1. Il cambiamento sociale

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1. Dalla struttura al processo sociale

La società può essere definita come una comunità stabilitasi in un preciso territorio che condivide una cultura (l’insieme di valori etici, norme sociali, usanze e linguaggio) e presenta un’identità collettiva che permette ai soggetti di riconoscersi come appartenenti a tale società.

Per cogliere i cambiamenti che si verificano in una società si fa riferimento al concetto di processo sociale. La velocità del mutamento sociale può essere più o meno elevata, ed in base a questo si possono distinguere due tipi di società:

  • statica (o tradizionale): in questa società prevale la tradizione, per cui i cambiamenti si verificano in modo estremamente lento. Se si pensa a come vivevano le famiglie di agricoltori un paio di migliaia di anni fa e a come vivevano qualche secolo fa, non si evidenziano differenze insormontabili;
  • dinamica (o moderna): in questa società prevale la modernità, per cui i cambiamenti si verificano in modo estremamente rapido.

In realtà si può affermare che nessuna società sia in sé statica o dinamica, ma ciò che cambia è la velocità con cui si verifica il mutamento, il quale può essere molto lento e di conseguenza impercettibile nella durata della vita di una persona, oppure molto rapido, e quindi più evidente. In Europa tra il sedicesimo ed il diciannovesimo secolo si è verificato un periodo in cui il mutamento è stato molto rapido, dal punto di vista economico, politico, culturale e sociale.

In sociologia si identificano una serie di eventi storici che hanno rivoluzionato la società, definendo una frattura tra la società tradizionale e quella moderna: tra i principali ci sono l’avvento del capitalismo, la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese. La società moderna, tuttavia, risulta essere piuttosto disomogenea, e gli antropologi l’hanno classificata come:

  • sociocentrica: l’identità ed i comportamenti di un soggetto sono determinati dal contesto sociale in cui vive; è la società ad affidare all’individuo un ruolo immutabile nella società;
  • egocentrica: incentrata sull’autonomia individuale. In questo caso le persone godono di diritti e hanno dei doveri, ma godono di un margine di libertà più ampio.

A livello economico le trasformazioni principali sono avvenute a causa di diversi fattori:

  • la nascita del capitalismo: Karl Marx fu il padre fondatore di questo pensiero sociale rivoluzionario. Egli aveva una concezione dinamica della società, per cui per comprendere ciò che avviene in essa è necessario essere a conoscenza del modo in cui gli uomini soddisfano i propri bisogni e del rapporto che c’è tra essi e la produzione. Il capitalismo viene descritto come un’economia monetaria che prevede lo scambio di merci e prestazioni tra la classe dei capitalisti e la classe dei proletari. I capitalisti hanno come obiettivo l’aumento del profitto e sfruttano le tecnologie per garantire una migliore organizzazione della produzione.
  • le trasformazioni dell’agricoltura: la transizione dall’agricoltura organizzata secondo il sistema feudale all’agricoltura moderna si verifica prevalentemente in Inghilterra, dove gli scambi sul mercato si intensificano sempre di più e la domanda di manufatti si intensifica. I contadini benestanti e la piccola nobiltà terriera acquistano le terre abbandonate o appartenenti a contadini più poveri e palesano un interesse per l’introduzione di sistemi innovativi che permettano di aumentare la loro produttività e accrescere quindi i profitti. Si verifica quindi il miglioramento delle tecniche agricole, dei metodi di irrigazione e si crea un modo più efficiente per far sì che i prodotti della terra arrivino sul mercato.
  • il ruolo delle attività mercantili: in molti casi il capitalismo mercantile ha preceduto il capitalismo industriale, ma non sempre. Ad esempio nel caso dell’Italia il mercato si era già espanso molto grazie all’esportazione di prodotti manifatturati nel nostro paese, e i maggiori istituti del diritto commerciale sono appunto nati in Italia durante il Medioevo ed il Rinascimento; tuttavia, questo sviluppo del capitalismo mercantile non ha determinato uno sviluppo analogo in ambito industriale.
  • la formazione dell’imprenditorialità: la nascita del capitalismo è dovuta a uomini che provengono da classi sociali diverse, accomunati dal fatto di avere obiettivi precisi, come espandere le dimensioni ed il capitale della propria impresa. Gli imprenditori si trovano a dover affrontare l’ostilità delle classi sociali superiori come il clero e l’aristocrazia, e gareggiano tra di loro alla ricerca di prodotti che ancora non vengono forniti da altri imprenditori o che possono essere garantiti a prezzi molto vantaggiosi. Questa nuova figura non è orientata al consumo e ai piaceri della vita, come erano invece i mercanti medievali, ma piuttosto alla morigeratezza, in modo tale da costruire un capitale solido che permetterà di reinvestire i propri risparmi nell’azienda stessa, per ingrandirla ulteriormente. La nascita del capitalismo è quindi in netto contrasto con il lusso e lo stile di vita improduttivo della classe aristocratica.

A livello politico le trasformazioni principali sono avvenute a causa della nascita dello stato moderno, che va di pari passo con la nascita del moderno stato di diritto e del concetto di cittadinanza. Nello stato feudale i signori feudali esercitavano una serie di attività come amministrare la giustizia, organizzare le campagne militari e proteggere i propri sudditi. Avevano anche obblighi militari e fiscali nei confronti di chi occupava una posizione più elevata nella scala gerarchica, come il re e l’imperatore. Il rapporto di vassallaggio durò per secoli nel continente europeo e fu caratterizzato da continue lotte e guerre tra i poteri concorrenti, fino a quando non si instaurò “un monopolio della violenza legittima” (Max Weber), ovvero la possibilità esclusiva del sovrano di uno stato di utilizzare la forza. Questo evento è alla base della formazione dello stato moderno; ad esso fa seguito la nascita del monopolio:

  • militare: con formazione di eserciti di grandi dimensioni per la protezione del territorio statale e per l’espansione oltre i propri confini;
  • fiscale: il funzionario non è più retribuito in base alle somme che riesce ad ottenere dai contribuenti del territorio sotto il suo controllo ed il suo operato è sottoposto a regolamentazioni precise che si applicano in modo indifferente a tutta la popolazione;
  • monetario: prima dell’epoca moderna circolavano molte monete diverse, e ciò rendeva molto difficoltoso gli scambi tra soggetti che non utilizzavano la stessa moneta. Per ovviare al problema, lo stato si attribuì il diritto di battere moneta;
  • amministrativo della giustizia: nello stato moderno è considerato illegittimo farsi giustizia da sé dopo aver subito un torto.

Nasce quindi il concetto di sovranità, ovvero il sovrano è a capo dei vari monopoli ed esercita i suoi poteri in modo legittimo: il potere diventa legittimo in quanto chi sottostà al sovrano lo fa perché riconosce il sovrano come tale (si parla di stato di diritto).

Le due correnti ideologiche che hanno sostenuto le origini della società moderna sono:

  • l’individualismo: la nascita di figure come l’imprenditore ed il cittadino hanno segnato un punto di svolta che ha posto l’individuo e la sua libertà in cima alla scala dei valori sociali. Viene quindi riconosciuto il diritto di autorealizzazione del soggetto, a cui fa seguito una riduzione del valore degli status ascritti (cioè acquisiti alla nascita) a fronte di un aumento del valore degli status acquisiti in base a meriti e capacità. L’avvento della società moderna ha quindi portato in primo piano la libertà di scegliere per se stessi, la presa di coscienza delle proprie responsabilità; si sono affermati i valori di uguaglianza e libertà, per cui tutti gli individui nascono uguali e hanno gli stessi diritti umani, a prescindere dal luogo e dalla famiglia di appartenenza, dallo status sociale e dalla religione. L’essere umano è quindi titolare di diritti “naturali”, che sono intrinseci alla propria natura e che sono imprescindibili; i cittadini possono scegliere di limitare la propria libertà per dare origine allo stato, e questo fenomeno viene denominato “contratto sociale”.
  • il razionalismo: la ragione diventa un valore sociale dominante e permette agli uomini di liberarsi dall’errore e dalla sottomissione ai poteri tradizionali. Il razionalismo investe ogni area della vita degli individui, soprattutto in Occidente, grazie al fatto che la natura umana viene vista come oggettiva e manipolabile dalla volontà degli individui, in contrasto con la sfera divina e religiosa che viene interpretata come trascendentale. Ogni soggetto è quindi in grado di agire coerentemente rispetto ai propri valori (razionalità rispetto al valore) e in modo da cercare di realizzare i propri obiettivi (razionalità rispetto allo scopo). 

2. La stratificazione sociale

Si può definire la stratificazione sociale come un sistema attraverso il quale la società categorizza le persone e le posiziona in una gerarchia: ad esempio lo statuto sociale, il prestigio, il tipo di lavoro svolto sono condizionati da questo fenomeno. Si tratta di un modello universale, ma variabile.

La stratificazione sociale può essere definita come il sistema delle disuguaglianze strutturali. Esso esiste in ogni società, ma il modo in cui vengono categorizzate le persone ed i vantaggi e gli svantaggi che ne derivano, dipendono da ciascuna società. Ci sono due principali aspetti da considerare: quello distributivo, che riguarda la distribuzione delle risorse all’interno di una società, e quello relazionale, che riguarda i rapporti tra i componenti di una società.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

L’ideologia gioca un ruolo chiave nel sostenere la stratificazione sociale: si tratta di una serie di credenze e valori culturali che giustificano il modo in cui è organizzata una società. Su questi si basano i pattern di una società che portano all’ineguaglianza tra le persone. Tuttavia, per giustificare il fatto che ci siano effettivamente delle ineguaglianze nella società, bisogna approfondire alcuni punti.

1. Funzionalismo: le teorie sostenute da Davis e Moore (1945) hanno cercato di spiegare le caratteristiche universali della stratificazione sociale. Secondo loro la stratificazione sociale è indispensabile per il funzionamento della società perché motiva il duro lavoro. Si possono riassumere queste teorie in alcuni punti principali:

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  • In ogni società ci sono posizioni che hanno un ruolo più importante;
  • queste posizioni possono essere ricoperte da un numero limitato di soggetti;
  • la formazione delle competenze richiede più anni di istruzione, sacrificio e responsabilità;
  • la società assegna maggiori ricompense sociali ed economiche a chi svolge lavori che sono più importanti per la società. Senza un maggior compenso, meno persone vorrebbero un impiego più impegnativo.

Tuttavia, nella realtà dei fatti sappiamo che non tutti i lavori che sono difficili da apprendere o molto faticosi sono riconosciuti in termini socioeconomici e, al contrario, non tutti i lavori ben pagati sono necessari per una società funzionale. Ad esempio, gli artisti sono generalmente ben pagati, ma non sono fondamentali per il funzionamento della società, al contrario degli insegnanti, molto spesso sottopagati. Un altro limite di questa teoria è che non tutte le persone hanno accesso a tutti i percorsi possibili per intraprendere una carriera, ma molti si trovano con una scelta estremamente limitata, in base al luogo o alla famiglia di provenienza.

2. Teorie del conflitto: al contrario di Davis e Moore, Marx e Weber negano l’indispensabilità della stratificazione sociale, e ne individuano i limiti. Le classi sociali, per questi autori, esistono perché ci sono gruppi sociali che possono trarne vantaggio e le sostengono.

  • Secondo Karl Marx la stratificazione sociale si basa sulle diverse relazioni con i mezzi di produzione, che si individuano nelle relazioni di proprietà e nei rapporti di produzione: una piccola parte della società è proprietaria dei mezzi di produzione, mentre la maggior parte ne è esclusa. Egli individua quindi le classi sociali come degli insiemi omogenei di soggetti aventi in comune livello di istruzione, consumo, valori etici, abitudini sociali. È importante la distinzione tra classe in sé, ovvero un insieme di individui che hanno in comune la propria posizione nei confronti dei mezzi di produzione, e classe per sé, ovvero la presa di coscienza da parte di alcuni individui di appartenere alla stessa classe. Marx parla della stratificazione sociale nel Manifesto del Partito Comunista (1948), nel quale sosteneva che la progressione del capitalismo avrebbe determinato un divario sempre maggiore tra la borghesia ed il proletariato, fino ad arrivare al momento in cui il proletariato si sarebbe ribellato contro la borghesia, ponendo fine alle ineguaglianze sostenute dal sistema capitalista. Tuttavia, questa rivoluzione non si è mai verificata. Secondo il sociologo tedesco Dahrendorf, Marx non si sbagliava a proposito del conflitto sociale, ma egli osservò che questo conflitto era mutato, impedendo quindi il verificarsi della rivoluzione. Uno dei punti chiave della teoria di Dahrendorf è che la classe capitalista in Europa fosse troppo frammentata e variegata perché i rivoluzionari potessero concentrare le loro energie su un unico target; in secondo luogo, il fatto di aver creato delle unioni che permettessero una maggiore organizzazione dei lavoratori ha permesso ai lavoratori di combattere per una miglior paga e migliori condizioni lavorative; anche dal punto di vista legale c’è stato un miglioramento delle condizioni lavorative, ad esempio a proposito di disoccupazione ed introduzione di assicurazioni. Tutti questi cambiamenti hanno portato ad un netto aumento dei diritti dei lavoratori, e di conseguenza i rivoluzionari avrebbero avuto meno necessità di protestare.
  • Secondo Max Weber la stratificazione economica ideata da Marx era troppo semplicistica ed egli identificò altri conflitti da considerare. Le teorie di Weber prevedono tre livelli attraverso i quali la stratificazione è determinata: classe economica, status socio-culturale e partito politico. La dimensione economica implica che soggetti con interessi materiali comuni si uniscano a formare delle classi sociali; quella culturale prevede che soggetti con valori condivisi diano origine ai ceti; quella politica vede l’associazione di soggetti che formano i partiti. Weber teorizzò che la situazione di mercato fosse il criterio per determinare l’appartenenza ad una classe sociale, così come per Marx lo erano i mezzi di produzione. I mercati individuati erano tre: del lavoro (classe operaia ed imprenditori), delle merci (debitori e creditori) e del credito (consumatori e venditori). Il sociologo individuò inoltre classi possidenti, le quali sfruttano la classe operaia e le risorse al fine di arricchirsi, medie ed acquisitive, le quali non hanno possidenze.

3. Interazionismo simbolico: Marx e Weber hanno fornito delle tesi fondamentali dal punto di vista macroscopico, mentre dal punto di vista microsociologico ha avuto un ruolo fondamentale l’interazionismo simbolico di Herbert Blumer. L’interazione simbolica è l’interazione che avviene tra due o più persone; è noto che la maggior parte delle relazioni sociali avviene tramite simboli, come il linguaggio verbale, ed è quindi basata sul sistema di codificazione del significato dei simboli utilizzati. Secondo i sostenitori di questa teoria, dunque, la sociologia permette l’interpretazione dei linguaggi simbolici che sono alla base dell’interazione sociale. Una persona può comunicare il proprio status socioeconomico attraverso il fenomeno del consumo ostentativo, ovvero un comportamento sociale che permette di mettere in evidenza la propria posizione sociale attraverso gli acquisti effettuati: ad esempio possedere un’automobile di lusso è uno status symbol.

Un punto chiave della stratificazione sociale è legato alle convinzioni delle persone che formano la società: infatti sono queste credenze che reggono la stratificazione sociale e determinano cosa significa, ad esempio, “meritare” benessere, successo o potere.

I sociologi classificano la stratificazione sociale come aperta o chiusa:

  • i sistemi chiusi tendono ad essere estremamente rigidi e permettono poca mobilità tra le categorie. In questo caso la posizione sociale è ereditata alla nascita;
  • i sistemi aperti tendono ad essere molto più flessibili e permettono di cambiare la propria posizione in meglio oppure in peggio. In questo caso la posizione sociale viene raggiunta dalle persone stesse, non ereditata alla nascita.

Il prototipo del sistema chiuso è quello delle caste: tra questi, il più conosciuto è probabilmente quello indiano. Il sistema tradizionale delle caste prevede quattro grandi suddivisioni, chiamate varnas: Brahmana, Ksatriya, Vaisya e Sudra. La casta di appartenenza determina non solo quali lavori sono considerati “accettabili”, ma ha anche un impatto determinante sulla vita di tutti i giorni dei membri di appartenenza. Ad esempio, il sistema sostiene l’endogamia (ovvero il matrimonio deve avvenire tra membri della stessa casta) e determina con chi si può interagire e con chi no.

Nell’Europa feudale era presente la divisione in tre classi sociali: la nobiltà, il clero ed il terzo stato, ed anche in questo caso la classe di appartenenza di nascita determinava fortemente le possibilità di vita di ogni persona.

In anni più recenti l’etnia si è imposta come forza che ha diviso per decenni le persone nere e quelle bianche, com’è accaduto durante l’Apartheid sudafricano: in questo periodo è stata negata la cittadinanza alle persone di colore, la possibilità di gestire la propria terra, e molti altri diritti.

In contrasto con i sistemi castali, le classi sociali sono il prototipo dei sistemi aperti, che permettono sempre una certa mobilità sociale, senza restrizioni dal punto di vista legale. Non esistono pertanto delle categorie formalmente determinate ed i confini tra le varie classi sociali sono molto più sfumati, meno netti. Ad esempio, il sistema americano si basa sulla meritocrazia, quindi riconoscendo il talento individuale e il duro lavoro delle persone (“The American dream reminds us that every man is heir to the legacy of worthiness” – Martin Luther King). Questo genere di sistema ha lo svantaggio di indurre a credere che chiunque non riesca a raggiungere uno status sociale migliore meriti la propria povertà. Essendo la meritocrazia alla base dei sistemi aperti, si tende ad ignorare i fattori strutturali che influenzano il posizionamento nelle classi sociali: anche in questo caso ci sono quindi delle ineguaglianze sociali. È risaputo infatti che iniziare la propria vita in una posizione avvantaggiata in termini di benessere economico o sociale ha un impatto fortissimo sulla posizione che si può raggiungere tramite il duro lavoro al termine della propria vita. Questo giustifica il fatto che fattori come l’etnia ed il sesso determinino ancora oggi una divisione sociale, vantaggi e svantaggi.

Nonostante i sistemi aperti e chiusi sembrino essere agli antipodi tra di loro, è molto comune trovare nelle società moderne delle situazioni miste, come la Gran Bretagna della nostra epoca.

Un esempio peculiare di stratificazione sociale era quello dell’Unione Sovietica, in cui i cittadini venivano considerati tutti uguali tra di loro, con una società priva di classi sociali.

La stratificazione sociale può anche essere effettuata in base al genere, termine che si riferisce alle caratteristiche sociali e personali (ma non ai tratti biologici) che vengono associate ai diversi sessi. Secondo i sociologi, il sesso è un costrutto sociale, ovvero viene creato e reinforzato dalla società; essi hanno degli effetti sul modo in cui gli individui interagiscono tra di loro, influenzando anche il modo in cui viene distribuito il potere nella società stessa. La stratificazione di genere può essere definita come la distribuzione ineguale di benessere, potere e privilegio tra i vari generi. Ad esempio, non riconoscere al genere femminile il diritto di voto è stato per secoli un modo molto efficace di ridurre il loro potere (il diritto di voto femminile è stato riconosciuto nel 1920 negli USA, nel 1946 in Italia, nel 2015 in Arabia Saudita). Questo fenomeno si basa sul concetto di patriarcato, ovvero una forma di organizzazione sociale che prevede gli uomini al potere, a discapito degli altri generi. 

3. La mobilità sociale

La stratificazione sociale tende a persistere attraverso le generazioni: ad esempio, chi deriva da famiglie benestanti, ha maggiori probabilità di vivere più a lungo ed in salute, ed avere un grado d’istruzione maggiore rispetto a chi nasce in povertà.

Generalmente, però, la società permette un certo grado di mobilità o cambiamento di posizione nella scala gerarchica: può esserci uno spostamento nella gerarchia sociale, fenomeno descritto con il nome di mobilità sociale. La mobilità sociale può essere definita come il passaggio di un individuo da una classe sociale ad un’altra, e può essere descritta come:

  • verticale oppure orizzontale;
  • ascendente oppure discendente;
  • di breve oppure di lungo raggio;
  • intergenerazionale oppure intragenerazionale;
  • assoluta oppure relativa;
  • individuale oppure di gruppo.

La mobilità sociale orizzontale descrive un cambio di posizione sociale senza che cambi la propria appartenenza alla classe sociale. Questo può accadere quando una persona ad esempio cambia occupazione, ma mantiene un lavoro con lo stesso prestigio e lo stesso stipendio del precedente. Al contrario, la mobilità sociale verticale descrive uno spostamento ad una posizione più alta (mobilità sociale ascendente) o più bassa (mobilità sociale discendente) all’interno della stratificazione sociale.

La mobilità sociale di lungo raggio si verifica quando il cambiamento avviene tra classi sociali molto lontane tra di loro. È un fenomeno più frequente la mobilità sociale di breve raggio, che si verifica quando il cambiamento avviene tra classi sociali che sono molto vicine tra di loro.

Confrontando la posizione sociale della famiglia di origine di un individuo con quella che egli raggiunge si analizza la mobilità sociale intergerenazionale. Quella intragenerazionale, invece, può essere definita anche “di carriera” ed indica la distanza tra la posizione del soggetto che si approccia al mondo del lavoro e quella che occupa al termine della propria carriera.

La mobilità sociale assoluta è data dal numero totale di individui che si spostano da una classe sociale all’altra, mentre quella relativa, che viene anche detta “fluidità sociale” indica il grado di uguaglianza della possibilità di mobilità dei membri delle varie classi. 

Si parla di mobilità sociale strutturale, o collettiva, quando un ampio numero di persone si muove nella gerarchia sociale a causa di un profondo cambiamento all’interno della società stessa. Ad esempio, in caso di recessione molte persone possono perdere il lavoro e di conseguenza vedere un peggioramento della propria classe sociale (mobilità discendente).

In Italia negli ultimi decenni c’è stata una forte mobilità assoluta a causa dell’espansione della classe media impiegatizia e della contrazione di quella agricola. Quasi il 60% della popolazione è stata interessata da questo fenomeno, anche se si parla in questo caso principalmente di mobilità di breve raggio.

Confrontando le varie tendenze nei paesi occidentali, in cui l’industrializzazione è avvenuta in tempi ed a ritmi differenti, si possono dividere le nazioni in tre gruppi principali:

  • paesi che hanno avuto un’industrializzazione precoce sono Inghilterra, Scozia e Galles;
  • paesi che hanno raggiunto lo stesso livello di industrializzazione successivamente sono ad esempio Francia, Germania e Svezia;
  • paesi prevalentemente agricoli fino alla seconda guerra mondiale sono ad esempio la Polonia, l’Ungheria.

L’analisi della mobilità in queste nazioni indica che i paesi che sono andati incontro ad industrializzazione precocemente hanno subito un calo della mobilità negli ultimi decenni, mentre quelli che hanno visto per ultimi il cambiamento industriale hanno subito un aumento della mobilità negli anni più recenti. La conclusione a riguardo della mobilità assoluta è che non vi sia alcuna “tendenza costante”, e che probabilmente la prima fase dell’industrializzazione è la causa del forte aumento della mobilità sociale assoluta. Per quanto riguarda la mobilità sociale relativa, invece, è stato evidenziato che vi sono forti disuguaglianze nelle opportunità di mobilità fra persone che appartengono a classi sociali diverse.

L’Italia si posiziona tra il secondo ed il terzo gruppo. È stato evidenziato che nel nostro paese le chance di mobilità per chi proviene dalla borghesia sono quindici volte maggiori rispetto a quelle di chi non proviene dalla borghesia; inoltre, la fluidità sociale negli ultimi decenni non ha subito cambiamenti.

Una delle ipotesi più moderna è stata formulata da Featherman, Jones e Hauser, che hanno concluso che la mobilità relativa dei paesi sviluppati è molto simile e che le differenze che possono esserci in merito alla fluidità sono dovute allo specifico contesto storico del paese analizzato (ad esempio può dipendere dalle azioni di promozione della mobilità sociale messe in atto dal governo).

4. Devianza e controllo sociale

Il controllo sociale può essere definito come l’insieme di metodi applicati per far sì che i membri di un gruppo rispettino le norme e le aspettative del gruppo stesso. Questo fenomeno si compone di alcuni agenti e metodi, infatti si tratta di un modello che viene messo in pratica in numerosi ambiti: in giurisprudenza (ad esempio magistrati che condannano autori di reati), nella religione (ad esempio sacerdoti che fanno rispettare i comandamenti), nella vita di tutti i giorni (ad esempio i genitori o gli insegnanti che si occupano dell’educazione dei bambini).

Il controllo sociale si realizza attraverso un processo interno ed uno esterno.

Il processo interno si basa sulla socializzazione, ovvero il fenomeno attraverso il quale una società trasmette la propria cultura (ovvero l’insieme di regole, linguaggio, conoscenza, valori di una popolazione) a coloro che entrano in contatto per la prima volta con la società stessa, come gli immigrati o i neonati. Questo processo si basa sul fatto che la cultura della popolazione vivrà più a lungo della popolazione stessa.

Si può classificare la socializzazione in due categorie:

  • primaria: si verifica nei primi anni di vita e permette l’acquisizione di competenze di base che permettono di interfacciarsi con la società di appartenenza, come la padronanza del linguaggio. Il principale agente della socializzazione primaria è la famiglia;
  • secondaria: si verifica quando una persona inizia la formazione scolastica e acquisisce competenze più specifiche, che sono necessarie per ricoprire un determinato ruolo nella società. I principali agenti della socializzazione secondaria sono appunto le istituzioni scolastiche, ed i mass media.

La socializzazione permette quindi di apprendere le norme sociali e di rielaborarle, internalizzarle al fine di comprendere il mondo circostante ed essere in grado di organizzare i propri comportamenti di conseguenza. Lo studio scientifico di questo fenomeno viene definito “cognizione sociale”. Una volta interiorizzate le norme sociali è più probabile che un soggetto riesca ad esservi conforme, infatti la maggior parte della popolazione non le viola: la maggior parte della popolazione non commette un omicidio nei confronti della persona con cui ha avuto una discussione, e questo soprattutto perché siamo stati abituati fin da piccoli a pensare ad un omicidio come un atto raccapricciante ed eticamente scorretto.

Alle norme sociali si affiancano le ricompense e le punizioni, introdotte soprattutto per incoraggiare la popolazione a seguire le norme sociali e per scoraggiarne le violazioni.

È noto che alcune persone non sono in grado di adempiere alle norme sociali, ed in questo caso si parla di devianza, definita appunto come un atto o un comportamento che violi le norme sociali, e che come conseguenza avrà una forma di punizione. Émile Durkheim affermò nel 1893 che “Non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune”.

La devianza può essere definita come tale solo considerando il contesto socioculturale in cui si verifica. Ad esempio, nell’Europa medievale era considerato normale urinare sulle scale, mentre al giorno d’oggi identificheremmo un atto tale come “devianza”. Allo stesso modo, anche al giorno d’oggi ci sono influenze notevoli in base alla cultura che si considera: in alcuni paesi orientali è considerato buona norma sorridere ai funerali per incoraggiare i cari del defunto, o digerire a bocca aperta in segno di apprezzamento del pasto.

Un altro concetto importante è che la devianza si basa su una concezione relativistica, per cui il contesto in cui si svolge un atto può cambiarne totalmente il significato: ad esempio, un rapporto sessuale con il proprio partner in un luogo privato è considerato lecito, ma se questo si verifica in un luogo pubblico, in Italia, si rischia una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.

Esistono tuttavia alcuni atti che sono riconosciuti come devianti in tutte le società, come l’uccisione di un membro della propria famiglia. L’unica eccezione a questa norma si trova nel popolo eschimese in cui era considerato normale che si verificasse l’uccisione degli anziani della famiglia, in quanto i membri considerati improduttivi non potevano essere mantenuti dalla società.

Se un comportamento viola le norme del codice penale ha come conseguenza una sanzione penale, che può essere una multa, l’arresto o la reclusione: in questo caso si parla di reato, che è una forma specifica di devianza. Non tutte le devianze, ovviamente, sono reati. È necessario che un reato commesso venga anche denunciato affinché si possa creare una statistica dei reati stessi. I cosiddetti “reati senza vittima” o i reati che colpiscono la collettività sono indagati dalla polizia, mentre i reati che interessano una sola persona possono emergere solo nel momento in cui la vittima denuncia la situazione. Tuttavia, è noto che solo una minoranza di chi subisce un reato oppure un tentativo di reato sporge effettivamente denuncia. La criminalità nascosta varia quindi a seconda del reato considerato: è più probabile che vengano denunciati omicidi, rapine in banca o furti in appartamento, piuttosto che aggressioni sessuali, reati della strada e taccheggi.

Negli anni si sono succeduti molti tentativi di dare una risposta al perché certe persone commettono reati, e questo ha portato alla formulazione di teorie molto diverse tra di loro.

  • La teoria biologica: nel tempo sono state elaborate molte teorie che hanno cercato di identificare alcune caratteristiche fisiche e biologiche comuni tra gli individui che commettono reati. Gli studiosi che sostengono queste teorie ritengono che alcuni tratti biologici aumenti la probabilità che un soggetto commetta un reato. Il medico psichiatra Cesare Lombroso fu tra i primi ad indagare questi aspetti, ed egli sosteneva che particolari conformazioni del cranio potessero essere alla base della criminalità. In particolare, egli rilevò a livello occipitale una particolare fossa che denominò “fossa occipitale mediana”, un cranio piccolo, zigomi pronunciati, sopracciglia folte e ravvicinate, viso pallido o giallastro, barba rada. Lombroso sosteneva quindi che il “delinquente nato” fosse spinto a commettere reati da caratteristiche ataviche che rendevano impossibile il suo adattamento alla società del suo tempo. Queste teorie al giorno d’oggi sono state ampiamente screditate. A partire dagli anni ’90 è stata riformulata la teoria biologica e gli studiosi hanno individuato alla base della criminalità la “sindrome XYY”, che prevede la presenza di un cromosoma in più ereditato dal padre. Anche questa teoria moderna, tuttavia, non gode di credibilità.
  • La teoria della tensione: il noto sociologo Durkheim ipotizzò una relazione tra devianza ed anomia, ovvero l’assenza di norme sociali che guidano i comportamenti individuali. Successivamente, anche Merton (anni ’40) sostenne questa teoria, aggiungendo che l’anomia nasce da una tensione fra la struttura sociale e quella culturale, dove la struttura sociale definisce quali sono gli obiettivi ideali da perseguire e come raggiungerli, mentre la struttura culturale indica la distribuzione reale delle opportunità per realizzare questi obiettivi. Questo contrasto si evidenzia, ad esempio, nella società americana, come spiegato precedentemente. A causa di questa tensione tra le due strutture, gli individui possono reagire in modo differente per colmare il gap:
    • con la conformità: accettando gli obiettivi culturali ed i mezzi previsti per realizzarli;
    • con l’innovazione: accettando gli obiettivi culturali ma utilizzando dei mezzi diversi da quelli previsti per la loro realizzazione (attraverso inganni, truffe, furti);
    • con il ritualismo: rifiutando gli obiettivi culturali, ma rimanendo legati ai mezzi previsti per realizzarli (tipico di chi “si accontenta” e non punta a raggiungere gli obiettivi);
    • con la rinuncia: rifiutando gli obiettivi culturali ed i mezzi previsti per realizzarli (come nel caso dei mendicanti e dei tossicodipendenti);
    • con la ribellione: rifiutando gli obiettivi culturali ed i mezzi previsti per realizzarli, sostituendoli con nuovi obiettivi e nuovi mezzi.

Sono considerati devianti tutti i comportamenti diversi dalla conformità.

  • La teoria del controllo sociale: si tratta di una teoria più pessimistica delle altre, secondo la quale la natura umana induce molto facilmente alle devianze, per cui è molto più probabile che l’uomo commetta dei reati anziché seguire le norme sociali. Perché allora la maggior parte delle persone non commette reati? Sostanzialmente perché ci sono dei “freni”, delle inibizioni, che gli impediscono di farlo e che possono essere classificati come:
    • esterni: esercitati dalle forze dell’ordine;
    • interni diretti: esercitati dall’imbarazzo e dal senso di colpa quando si commette un atto deviante;
    • interni indiretti: esercitati dall’attaccamento emotivo provato nei confronti delle altre persone, ed il timore di perdere la loro autostima dopo aver commesso un atto deviante.

Secondo questa teoria i reati si verificano quando i vincoli che legano il soggetto alla società sono molto deboli.

  •  La teoria della subcultura: questa teoria sostiene che i reati vengano commessi da persone che sono esposte ad una subcultura criminale, che si compone di valori che deviano da quelli che compongono le norme sociali del resto della società (ad esempio fare uso di droghe, alcol, commettere furti e rapine) e che vengono trasmessi di generazione in generazione. In sostanza, la devianza viene appresa a partire dall’ambiente socio-culturale in cui si cresce e ci si forma. I padri fondatori di questa teoria appartenevano alla Scuola di Chicago e hanno condotto un esperimento sulla loro città, suddividendola in modo concentrico in cinque aree e calcolando il tasso di criminalità presente in ognuna: dai risultati risultò evidente che il tasso di criminalità si abbassava con andamento centrifugo. Infatti le periferie sono prevalentemente aree residenziali dei ceti medi, mentre in centro si concentrano maggiormente immigrati e lavoratori in condizioni socioeconomiche molto più precarie. La teoria della subcultura è stata ripresa da Sutherland, che ha aggiunto che esistono molte subculture che favoriscono l’apprendimento di norme e valori completamente diversi, e che il comportamento deviante viene internalizzato dal soggetto tramite la comunicazione con gli altri. Secondo Sutherland “la cultura criminale è tanto reale quanto quella legale ed è molto più diffusa di quanto comunemente si pensi”. Dunque chi commette un reato a causa della subcultura non fa altro che essere uniforme agli insegnamenti appresi dall’ambiente, esattamente come chi apprende il rispetto delle regole dall’ambiente e mette in atto questa pratica. In questo caso quindi la devianza non è vista come individuale, ma collettiva.
  • La teoria dell’etichettamento: coloro che la seguono affermano che sia importante analizzare la devianza ma anche l’apparato di creazione ed applicazione delle norme. Il reato viene visto come la somma dell’interazione fra chi crea e permette l’applicazione delle leggi e chi le infrange. All’interno di questa teoria quindi si vede una somiglianza tra tutte le persone, cioè tra chi commette reati e chi no: infatti capita quasi a chiunque di commettere degli atti devianti durante la propria vita, violando norme più o meno importanti dal punto di vista della società. Tuttavia, non tutti coloro che violano una norma vengono etichettati come “ladro” o “bugiardo”, e chi subisce questo marchio verrà sempre visto dalla società come un criminale, per cui tutti i suoi comportamenti successivi verranno interpretati in chiave dell’etichetta che gli è stata attribuita, ed egli verrà trattato con sospetto e diffidenza. Edwin Lemert introduce la differenza tra:
    • devianza primaria: violazione della norma che non risulta grave o importante agli occhi di colui che la commette e del resto della società, per cui presto viene dimenticata. Ad esempio, uno studente che ruba degli articoli da un supermercato non sarà etichettato come “ladro” e non si addosserà il peso di tale etichetta;
    • devianza secondaria: violazione della norma che risulta grave agli occhi della società, la quale condannerà il soggetto e lo etichetterà come un deviante. La persona in questione dovrà riorganizzare se stessa in base a questa etichetta attribuitale, perché l’idea che le altre persone avevano della persona viene stravolta dal reato commesso. La stigmatizzazione la farà sentire sempre più isolata dalla società.
  • La teoria della scelta razionale: sostiene che le persone che commettono crimini non siano influenzati da fattori anatomici, sociali, culturali o psicologici, ma che semplicemente prendano la decisione razionale di commetterli perché il loro tornaconto è maggiore di quello che avrebbero se seguissero le norme sociali. Si tratta di persone che scelgono liberamente di violare una norma alla ricerca dei propri interessi e piaceri. Questa teoria è stata sostenuta fin dai tempi antichi, a partire da Cesare Beccaria, in Italia; in tempi più recenti è stata rielaborata, individuando costi esterni pubblici (sanzioni legali), esterni privati (critiche e condanne) ed interni (sensi di colpa e vergogna), a cui va incontro colui che trasgredisce.

Va tenuto in considerazione che devianza non è un sinonimo di criminalità. Ciò che può favorire l’evoluzione a delinquenza sono l’effetto push e l’effetto pull: il primo è legato al fallimento istituzionale ed isola l’adolescente, escludendolo dalla mobilità sociale; il secondo descrive fattori di attrazione che orientano il soggetto verso lo sviluppo della condotta criminale.

5. La secolarizzazione

Nelle società del passato la religione aveva un ruolo determinante, nettamente più evidente rispetto a quello che occupa nella maggioranza delle società moderne. Tuttavia, a causa del peso che la religione occupava nel passato, anche al giorno d’oggi è possibile analizzare come l’organizzazione sociale e quella religiosa siano fortemente intrecciate.

Quando parla di secolarizzazione si intende la parziale perdita di valore delle credenze superstiziose e religiose a favore di comportamenti più razionali ed etichettati come “laici”. Weber sosteneva che questo fenomeno fosse una caratteristica intrinseca, obbligata, del mondo occidentale industrializzato, e non una sua degenerazione. Alle origini di questo processo si posiziona il fatto che le religioni collocano il divino su un piano trascendentale, molto lontano dal piano su cui si trovano gli uomini: si parla di “religione razionalizzata”, che si allontana dalla contaminazione magica che si ritrova invece in religioni diverse dal cristianesimo. La religione razionalizzata è una precondizione della secolarizzazione.

Un tempo la vita delle persone, anche comuni, era scandita dalla religione e dai riti ad essa associati, come l’usanza di pregare prima di sedersi a tavola per un pasto o prima di andare a dormire la sera. Nei secoli scorsi, quindi, non solo gli eventi salienti della vita, come matrimoni e funerali, ma ogni giornata era scandita dalla preghiera religiosa. In tempi moderni, invece, si è verificata anche una riduzione delle persone che presenziano con frequenza regolare ai riti religiosi, con variazioni a seconda dei paesi europei presi in considerazione: un’analisi evidenzia come in Italia, nel 1996, il 32% circa della popolazione partecipava settimanalmente a riti religiosi, mentre in Olanda e in Gran Bretagna tali valori erano rispettivamente del 10% e del 16%, quindi nettamente inferiori.

Nonostante nel nostro paese la grande maggioranza della popolazione si dichiari credente l’aderenza ai riti ed alle festività mondane è notevolmente calata, per cui la religione viene vissuta principalmente come sfera intima e privata di ogni credente.

Il fenomeno della secolarizzazione ha quindi reso più indipendente ogni aspetto della vita degli individui dalla religione.

  • Il lavoro: la tradizione cristiana condanna il lavoro, interpretato come punizione del peccato originale, mentre nel protestantesimo viene considerato come mezzo di realizzazione della volontà divina. Al giorno d’oggi, tuttavia, le persone lavorano per realizzarsi e riuscire a vivere in modo dignitoso, per cui il legame con la sfera religiosa è stato perso del tutto;
  • la politica: è sufficiente pensare che un tempo i re venivano incoronati dal papa per rendersi conto della stretta relazione che esisteva tra religione e politica, mentre attualmente la religione può influenzare la politica quasi esclusivamente nella sfera privata. Nonostante il rapporto sia sempre problematico nelle società, sicuramente il distanziamento tra le due entità è più evidente in società cristiane rispetto a società islamiche;
  • la scienza: oggi convive con la religione senza conflitti troppo evidenti. Ai tempi dell’Illuminismo, tra il diciassettesimo e diciottesimo secolo, erano stati fatti passi in avanti notevoli dalla scienza, e questo aveva infervorato gli scienziati, che erano convinti che la scienza avrebbe dato tutte le risposte alle domande dell’uomo, mentre la religione sarebbe stata rilegata a pura superstizione. Nonostante la percentuale di atei sia molto alta tra gli scienziati, molte persone credono che la scienza non sia in grado di rispondere a tutte le domande che l’uomo si pone;
  • le ideologie: nel corso della storia si è verificata la presenza di correnti ideologiche estremamente di successo che sembravano in parte sostituire la religione, come è stato ad esempio per il marxismo. Il declino delle religioni secolari sembra andare di pari passo con l’incremento di forme di religiosità individuali, ma anche comunitarie: prendendo come modello gli Stati Uniti, è noto che al loro interno si è sviluppata una notevole quantità di correnti, sette e movimenti che hanno sostituito, in parte, la “religione di chiesa”.
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