1. Immanuel Kant

1. Immanuel Kant

1. L’esame critico della ragione

La metafisica è un “campo di lotta” in cui i pensatori si contrappongono l’uno all’altro. Questo accade perché la filosofia non dispone di un criterio per distinguere inequivocabilmente il vero dal falso o l’apparenza dalla realtà. La scienza possiede un metodo rigoroso e affidabile, la metafisica no.

Kant vuole conferire alla Metafisica il carattere di certezza ed oggettività che contraddistingue la Scienza. In particolare sottopone tutte le strutture logiche della conoscenza ad un esame critico. 

All’inizio della sua prima critica, Kant domanda tutta la questione ad un “tribunale”: il “tribunale della ragione”. Questo servirà a capire i limiti della conoscenza umana.

La ragione indaga su 2 aspetti: 

  • le fonti dalle quali la ragione può attingere;
  • l’estensione e i confini del suo raggio d’azione.

La ragione è giudice e imputato al tempo stesso, si parla di autocritica.

2. I giudizi del sapere scientifico

Kant si pone delle domande fondamentali: “Com’è possibile la Scienza? Quali sono le sue condizioni di possibilità? È possibile una Metafisica come Scienza?”

Per capire se è possibile dare un carattere di scientificità alla Metafisica Kant analizza i fondamenti e i principi della Matematica e della Fisica (ossia del sapere scientifico certo e sicuro) partendo dai loro elementi di base: i giudizi.

Le preposizioni della Scienza sono dette “giudizi” perché costituite da un soggetto e un predicato. Es: “il prato è verde”, “la neve è bianca”. Pensare è quindi giudicare.

Ci sono due tipi di giudizi: i giudizi analitici e i giudizi sintetici.

  1. giudizi analitici: Il predicato è contenuto nel soggetto. Es: “Tutti i corpi sono estesi”, l’estensione è contenuta nella corporeità. Sono giudizi rigorosi ma a priori ovvero che il loro contenuto non deriva dall’esperienza. Essi sono dotati dei caratteri della necessità e dell’universalità ma sono privi di “novità” poiché il predicato non aggiunge nulla di nuovo al concetto implicato nel soggetto;
  2. giudizi sintetici a posteriori: Il predicato offre un contenuto nuovo: es: “i corpi sono pesanti”. In questo caso, la “pesantezza” (ovvero il predicato) non è contenuta nel soggetto ed è da dimostrare. In questo tipo di giudizi abbiamo un’estensione della conoscenza, un carattere di “novità” ma non la garanzia della sua universalità. I giudizi sintetici dipendono interamente dall’esperienza: per questo sono detti “a posteriori”;
  3. giudizi sintetici a priori: Giudizi in cui il rigore matematico si coniuga con l’aumento della conoscenza derivante dall’esperienza. Es. “tutto ciò che accade ha una causa”. E’ un giudizio sintetico perché il predicato aggiunge “la causalità”. E’ a priori e NON a posteriori perché valendo ovunque e per sempre non può derivare dall’esperienza.

3. I due aspetti della conoscenza

La domanda: “Come sia possibile la Scienza e su cosa fondano le sue materie?” viene riformulata nel seguente modo: “Come sono possibili i giudizi sintetici a priori?” 

Secondo Kant, questi giudizi attingono la loro validità non dall’oggetto ma dal soggetto. Kant sostiene che nella conoscenza possiamo distinguere due aspetti: materiale e formale. 

  • aspetto materiale: costituito dalle impressioni sensibili derivanti dall’esperienza (elementi a posteriori);
  • aspetto formale: costituito dalle forme (a priori) con cui la mente ordina tali impressioni.

4. La “rivoluzione copernicana” di Kant

Kant compie una rivoluzione della conoscenza analoga a quella che Copernico aveva effettuato in campo astronomico.

Infatti, tradizionalmente si riteneva che fosse la mente a doversi adeguare alla realtà, ricevendo passivamente i dati dall’esperienza. Kant sostiene che è la realtà che, nell’atto conoscitivo, si deve adeguare alle facoltà umane. 

Il soggetto e le sue facoltà intellettive influiscono sul modo in cui gli oggetti vengono compresi e concorrono attivamente alla costituzione dell’esperienza conoscitiva.

Di conseguenza: la filosofia non indaga più sugli oggetti della realtà ma sposta la sua attenzione sugli elementi soggettivi a priori che rendono possibile la conoscenza degli oggetti. Kant definisce la sua indagine “Trascendentale”.

5. Il concetto di trascendentale

Kant definisce trascendentale l’interrogativo su come siano possibili i giudizi sintetici a priori. 

Trascendentale identifica quindi la conoscenza che non si occupa dell’oggetto ma del soggetto e del nostro modo di conoscere gli oggetti. 

Il trascendentale non indica una dimensione ontologica bensì l’ambito dei presupposti gnoseologici che rendono possibile la conoscenza e la costituzione del mondo fenomenico, cioè del mondo così come ci appare.

6- La struttura della critica alla ragion pura

È un trattato sistematico con una rigorosa struttura architettonica che riflette l’architettura della ragione umana.

È suddivisa in due parti: 

  1. Dottrina degli elementi: procede alla scomposizione della ragione nelle sue parti fondamentali.
  2. Dottrina del metodo: si riferisce al metodo di applicazione dei suddetti elementi formali.

La dottrina degli elementi (1) si divide a sua volta in:

  • Estetica trascendentale: analizza la conoscenza sensibile e le sue forme a priori.
  • Logica trascendentale: studia il pensiero e le sue regole.

La logica trascendentale (4) si divide a sua volta in: 

  • Analitica trascendentale: ha come oggetto specifico di studio gli elementi di base dell’intelletto puro.
  • Dialettica trascendentale: ha come oggetto di studio le facoltà della ragione e i suoi principi.

7-  L’estetica trascendentale 

– Studia la sensibilità. 

Ogni conoscenza inizia con la percezione degli oggetti da parte dei sensi. La sensibilità percepisce gli oggetti (in questo è passiva) ma organizza il materiale che riceve attraverso i sensi attraverso le due forme a priori: Spazio e Tempo (in questo svolge un ruolo attivo). 

  • 1. Immanuel Kant | MaturansiaLo spazio: è la forma del senso esterno attraverso la quale collochiamo le rappresentazioni. E’ un’intuizione pura, a priori, innata. La geometria: Scienza sintetica a priori.
  • Il tempo: è la forma del senso interno ossia è la forma a priori, pura, innata che costituisce il fondamento dei nostri stati interiori. Il tempo è la forma più importante in quanto tutte le rappresentazioni alla fine ci giungono dal senso interno perché le possiamo cogliere con la coscienza. Sul tempo si fonda l’aritmetica.

8- L’analitica trascendentale 

La sensibilità con la sua molteplicità di sensazioni collegate alle due forme a priori (estetica trascendentale) è il primo gradino della conoscenza. Esiste però una facoltà superiore e una conoscenza superiore legata al pensiero. Il pensiero può essere di due tipi: Intelletto o Ragione. 

  • L’intelletto: sintetizza gli oggetti intuiti in base alla sensibilità e li unifica nei concetti che sono universali e necessari. Quindi, sensibilità e intelletto sono uniti e indissociabili. L’intelletto agisce in base ai dati della sensibilità.

Come opera l’intelletto?

  1. Facoltà di giudicare

Il pensiero unifica l’esperienza secondo modalità comuni a tutti gli uomini: giudizio. I concetti possono essere empirici quando astraggono dall’esperienza le caratteristiche generali e comuni degli oggetti sensibili. I concetti possono essere puri ossia contenuti a priori dell’intelletto. Sono questi che regolano la funzione di giudicare dell’intelletto ed è attraverso questi che la mente dell’uomo unifica la conoscenza sensibile. I concetti puri si chiamano categorie.

Es: vedo una mela e la percepisco come mela unità (concetto empirico); colloco la mela nella categoria dei frutti mela (concetto puro).

Kant individua dodici categorie raggruppate in quattro classi: 

  • Quantità: se dobbiamo costruire preposizioni circa il numero delle cose.
  • Qualità: se vogliamo affermare o negare qualcosa.
  • Relazione: se vogliamo stabilire rapporti di causalità, azione reciproca e sussistenza tra le cose. 
  • Modalità: se vogliamo esprimere giudizi circa l’esistenza/inesistenza, necessità/contingenza, possibilità/impossibilità delle cose.

9- Il quesito gnoseologico fondamentale

–        Cosa unifica il processo conoscitivo dell’esperienza e dell’intelletto?

Le forme a priori della sensibilità (spazio e tempo) danno forma all’esperienza. La difficoltà sorge quando dobbiamo giustificare come le categorie, che sono concetti puri dell’intelletto, possano dare ordine alla sensibilità, all’esperienza perché sono completamente dissimili dall’esperienza.

Questo è giustificato dalla deduzione trascendentale:

Secondo Kant, esiste l’io penso ovvero la funzione logico-formale NON creatrice ma regolatrice attraverso la quale tutte le rappresentazioni vengono unificate attraverso le categorie dell’intelletto. L’io penso è l’autocoscienza o appercezione trascendentale.

L’io penso non è una coscienza individuale ma è una struttura mentale universale. E’ il principio supremo della conoscenza umana.

L’io penso è autocoscienza perché non solo regola gli oggetti dell’esperienza ma implica anche la consapevolezza di un “io” a cui le rappresentazioni vengono riferite.
L’io penso è appercezione trascendentale perché la percezione di sé precede ogni atto conoscitivo.
Solo attraverso le categorie gli oggetti possono diventare oggetti per l’uomo, ossia entrare nella sua esperienza conoscitiva.

Dato che l’io penso è una funzione regolatrice universale viene garantita l’oggettività del sapere e la conoscenza scientifica viene a fondarsi sui principi universali e necessari dell’intelletto.
L’io penso per Kant è il legislatore della Natura in quanto può essere pensata e conosciuta solo attraverso le categorie.

10- La distinzione tra fenomeno e noumeno 
L’intelletto con le sue categorie conosce la realtà fenomenica. 

  • Il fenomeno: è l’oggetto della realtà; è ciò che appare al soggetto quando applica le sue facoltà conoscitive.
  • Il noumeno: è la realtà delle cose in sé, ciò che si trova oltre il mondo fenomenico. Questa realtà non è conoscibile dalle facoltà conoscitive umane della sensibilità e dell’intelletto. La ragione può pensare il noumeno 1. Immanuel Kant | Maturansiama non lo può conoscere. Quindi, il noumeno è il confine invalicabile della Scienza. È quanto più grande l’uomo può immaginare o pensare ma non conoscere.

11- La dialettica trascendentale
Le 3 idee della metafisica tradizionale ossia anima, mondo e Dio secondo Kant non possono essere conosciute dall’intelletto. Non si può dire se siano vere o false in quanto la conoscenza scientifica richiede l’intuizione sensibile e il concetto.
Invece, il pensiero può avvenire anche in mancanza dell’intuizione sensibile come avviene per le idee della metafisica che possono essere pensate ma non conosciute.
La metafisica, quindi, si sforza di andare oltre il mondo fenomenico e questa è un’attività naturale nell’uomo. Kant chiama questa facoltà “ragione” e le sue idee trascendentali ossia i suoi concetti puri unificano gli oggetti interni ed esterni ma secondo Kant non hanno valore conoscitivo. Quindi la metafisica non ha valore scientifico.

12- Critiche ai tre concetti puri della ragione (perché la ragione non ha valore conoscitivo)
– La critica al concetto di anima:

L’anima veniva considerata come l’unità spirituale e immortale della coscienza. Secondo Kant, invece, la coscienza non è l’anima immortale ma un’unità logico formale che dà unità alla coscienza, cioè l’io penso.

La psicologia razionale che vuole attribuire una sostanza all’anima non è una disciplina scientifica in quanto si fonda su errori logici detti paralogismi. L’errore è applicare il concetto puro di anima a degli elementi sensibili. 

– Critica all’idea di cosmo:

La ragione, per dimostrare l’esistenza del cosmo, cade inevitabilmente in una serie di antinomia ossia in contraddizioni. Queste contraddizioni mettono in luce che la ragione, quando vuole spiegare il cosmo, cade inevitabilmente nell’errore perché la totalità della realtà non può mai essere oggetto dell’esperienza possibile per l’uomo. 

L’uomo può conoscere un certo numero di fenomeni ma non tutti. Quindi, il cosmo non è conoscibile.  

  • 1. Immanuel Kant | MaturansiaCritica all’idea di Dio: 

La teologia, vuole dimostrare l’esistenza di Dio attraverso delle prove. 

Prova ontologica (Sant’Anselmo): Dio è l’essere perfetto quindi deve esistere.

Secondo Kant, l’errore, è nell’esistenza che non è un predicato di Dio ma una determinazione della cosa. Se io ho 100 euro e tu pensi a 100 euro, non vuol dire che abbiamo la stessa somma. L’esistenza non è inclusa nel concetto della cosa. Avere l’idea di un essere perfetto, non vuol dire che questo esista nella realtà. 

Prova cosmologica (San Tommaso): esistono gli enti quindi esiste Dio. Qui è utilizzato il concetto di causa ma questo concetto non può contenere fenomeni sensibili a qualcosa che è oltre, cioè Dio

Prova fisico-teleologica: il mondo è bello e ordinato perché c’è un Dio sommo e ordinatore. Kant dice che è vero che il mondo è ordinato ma questo può essere frutto della natura stessa e delle sue leggi e anche questa utilizza in modo errato il concetto di causa. 

13- La legge morale come fatto della ragione
Kant si trova di fronte al problema della morale. Kant non segue i sistemi filosofici tradizionali poiché la morale veniva derivata dalle dottrine dell’esistenza dell’uomo, dell’anima e di Dio e per lui erano illusorie. 

Per spiegare i fondamenti della morale Kant compone un’opera: “La critica della Ragion pratica”.

Innanzitutto, Kant trova le condizioni a priori che rendono necessaria e universale la morale. Infatti, secondo lui, una morale che non abbia carattere di necessità e che non sia valida per tutti gli uomini, non può definirsi tale. 

Secondo Kant, le norme morali risiedono nella ragione: la legge morale è inscritta in noi come un “fatto della ragione”.

Nella ragione, esiste una regola morale che comanda le nostre azioni e ci impone imperativi contrastando la sensibilità e gli impulsi egoistici che sussistono nell’uomo accanto alla razionalità. 

L’uomo di Kant è un uomo che lotta tra istinto e ragione.

14- Gli imperativi della ragione
La ragione = trascendere, superare l’ambito dei sensi.

La ragione: non può essere usata in ambito metafisico poiché segue illusioni.

La ragione: è indipendente rispetto all’esperienza e per questo viene esaltata da Kant nell’uso pratico.

Ragion pratica: coincide con la volontà di agire sulla base di principi normativi, cioè regole razionali che ne disciplinano e ne orientano le scelte.

Ci sono due tipi di principi della ragion pratica: massime e imperativi.

Le massime: sono prescrizioni di carattere soggettivo quindi non universali.  (Es: posso decidere di non fumare o di leggere 10 pagine al giorno).

Gli imperativi: sono prescrizioni oggettive cioè che devono valere per tutti.

–        Esistono due tipi di imperativi:

  1. Imperativo ipotetico: “se….. allora…..” Es: se aiuti il prossimo, allora sarai apprezzato. Questo imperativo prescrive un’azione in vista del raggiungimento di un fine determinato che non è necessariamente condiviso da tutti. Questo imperativo, secondo Kant, mancando di universalità, non può essere fondamento della morale.
  2. Imperativo categorico: è incondizionato ossia comanda un’azione a prescindere dal fine o dagli effetti che ne possono conseguire. “Tu, devi!”

Per Kant, questo imperativo è il fondamento della moralità che deve essere autonoma e libera rispetto alle situazioni dell’esperienza e per tanto, incondizionata e universale.

Es: se conduco una vita esemplare ma lo faccio mirando ad un determinato fine, non adempio veramente al dovere morale perché le mie azioni hanno come obiettivo il conseguimento di un fine esterno.

Allo stesso modo, una madre che si sacrifica per i figli, lo fa per istinto e non per dovere; ciò non è configurabile come azione morale.

Kant, ritiene che sia sbagliato associare l’etica alla ricerca della felicità al contrario di Aristotele e i filosofi antichi. La felicità: dipende da circostanza sia esterne che interiori e cercarla attraverso la morale farebbe cadere i presupposti 1. Immanuel Kant | Maturansiadell’incondizionatezza e dell’autonomia dell’agire etico. La virtù dell’uomo, consiste nell’obbedire alla legge morale categorica che impone “tu devi” indipendentemente da qualsiasi fine o motivazione esteriore. 

15- Morale e religione
La morale non ha altro fondamento che la ragione umana. Da questo ne derivano importanti conseguenze per quanto riguarda la concezione di Dio e della religione. 

Secondo Kant, chi agisce in vista del premio eterno o per paura dell’azione divina non agirebbe moralmente. 

Tuttavia, la morale, conduce alla religione.

La religione è infatti fondata sulla morale in quanto le sue dottrine fondamentali (anima, immortalità e Dio) non sono altro che postulati della ragion pratica. 

I postulati: sono le preposizioni che, pur non essendo dimostrabili, devono essere ammesse come condizione della stessa esistenza e pensabilità della morale. 

  • RAPPORTO TRA VIRTÙ E FELICITÀ

Per realizzare il “sommo bene” bisogna congiungere virtù e felicità e questo è un problema perché, secondo Kant, chi agisce moralmente per dovere deve superare con la volontà gli impulsi egoistici e non cercare la propria felicità. 

Nonostante tutto, nell’uomo permane il pensiero che colui che agisce per dovere sia anche degno di felicità. 

16- I postulati della ragion pratica

  1. Postulato dell’esistenza di Dio:

Per risolvere questo problema (raggiungere il sommo bene), bisogna postulare un Dio che garantisca una felicità proporzionata alla virtù e un aldilà in cui sia possibile la realizzazione di quel sommo bene che in questo mondo sembra inattuabile. Se non ci fosse questa possibilità, l’impegno etico dei buoni renderebbe la morale insensata. La morale, dunque, postula come sua esigenza fondamentale, l’esistenza di un Dio il quale, essendo onnisciente e onnipotente, saprà assicurare la felicità in proporzione ai meriti.

  1. 1. Immanuel Kant | MaturansiaPostulato dell’immortalità dell’anima: 

Il sommo bene non può essere soddisfatto nella vita terrena e per questo, si deve postulare anche l’immortalità dell’anima. Si deve presupporre che l’uomo disponga di un tempo infinito dopo la morte per progredire verso di esso. Kant, non vuole dimostrare l’esistenza di Dio  e dell’anima immortale ma soltanto riconoscere la necessità pratica. 

  1. Postulato della libertà:

Senza presupporre l’esistenza dell’autonomia e della libera volontà, l’imperativo morale non avrebbe senso. Se in me è inscritto l’imperativo categorico del “dovere”, è necessario che io “possa realizzare ciò che esso ordina”. “Tu devi quindi tu puoi”. Questo postulato è la condizione stessa dell’etica. L’uomo è libero di sottomettersi o meno alle sue prescrizioni e di realizzarle. 

17- Il primato della ragion pratica
I postulati non hanno valore conoscitivo e rappresentano solo “speranze” che l’uomo utilizza per dare un senso al difficile percorso verso la virtù. 

Tuttavia, essi aprono un varco verso il mondo trans-fenomenico perché la ragione ammette preposizioni inammissibili sul piano teoretico. Per questo, la ragion pratica ha un assoluto primato.

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