la conoscenza alla realtà che ci circonda.

Forme a priori della ragione. La conoscenza basata sulla ragione del singolo porta ad un risultato negativo: l’impossibilità di considerare la metafisica come scienza.

La metafisica si è sempre occupata di indagare l’essenza, il noumeno, la cosa in sé, piuttosto che le leggi scientifiche dei fenomeni. La ragione, infatti, tende per sua natura a spingersi oltre i limiti dell’esperienza e si scontra con l’impossibilità di conoscere i concetti quali l’animaDio, il Mondo intesi in senso ontologico come totalità dei fenomeni.

L’inganno della metafisica è quello di considerare le «idee» della ragione alla stregua di categorie logiche. Ma a differenza di queste ultime, le idee non conducono mai ad autentica e dimostrabile conoscenza.
In particolare, le idee che l’io si fa dell’Anima, del Mondo e di Dio nel costruire una presunta «scienza» si scontrano con ostacoli insormontabili che sono:

  • paralogismisillogismi difettosi cui si tenta di ricorrere per definire universalmente il concetto di anima che la ragione, da sola, non riesce a superare;
  • le antinomie: quando la ragione vuole passare dalla dimensione del fenomeno a quella del noumeno per scoprire l’origine del mondo (o del cosmo Mondo) si trova di fronte allo scontro contraddittorio di «tesi» e «antitesi» che si elidono a vicenda (il mondo ha un inizio ed è circoscritto in limiti spaziali [tesi]; il mondo non ha né cominciamento né limiti spaziali [antitesi]). L’uso della ragione, pertanto, non consente all’io di superare il contrasto tra di essi e giungere ad una verità univoca;
  • sofismi che si incontrano nell’indagine sull’esistenza di Dio che tenta invano di rifarsi ad argomenti (o proveontologici (Perfezione di Dio), cosmologici (Dio causa unica del mondo), teleologici (necessità di un Dio artefice del mondo) che non possono essere razionalmente dimostrati.

Il “puro pensiero”, secondo Kant, non giungerà mai a raggiungere alcun tipo di conoscenza scientifica. Pertanto, la metafisica va dichiarata scienza razionalmente impossibile se si segue cioè un mero approccio scientifico razionale.

Tuttavia, la metafisica, in quanto aspirazione dell’uomo ad una conoscenza conclusiva della realtà che lo circonda, riaffiora costantemente nell’io come bisogno interiore suo.

Se è vero che da un punto di vista scientifico oltre i limiti dell’esperienza sensibile l’uomo non può andare, esiste nondimeno un altro ambito in cui il noumeno è accessibile, almeno potenzialmente: si tratta dell’etica, della legge morale, con cui non si dimostra, ma si postula l’esistenza di Dio, che è oggetto della ragion pratica.

3. La Critica della ragion pratica

La legge morale e l’imperativo categorico. Con la sua seconda grande opera, Kant si propone, dunque, di scoprire in che modo sia possibile determinare l’azione morale, l’universo dell’etica e del comportamento giusto dell’io per raggiungere la felicità e la conoscenza di Dio.
Ciò implicherà la riconsiderazione, in altra forma, di quella sfera noumenica che era risultata inaccessibile teoreticamente alla conoscenza.

Il fondamento dell’etica secondo Kant consiste nell’agire secondo una legge morale che abbia valore universale. Si tratta di una legge che non può essere ricavata dall’esperienza.
Secondo Kant, la nostra ragione è sufficiente da sola — senza richiami sensibili — a muovere la volontà in vista di fini etici universalmente validi. Per essere tale, una «legge morale» deve essere razionale libera perché l’io decide autonomamente di prescriverla a se stesso come regola di vita seguendo questo imperativosei liberopuoidevi!

La legge morale consiste dunque, in un imperativo che l’uomo comanda a se stesso e che Kant distingue in:

  • imperativo ipotetico: in esso l’azione che l’io deve compiere è finalizzata al raggiungimento di uno scopo, di un vantaggio o tornaconto personale (ad es.: Se vuoi imparare la musica devi studiarla!). Tali imperativi, ovviamente, non sono universali, non sono cioè estensibili a tutta l’umanità (si tratta di scopi e vantaggi soggettivi, personali). Da tali imperativi derivano, comunque atteggiamenti come l’edonismo e l’utilitarismo;
  • l’imperativo categorico: l’azione dell’io viene effettuata per se stessa (da cui il celebre motto kantiano: «Devi perché devi»!). La norma morale autentica deve manifestarsi come un imperativo categorico che è presente nell’io e, pertanto, ciascun individuo deve tendere al rispetto delle regole morali universali.

Dunque unicamente gli imperativi categorici rappresentano le leggi morali, a priori, libere, valide universalmente e necessarie.
Il loro valore non dipende dal contenuto, ma dalla loro forma di legge. La metodica filosofica di Kant non dà ricette per l’effettivo compimento di azioni morali, ma si limita soltanto a formulazioni generali dell’imperativo categorico utili a comprendere come la sfera morale, per essere tale, deve potersi rendere universale ricorrendo a tre postulati.

Le tre forme che costituiscono i postulati degli imperativi categorici:

  • agisci in modo che la massima della tua azione (soggettiva) possa diventare legge universale (oggettiva) della natura; 
  • agisci in modo da trattare l’umanità sempre contemporaneamente come fine e mai soltanto come mezzo;
  • la volontà di ogni essere razionale deve rappresentare e dettare sempre una legge universale.

La legge morale deve, dunque, avere valore per se stessa, e non per perseguire fini particolari come per gli imperativi ipotetici.
La volontà è autonoma*, in quanto attribuisce a se stessa la sua legge, quindi possiede un’assoluta capacità di autodeterminarsi. Rispondendo agli imperativi della legge morale, gli uomini realizzano il sommo bene, ovvero rispettano se stessi e gli altri.

Nella ragion pratica, dunque, si ritorna, su altre forme, a quel mondo noumenico che sfuggiva alla ragion pura; là, il mondo della cosa in sé era presente solo come esigenza ideale; in questa seconda opera il mondo delle cose in sé, dei valori assoluti, viene “riattualizzato” dalla ragion pratica, e dai postulati che provengono dalla legge morale.

Questi postulati, come detto, riguardano Diomondo immortalità dell’anima (ovvero quelle “idee della ragione” che sfuggivano alla conoscenza razionale) e che sono spiegati dalla legge morale:

  • Dio ad esempio, indimostrabile razionalmente, va ammesso come garante della legge morale, cioè come volontà sacra;
  • l’infinità del mondo, inaccessibile scientificamente, va presupposta come dimensione che lega l’uomo non solo al mondo terreno e sensibile, ma anche a quello infinito e intelligibile;
  • l’immortalità dell’anima, che sfugge all’intelletto, va infine postulata perché rappresenta la garanzia di un progresso e una ricompensa all’infinito, dell’io, oltre questa vita per chi obbedisce alla legge morale.

La ragion pratica ha, così, con successo colmato fuori dal terreno razionale tutte le esigenze metafisiche rimaste irrisolte nella “ragion pura”.
Rispondendo all’imperativo categorico e facendo propri i tre citati postulati della legge morale, l’uomo può superare i limiti della propria ragione ed elevarsi ad una soddisfacente conoscenza pratica (seppure non teorica) del mondo noumenico.

Si noti che Kant, tra il mondo dei puri fenomeni (della Critica della Ragion Pura) e il mondo della moralità (della Critica della Ragion Pratica) apre un dualismo, uno “iato”, un «abisso» cui il successivo pensiero filosofico non ha offerto nessuna via di risoluzione.

4. La Critica del giudizio

La facoltà del giudizio. A fare da ponte tra le due forme critiche interviene la facoltà del giudizio, che rappresenta una funzione intermedia tra intelletto (natura) e ragione (libertà) e permette di mettere in relazione il particolare con l’universale.

Partendo dal presupposto che il noumeno è teoreticamente inconoscibile, la Critica della ragion pratica rappresenta il tentativo di mediare il mondo fenomenico con il mondo noumenico, ovvero tra realtà pratica mondo delle cose-in-sé.

Kant scopre, allora, una terza facoltà intermedia fra l’intelletto (facoltà conoscitiva teoretica) e ragione (facoltà pratica) e si tratta appunto del giudizio.
Rispetto alla Critica della Ragion Pura, nella Critica del giudizio il filosofo di Königsberg esamina due tipi di giudizio:

  • Giudizio determinante: che si fonda sia sull’insieme dei fenomeni sensibili sia sulle categorie (i principi a priori). Si tratta quindi di un giudizio correttamente scientifico (del tipo di quelli analizzati nella Critica della ragion pura) e, come tale, universale;
  • Giudizio riflettente: si tratta di un giudizio soggettivo basato non sull’intelletto ma sul sentimento, quindi privo di universalità*. Questa, nei giudizi riflettenti, è infatti soltanto un’”ideale della ragione”, e consiste nel postulare l’esistenza di una finalità generale della natura e del mondo.

Per Kant esistono due modi per scoprire tale finalità nella natura: il primo è la contemplazione della bellezza che circonda l’uomo e che si manifesta nel mondo, detto giudizio estetico*. Il secondo è una riflessione sull’ordine e il fine della natura stessa, ovvero il giudizio teleologico*.

Il giudizio estetico, a sua volta, si può chiarire meglio attraverso tre definizioni:

  • bello è l’oggetto di un piacere disinteressato; 
  • bello è ciò che piace universalmente;
  • bellezza è finalità senza scopo.

Il piacere estetico deriva secondo Kant dal comprendere il senso e la finalità insiti in un oggetto (di un’opera d’arte o di una bellezza naturale) creazione dell’uomo o di Dio senza una valutazione di carattere scientifico. Ascoltando una melodia, non sappiamo dire perché essa è bella, tuttavia sappiamo cogliere nel suo ascolto una finalità, un senso, un ordine che ci dà la felicità.

In quel momento, dice Kant, le facoltà conoscitive dell’io (intelletto e immaginazione) si muovono e si sviluppano liberamente.

Nel piacere estetico, in altre parole, una cosa ha senso anche se non sappiamo precisamente a quale idea essa corrisponda. La finalità dell’estetica è percepita attraverso il sentimento dell’armonia fra le facoltà dell’io.

Kant distingue il concetto di bello dal sublime, cioè da «ciò che è assolutamente grande al di là di ogni comparazione».
Il sublime riguarda l’informe, l’illimitato, il grandioso come tale, dunque tutto quanto che sfugge all’esperienza comune e ci imprime timore facendoci sentire “piccoli” e “indifesi” davanti ad una dimensione molto più grande di noi.

Percepiamo, così, il sublime quando, di fronte a certi spettacoli naturali (esempio una cascata, un’eruzione, un terremoto) che superano il potere della nostra immaginazione, proiettiamo su questi fenomeni la grandezza assoluta che è propria del sovrasensibile e la confrontiamo con la nostra “piccola” realtà di esseri limitati e finiti.

Il pensiero e l’opera dell’insuperato filosofo sono mirabilmente espressi e sintetizzati nell’epitaffio della sua tomba, che è tratto dalla «ragion pratica»: «Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».

Con il giudizio teleologico, infine, Kant afferma la finalità come principio regolativo della natura nella sua totalità.
Cosa sia in sé la natura non lo potremmo mai conoscere, tuttavia non possiamo fare a meno di considerarla come organizzata secondo un fine che oltrepassa i singoli dati naturali.

Secondo Kant è come se, ammirando la perfezione della natura, l’intelligenza umana, che è in grado di ordinare quella natura con le sue leggi a priori, ma non può esaurirne tutti i particolari, costituisse un frammento, un riflesso dell’intelligenza divina creatrice dell’ordine finalistico complessivo del mondo.

5. Per la pace perpetua

Nell’opera politica “Progetto di pace perpetua” (1796) Kant postula la fondazione di un nuovo ordine internazionale basato su un progetto globale della società degli Stati che si basa su quattro presupposti fondamentali:

  • che ciascuno Stato adotti una forma di governo repubblicano (in quanto dal dispotismo non può nascere tale nuovo ordine);
  • che nel diritto internazionale si superi il concetto di Stato nazionale inteso come centro autonomo di potere e si raggiunga una Federazione di soggetti liberi e uguale che abbracci quanti più Stati possibili;
  • che debba vigere a livello mondiale il “principio di ospitalità universale” da cui derivi un diritto cosmopolitico che consente ai singoli di circolare liberamente nell’ambito della federazione ospitando tutti gli appartenenti alla federazione;
  • che la Federazione universale trovi il suo fondamento nelle leggi del commercio e non sull’irrazionale istinto della guerra.

Queste illuminanti idee sono state in gran parte successivamente attuate con l’istituzione delle grandi organizzazioni internazionali come la società delle Nazioni e, poi, l’ONU.

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